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Google presenta Contributor, paghi per non vedere la pubblicità sul web

Google presenta Contributor, paghi per non vedere la pubblicità sul web
Si tratta di un servizio ancora in fase beta. Per partecipare, al momento, occorre un invito. Una volta ottenuto, sarà possibile usare il nostro account su Big G per versare una quota a uno dei siti che hanno aderito al progetto. Tra gli altri: Mashable, The Onion e ScienceDaily
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UN MODESTO contributo al mese, affidato alla nostra disponibilità economica: 1,2,3 dollari. Per avere Internet senza pubblicità, ovvero una Rete dove i nostri dati personali non saranno più venduti a inserzionisti pronti a perseguitarci ogni volta che apriamo una nuova pagina, o visitiamo un sito di news, con promozioni su misura. Al posto degli advertiser ci sarà, invece, un altro messaggio. Un semplice, e riconoscente: "Grazie". Chiaro, solo per chi ha deciso di scucire una piccola somma. Ci sta pensando Google, che proprio sugli ads ha costruito il suo impero. Un cambio di rotta? Chissà, però il motore di ricerca nelle scorse ore ha lanciato un nuovo servizio. Si chiama Contributor. "Un esperimento sui modi alternativi con cui finanziare il web", lo definiscono Larry Page e Sergey Brin nella pagina dedicata all'iniziativa. E aggiungono: "Oggi la maggior parte di Internet è pagata dalla pubblicità. Ma che cosa succederebbe se ci fosse un metodo per supportare direttamente le persone che creano i siti che visiti ogni giorno?".

In concreto: si tratta di un nuovo, potenziale, modello di business. Tutto da testare. Per partecipare, e liberarci dalle promozioni, al momento occorre un invito. Da richiedere iscrivendosi a un'apposita waitlist. Una volta ottenuto, sarà possibile usare il nostro Google account per versare una quota, a nostra scelta, a uno dei siti partner che hanno aderito al progetto. Una porzione del denaro, che non è stata precisata, andrà nelle casse di Big G. Mentre il resto servirà a coprire i costi della pubblicità che, fatto il pagamento, scomparirà come per magia dalla pagina che abbiamo deciso di sovvenzionare. "Una prova", precisa a Wired un portavoce della compagnia. "Per vedere non solo come funziona. Ma anche il livello d'interesse da parte del pubblico". Già, perché da una parte è vero: c'è una crescente consapevolezza relativa al problema della privacy online. Gli internauti odiano essere tracciati e ancor di più odiano le sponsorizzazioni mirate che stanno diventando sempre più pervasive, fino a diventare persino capaci di compromettere l'esperienza in Rete. Dall'altra, però, è anche vero che chi naviga non ama pagare per dei contenuti che, fin dalle origini, è abituato ad ottenere gratis. Un problema ben noto agli editori. Da qualche tempo impegnati in una comune battaglia: far capire ai loro utenti che buona parte degli articoli che leggono, o dei video che guardano, valgono qualcosa. E che, quindi, dovrebbero essere pagati. Anche per salvaguardarne la qualità.

Non a caso, l'azienda di Mountain View ha prima di tutto ingaggiato proprio alcuni publisher per valutare l'effettiva portata del servizio. In totale sono dieci e, tra gli altri, troviamo Mashable, Imgur, The Onion, ScienceDaily e Urban Dictionary. Come il mondo hi-tech ha reagito alla notizia? Qualcuno è entusiasta. "Google ricava la maggior parte dei propri introiti dalla pubblicità", dice Patrick Moorhead, analista a Moor Insights & Strategy. "Il fatto che stia testando un nuovo modello è affascinante". I partner di Big G "non tracceranno il comportamento dei loro contribuenti, però questo non cambia il fatto che qualunque altro sito web continuerà a farlo. È la cultura diffusa riguardante la collezione dei dati che sarà difficile da superare", annota invece il giornalista Issie Lapowsky. Ma c'è anche chi pensa che la mossa della compagnia sia, in realtà, una furbata bella e buona. Un modo per dimostrare che preferiamo tenere le promozioni, piuttosto che mettere mano al portafogli. Per cui sarebbe inutile, poi, lamentarsi se il prezzo da pagare - meno percepibile sul piano fisico ma non per questo meno salato - è una fetta considerevole della nostra riservatezza. Scrive su VentureBeat Gregory Ferenstein: "Google è molto smart. Sa che le migliori strategie di comunicazione sono quelle che parlano il linguaggio della scelta. Quando Contributor fallirà, come credo che farà, la compagnia potrà contestare le critiche sulle privacy: Google ha dato al pubblico la possibilità di scegliere, di fare fuori le ads, ma non sono state comprate".