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Le domande fatte all’IA di Meta possono diventare pubbliche

Artur Widak/NurPhoto 

Negli Stati Uniti l’uso dell’assistente Meta AI porta con sé un potenziale problema di privacy: le (più assurde) richieste fatte dagli utenti possono finire visibili a tutti nell'app

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Negli Stati Uniti, gli utenti che utilizzano il chatbot di intelligenza artificiale di Meta — lanciato su piattaforme come Facebook, Instagram e nella nuova app autonoma Meta AI e a quanto il gruppo dichiara utilizzato da oltre un miliardo di utenti — potrebbero vedere le loro interazioni finire in una vetrina pubblica.

Questo perché molte delle richieste inviate all’assistente, davvero di ogni genere e tenore, vengono rese disponibili nella sezione “Discover”, dove chiunque può leggerle, senza che chi le ha scritte venga informato chiaramente o abbia la possibilità di impedirlo.

In concreto significa che domande anche sensibili o strettamente personali possono uscire dalla sfera privata della conversazione con l’IA (ma possiamo ancora definirla “sfera privata” se la raccontiamo a un’IA?) e comparire come esempi di interazione visibili a tutti, alimentando un archivio condiviso delle conversazioni con l’AI.

Il risultato? Una potenziale esposizione involontaria di dettagli intimi, dati riservati o richieste che, specialmente se decontestualizzate, possono apparire inappropriate o imbarazzanti.

Privacy a rischio: nessun avviso chiaro

Uno dei nodi principali è la mancanza di trasparenza: molti utenti non sanno che ciò che chiedono all’assistente AI di Meta può essere mostrato pubblicamente in quella sezione. Non c’è infatti un avviso esplicito che avverta al momento dell’invio né una modalità chiara per escludere la propria richiesta dalla potenziale esposizione nel feed della sezione Discover.

Nella pratica, una persona potrebbe chiedere consigli su relazioni complicate, sintomi di salute, problemi legali o riflessioni personali – inserendo nomi, dati, numeri personali - pensando di farlo in un’interazione privata o per meglio dire “protetta”, e ritrovarsi — senza volerlo — in una bacheca pubblica consultabile da tutti.

Non mancano naturalmente – come ha mostrato per esempio Wired US - segnalazioni di domande su sesso, religione, famiglia e lavoro comparse pubblicamente, alcune delle quali in modo esplicito, ingiurioso oppure offensivo.

Un sistema che può amplificare contenuti inaccettabili

Il problema non si limita naturalmente alla privacy. L’algoritmo che alimenta la sezione Discover sembra funzionare senza un filtro umano preventivo.

Questo comporta che domande potenzialmente dannose o discriminatorie — e persino contenuti oltre il limite dell’odio o dell’istigazione — possano essere mostrati e godere di ampia circolazione, normalizzando linguaggi tossici o violenti.

Nonostante Meta sostenga di applicare strumenti automatici per la moderazione è evidente che la piattaforma non è immune da falle.

In Italia (per ora) l’allarme è limitato

Al momento questi scenari possono verificarsi di fatto solo negli Stati Uniti, dove l'app Meta AI è disponibile con tutte le funzionalità. In Italia, invece, l’esperienza con l’app stand alone di Meta AI è ancora fortemente ridotta: l’unico modo per interagire con l’assistente è attraverso gli occhiali Ray-Ban Meta, e le funzioni sono ancora parziali.

Anche se non è da escludere che i prompt inseriti in Meta AI per esempio tramite WhatsApp, Messenger o Instagram possano imboccare la stessa strada. Tuttavia, è solo questione di tempo prima che l'app venga distribuita in forma completa anche nel nostro paese. Quando accadrà, le stesse dinamiche potrebbero replicarsi anche in Europa, con conseguenze legate alla protezione dei dati personali ancora più critiche, vista la normativa stringente del GDPR e tutti gli altri vincoli dei regolamenti sui servizi digitali.

Cosa può fare l’utente?

Meta dice che in realtà le impostazioni sono private di default. Un portavoce, Daniel Roberts, ha per esempio dichiarato in una nota inviata via email alla testata statunitense che le conversazioni degli utenti con Meta AI sono in realtà private, a meno che non si segua un processo in più fasi per condividerle nel feed Discover.

Tuttavia il gruppo non ha risposto alle domande su quali misure siano previste per evitare la condivisione di informazioni personali identificabili sulla piattaforma Meta AI. Insomma, il territorio è un po’ grigio – e d’altronde ciò che è spuntato su Discover non sembra del tutto frutto di una esposizione proattiva e consapevole - e mancano strumenti granulari per la gestione della privacy.

Anche la consultazione dei termini d’uso risulta poco chiara e dispersiva. Se un assistente diventa anche un motore “editoriale” o almeno contenutistico, capace di decidere cosa mostrare al pubblico, servono infatti nuove garanzie di controllo, trasparenza e consapevolezza.

In un post dello scorso aprile sul blog aziendale che annunciava l'app autonoma il colosso aveva scritto che “nulla viene condiviso nel tuo feed a meno che tu non scelga di pubblicarlo.” L’annuncio spiegava anche che gli utenti possono chiedere alla propria intelligenza artificiale di “ricordare alcune cose su di te” e di fornire “risposte più pertinenti alle tue domande attingendo alle informazioni che hai già scelto di condividere sui prodotti Meta, come il tuo profilo e i contenuti che ti piacciono o con cui interagisci”. A quanto pare, però, si sta andando molto oltre il perimetro previsto.