SIATE AFFAMATI, siate folli, ma soprattutto: state tranquilli. E' la Apple della maturità, quella dell'era dopo Snowden e del bisogno di sicurezza. "Per noi la tua fiducia è tutto", ammette Tim Cook in una lettera postata sul sito dell'azienda, proprio nei frangenti in cui a Washington il Senato blocca per due voti la discussione della riforma dell'Nsa. E visto che per Apple la tua fiducia è tutto, scrive l'imperatore della Silicon Valley alla sua nazione di potenziali consumatori, "noi rispettiamo la tua privacy e la proteggiamo con tecniche di crittografia affidabili e norme rigorose che disciplinano il trattamento dei tuoi dati". Le soffiate di Snowden sono una ferita aperta, lo sa bene il Ceo di Apple: sicuramente avrà letto il dossier di un centro di ricerca autorevole, che proprio il 12 novembre mette nero su bianco tutta la diffidenza degli americani.
LE 30 VIOLAZIONI PIU' GRAVI DEL DATAGATE
Le rivelazioni. Dopo il Datagate vi sentite sicuri? La vostra privacy è a rischio? Solo un americano su cinque - dicono le carte del Pew Research Center - non prova un senso di insicurezza mettendo le sue informazioni in rete. Quasi la metà ha paura pure quando fa una semplice telefonata. Tutto comincia col Datagate, ma non finisce lì: le rivelazioni hanno già sconvolto l'opinione pubblica quando, nel gennaio 2014, il whistleblower punta il dito proprio sulla Mela: le carte rese pubbliche dal Der Spiegel dicono che Cupertino avrebbe collaborato con l'agenzia governativa americana consentendo che il software "dropoutjeep" accedesse ai dati dei telefonini. E arriviamo a oggi - o quasi, con la Cina che il 7 novembre dichiara gli iPhone una minaccia alla sicurezza nazionale: "Ci localizzano, rubano dati e mettono in pericolo la sicurezza nazionale", accusa un esperto dai microfoni della tv nazionale CCTV.
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La versione di Tim. La Apple nega tutto: negava di aver collaborato col governo quando il whistleblower soffiava sul fuoco del Datagate, nega oggi. Di più: oggi corre ai ripari. Decisamente più in ombra del suo predecessore Steve Jobs, Cook indossa l'abito del liberale e si gioca tutto su una parola: privacy. La privacy a cui dice di rinunciare: "Metto da parte la mia riservatezza per dire che sono gay, che sono fiero di esserlo, spero che la mia dichiarazione porterà conforto a chi lo è come me". La privacy, ancora una volta, in una dichiarazione pubblica: per dire che con lui, la nostra è al sicuro. Con iOS 8 non sarà possibile forzare i sistemi di protezione neppure su richiesta delle autorità, aveva già anticipato Cook.
Questione di fiducia. Ora mette tutti i puntini sulle i, perché - scrive - "anni fa chi navigava su internet ha iniziato a rendersi conto di una regola basilare: quando un servizio online è gratuito, non sei più il cliente: sei il prodotto. Ma Apple è convinta che si possa garantire un'esperienza d'uso eccellente senza sacrificare la privacy". La regola basilare, lo sa bene Cook l'americano e lo sa bene anche l'Europa, è che "l'economia digitale ha bisogno di fiducia per prosperare - parole della Commissione europea appunto - ma le rivelazioni di attività di sorveglianza mettono diffidenza nel comunicare i propri dati". Ecco perché Tim Cook prova a rassicurarci con una nuova lettera (la prima era stata scritta dopo il caso delle foto osé rubate da iCloud): se di fiducia si tratta, il mondo dei software gioca la carta del soft power.
LE 30 VIOLAZIONI PIU' GRAVI DEL DATAGATE
Le rivelazioni. Dopo il Datagate vi sentite sicuri? La vostra privacy è a rischio? Solo un americano su cinque - dicono le carte del Pew Research Center - non prova un senso di insicurezza mettendo le sue informazioni in rete. Quasi la metà ha paura pure quando fa una semplice telefonata. Tutto comincia col Datagate, ma non finisce lì: le rivelazioni hanno già sconvolto l'opinione pubblica quando, nel gennaio 2014, il whistleblower punta il dito proprio sulla Mela: le carte rese pubbliche dal Der Spiegel dicono che Cupertino avrebbe collaborato con l'agenzia governativa americana consentendo che il software "dropoutjeep" accedesse ai dati dei telefonini. E arriviamo a oggi - o quasi, con la Cina che il 7 novembre dichiara gli iPhone una minaccia alla sicurezza nazionale: "Ci localizzano, rubano dati e mettono in pericolo la sicurezza nazionale", accusa un esperto dai microfoni della tv nazionale CCTV.
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La versione di Tim. La Apple nega tutto: negava di aver collaborato col governo quando il whistleblower soffiava sul fuoco del Datagate, nega oggi. Di più: oggi corre ai ripari. Decisamente più in ombra del suo predecessore Steve Jobs, Cook indossa l'abito del liberale e si gioca tutto su una parola: privacy. La privacy a cui dice di rinunciare: "Metto da parte la mia riservatezza per dire che sono gay, che sono fiero di esserlo, spero che la mia dichiarazione porterà conforto a chi lo è come me". La privacy, ancora una volta, in una dichiarazione pubblica: per dire che con lui, la nostra è al sicuro. Con iOS 8 non sarà possibile forzare i sistemi di protezione neppure su richiesta delle autorità, aveva già anticipato Cook.
Questione di fiducia. Ora mette tutti i puntini sulle i, perché - scrive - "anni fa chi navigava su internet ha iniziato a rendersi conto di una regola basilare: quando un servizio online è gratuito, non sei più il cliente: sei il prodotto. Ma Apple è convinta che si possa garantire un'esperienza d'uso eccellente senza sacrificare la privacy". La regola basilare, lo sa bene Cook l'americano e lo sa bene anche l'Europa, è che "l'economia digitale ha bisogno di fiducia per prosperare - parole della Commissione europea appunto - ma le rivelazioni di attività di sorveglianza mettono diffidenza nel comunicare i propri dati". Ecco perché Tim Cook prova a rassicurarci con una nuova lettera (la prima era stata scritta dopo il caso delle foto osé rubate da iCloud): se di fiducia si tratta, il mondo dei software gioca la carta del soft power.