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Accenture, la sfida del digitale per le imprese italiane

 Accenture, la sfida del digitale per le imprese italiane
Michele Marrone: "Il talent re-skilling, la cosidetta palestra delle nuove professioni, è cruciale"
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MICHELE Marrone è il responsabile Communications, Media and Technology per Italia, Europa centrale e Grecia per Accenture, la società di consulenza e direzione aziendale, servizi tecnologici e outsourcing più grande del mondo. Accenture si muove a 360° nel mondo dell'innovazione, opera con cinque aree di business, strategy, consulting, technology, digital e operations, in 45 diverse linee di business, come communication media e technology, software vendors, it player, network providers, aerospace e difesa, financial servicese, resources, energy e utilities, HPS health and public, il mondo del retail, distribuzione, trasporti, insomma tutto quello che si "muove" nel mondo delle aziende, piccole, grandi e enormi, circa 4000 clienti tra i quali ci sono 92 delle Fortune Global 100 e oltre tre quarti delle Fortune Global 500. E' ovvio che la frontiera digitale è quella sulla quale Accenture pone particolare attenzione e lo fa anche con i suoi Digital Accceleration Center, come quello di Roma, specializzato nella realizzazione di soluzioni innovative rivolte agli operatori del settore Communications, Media & Technology, un luogo dove aiutare le aziende a trovare soluzioni tecnologiche adatte ad accelerare il cambiamento digitale.

Il DAC di Roma può contare sulle competenze di più di trecento  professionisti impegnati su progetti in Italia e all'estero, che sostengono e spingono la trasformazione digitale delle aziende. E ovvio che Accenture sia oggi in una posizione privilegiata per osservare e comprendere il cambiamento in corso. E che Marrone abbia un punto di vista interessante sul "medioevo" digitale nel quale sono oggi le telecom, nel passaggio da un'era all'altra.

"Si, quello del medioevo è un paragone che condivido", dice Marrone, "siamo in una fase di cambiamento, trasformazione, noi la chiamiamo "digital rotation", Le telecom si trasformeranno sempre più in abilitatori di servizi digitali ad ampio spettro, siano essi forniti dall'operatore stesso o da altri attori dell'ecosistema. Questa trasformazione sta ponendo una fortissima pressione in termini di vere e proprie sfide che gli operatori devono affrontare, perché il mondo digitale sta rompendo le barriere preesistenti, perché si trovano a competere con attori e società che hanno modelli di business molto diversi. Ad esempio tra gli OTT player come Google, Yahoo!, Facebook, YouTube, Skype e una telecom c'è un mondo di differenza, anche come cultura interna, il mondo delle telecom nasce da ingegneria di prodotto strutturato, quello delle OTT è liquido in termini di impostazione e organizzazione nel mondo del lavoro.  La sfida è forte e tutti l'hanno colta, siamo appena agli inizi della trasformazione, e in questa le telecom devono configurarsi un nuovo ruolo, in un mondo in cui i servizi voce saranno bundle, dovranno pensare a come riuscire a mantenere un attrattività e un ruolo centrale, che devono continuare a giocare. Tutto cambia e tutto, ancora, cambierà"

Bene, qual è il vostro ruolo, allora, in questa trasformazione?
"Mi piace la definizione di ingegneri del cambiamento. Noi supportiamo, per definizione, il cambiamento. Dove c'è un cambiamento ci sono sfide e si giustifica il ruolo di che, come noi, mette insieme strategie consulenze, elementi digitali ma anche personali. Veicolare innovazione oggi vuol dire principalmente puntare sulle persone, nelle nostra TechVision il trend principali è "People First": il talent re-skilling, la cosidetta palestra delle nuove professioni,  è cruciale. Il nostro ruolo è abilitare una trasformazione sulle persone: se noi oggi guardiamo con attenzione, vediamo che il problema che hanno le telecom e più in generale i grandi player, e che gli uomini sono disallineati rispetto al digitale e noi ci occupiamo di questo, reindirizziamo la trasformazione infrastrutturale, architetturale, di piattaforme, andiamo a rivedere anche i processi, le modalità di lavorazione".

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrate?
"La cosa peggiore da affrontare è digitalizzare l'esistente, ripensare cose vecchie in maniera completamente nuova. Abbiamo per esempio acquisito qualche anno fa una web agency, Fjord, che era leader globale della customer interaction, il rapporto tra il cliente e il web, molto parte da lì, dalla semplificazione della user interface, è il primo passo che fa scatenare processi completamente differente: trasformare un operazione che impegnava trenta minuti in una da dieci, con meno intervento umano e più intelligenza artificiale o automazione, è un compito complesso nel quale noi accompagniamo i clienti nella trasformazione".

Certo è singolare il fatto che vi muoviate in ogni direzione e in ogni parte del mondo...
"Lavoriamo su tutte le industries, e anche per questo abbiamo in Italia un ruolo di innovatori. Abbiamo fatto partire dall'Italia anche una piattaforma sul mondo dell'IOT, ma allo stesso tempo siamo agganciati con altri centri Accenture nel resto del mondo. Siamo parte dell'ecosistema generale, essere alleati con Microsoft, Google o Huawei, significa accedere a tecnologie nuove, e ad elementi di innovazione che andiamo a portare sul campo".

Qual è la realtà italiana di Accenture?
"In italia siamo dodicimila persone, la cui età media è sotto ai trent'anni.  Mi permetto di aggiungere un dato significativo: assumiamo ogni anno, in maniera costante e netta, più di duemila persone. l'Italia è protagonista del percorso di innovazione che si articola nei centri di Research che individuano i trends, Ventures che si occupano di investimenti e Open Innovation, i LABS dedicati alla ricerca e allo sviluppo; i Liquid Studios (concentrati sulla frontiera come il fast prototype), i Delivery Centers che "concretizzano" i progetti per i clienti e i Digital Accelleration Centers. Il DAC di Roma è uno dei principali centri di focalizzazione sull'innovazione digitale, uno dei trend più importanti del momento, in cui è nata la soluzione AWS con cui, dall'Italia, sono stati implementati le piattaforme video di alcuni dei più grandi player nazionali e mondiali. Il tema dei talenti e delle risorse è un tema chiave per una società come la nostra, devi avere una workforce dinamica, c'è un modello di sviluppo dei talenti che è volto a questo tipo di obbiettivo. All'interno del personale non c'è un unico modello di gestione delle risorse, la parte legata al mondo della consulenza o business strategy è in linea con una società di consulenza, mentre quella più tecnologica è in linea con aziende tecnologiche. Lavoriamo sulle competenze, partiamo da questo è un elemento su cui si investe tantissimo, è il dna di questa azienda, abbiamo un ciclo di innovazione che parte dall'analisi del mercato e delle best practices, che vengono riportate in centri di innovazione e applicate ad altre industries generando altre idee, è un ciclo che parte dal mercato, elaborato e riportato sul mercato. L'altro tema dal punto di vista interno è che tendiamo ad avere strutture organizzative con modelli flessibili che cambiamo spesso: un organizzazione da noi non è stabile per molti anni, si segue l'evoluzione, dobbiamo per necessità essere sulla frontiera".

Il che significa essere "agnostici" rispetto alle nuove tecnologie, tutto può e deve essere interessante per voi?
"Si, siamo naturalmente asettici rispetto alle tecnologie, ma seguiamo i trend, tutto quello che si muove è per noi interessante. Lavoriamo in maniera fluida, anche al nostro interno, non abbiamo un quartier generale, il nostro management è distribuito nel mondo. il CFO è negli Usa, il CEO in Francia, il CIO in Belgio, i responsabili delle cinque aree sono in posti diversi, siamo di fatto virtuali il che ci rende anche più flessibili, ci offre la possibilità di testare continuamente cosa nuove e diverse. Il nostro modo di lavorare sarà sempre più testare e fallire con velocità piuttosto che incaponirsi su una convinzione. E poi l'open innovation, è un mondo che non possiamo gestire da soli, stiamo lavorando con alcuni players importanti, per abilitare sistema di innovazione aperta".

Come vede la situazione italiana? Si parla molto di innovazione, ma se ne fa abbastanza?
"No, non se ne fa abbastanza. Ma le cose sono in movimento, si respira davvero un'aria di cambiamento, un po' più di positività. I segnali di cambiamento ci sono, se vedo lo sforzo che viene fatto a livello di start up, di investimenti, vedo parecchio fermento. Dopodiché forse quello che bisognerebbe sviluppare è una visione di insieme che se rimane vincolata solo alla dimensione tecnologica è monca e non ha impatto sul mondo reale: il cambiamento e l'evoluzione delle persone conta quanto la rivoluzione tecnologica e questo elemento spesso non viene inquadrato, si parla di infrastrutture e non si parla di come abilitare queste discontinuità all'interno di grossi contesti aziendali e pubblici, è questo che andrebbe più sviluppato come tema, noi ogni anno facciamo una "tecnology vision", definiamo i trend che vediamo, uno di quelli di quest'anno è stato quello della digital workforce, la capacità di un'azienda anche pubblica di avere persone con capacità "liquide", che posso allocare a diversi progetti e contesti".