Davide Asnaghi reinventa i circuiti stampati con l’IA: “l’hardware è la culla del software”
di Eleonora ChiodaDa Meda a Hong Kong, da Shenzhen a Berkeley. Oggi a New York il 28enne ha fondato Diode Computers, è entrato in Y Combinator, e ha appena chiuso un round Serie A da 11,4 milioni di dollari guidato da Andreessen Horowitz. Sarà speaker all’Italian Tech Week
«Qualche tempo fa avevamo costruito un chip al silicio che poteva cambiare la vita di tante persone che non ci sentono. Compresa quella di mio nonno. Ma qualcosa è andato storto. Il circuito stampato su cui era montato non funzionava. E così cento dispositivi, bellissimi come diamanti incastonati su una montatura sbagliata, sono finiti nel cestino. Soldi e tempo buttati via. Questa per me è stata una wake-up call. Ho iniziato a chiedermi perché».
A 28 anni, Davide Asnaghi costruisce circuiti stampati con un nuovo approccio, usando l’intelligenza artificiale. E per farlo ha fondato Diode Computers a New York, è entrato in YCombinator – l’acceleratore più potente del pianeta – e ha appena chiuso un round Serie A da 11,4 milioni di dollari, guidato da Andreessen Horowitz.
Ingegnere biomedico, specializzato in elettronica, ha già alle spalle una vita intensa in giro per il mondo: partito da Meda (provincia di Monza e Brianza), ha studiato a Milano, Hong Kong, Shenzhen, Berkeley. Ora vive e lavora a New York. «Ho visto da vicino il problema dei circuiti stampati e capito che dovevamo muoverci». Da quel primo fallimento, parte Diode.
«Oggi costruiamo circuiti stampati per aziende nei settori della robotica, dell'aerospaziale e dei dispositivi medici. Usiamo intelligenza artificiale per la progettazione e per ottimizzare la fabbricazione». I circuiti stampati sono un po’ il sistema nervoso dei prodotti fisici. Ogni oggetto che processa dati – un telefono, un computer, un pacemaker – contiene elettronica. E oggi, con la domanda globale in forte crescita, c’è un bisogno crescente di ripensare il modo con cui questi componenti vengono progettati e prodotti.
La “wake up call”, come la chiama Davide, arriva mentre lavora a Chromatic. «Un’azienda bellissima nel settore biomedicale: crea chip al silicio da mettere negli apparecchi acustici. Sviluppare un chip al silicio è un lavoro difficile e che costa anche milioni di dollari. Noi siamo riusciti a svilupparlo in un anno e mezzo e ha funzionato immediatamente. Tuttavia, il circuito stampato su cui era montato non funzionava: era come avere un bellissimo diamante e non poterlo indossare. In quei giorni ho iniziato a pensare agli errori. E a quante innovazioni tecnologiche non vengono messe al mondo, quante tecnologie si bloccano per problemi di produzione».
Passione da sempre per le cose scientifiche, Davide fin dall'infanzia lavora con la piattaforma Arduino e costruisce dispositivi, smonta, monta, programma. Di Meda, una cittadina vicino a Milano, durante gli anni del liceo parte per uno scambio negli Stati Uniti: destinazione Minnesota. «La cittadina dove vivevo, Winona, non è molto più grande di Meda. Ma lì ha sede una Fortune 500 company. Mi sono innamorato di elettronica e fabbricazione vedendo i miei amici della High School lavorare in aziende come queste già a 16 anni…».
Rientra in Italia, finisce il liceo e si iscrive al Politecnico di Milano, dove si specializza in elettronica e svolge attività di ricerca presso il Dipartimento NeCST Lab, focalizzato sull’elettronica biomedicale. Vince una borsa di studio per un anno a Hong Kong. Lavora nei laboratori di ricerca nella vicina Shenzhen, la capitale mondiale della manifattura hardware. «In quegli anni ho capito quanto la Cina fosse anni avanti su varie tecnologie di fabbricazione per circuiti stampati».
Da Shenzen va a Berkeley con una borsa di studio della International House. Qui progetta protesi low cost stampate in 3D, pensate per bambini e musicisti. «Volevo costruire dispositivi che migliorassero davvero la vita delle persone».
Entra in Butterfly Network, azienda che fa ecografi portatili, e conosce Lenny Khazan, che all’epoca è un suo tirocinante, e che poi diventerà il suo socio in Diode.
Poi va in Apple, dove continua a lavorare su progetti hardware. Ma l’idea di risolvere quel problema non l’ha mai abbandonato. «Noi oggi abbiamo sviluppato un codice in open source per progettare circuiti e usando modelli di intelligenza artificiale riusciamo a servire molti clienti con un team piccolo.
Abbiamo preso delle idee che funzionano da decenni nel mondo del silicio e le abbiamo applicate al circuito stampato. Siamo cinque persone full time, il livello è alto. Gente che arriva da Android, Google, SpaceX, tutte persone che hanno costruito hardware in passato. La nostra tecnologia ci permette di moltiplicare i clienti con cui lavoriamo, aziende valutate tra i 4 e i 5 miliardi di dollari, fino alle aziende aerospaziali che rientrano nella classifica Fortune 100».
Perché hai questa grande passione per l'hardware?
«Il software è straordinario, ma per renderlo concreto serve l’hardware: la sua manifestazione fisica. L’hardware è la culla in cui il software prende vita. Per me è sempre stato affascinante, perché rappresenta la sublimazione dell’impulso creativo: è il momento in cui un’idea, nata dal codice, si trasforma in qualcosa di tangibile, che puoi vedere e toccare sulla tua scrivania. Questa capacità di dare forma concreta al pensiero astratto è una delle ragioni per cui sono profondamente innamorato della programmazione elettronica. E vorrei che Stati Uniti ed Europa siano capaci di fare hardware e di renderlo semplice cosi come fanno software».
Tornerai in Italia? «Mi piacerebbe tantissimo. L’elettronica in Italia funziona bene: Arduino produce ancora le sue schede a Ivrea, vicino a Torino, ma la maggior parte della produzione su larga scala avviene in Cina. Mi piacerebbe esplorare il settore. Torno spesso, tutta la mia famiglia è lì, e i miei nonni vivono sul lago di Como. Non ho ancora un ufficio in Italia, ma posso sognare che arrivi presto quel momento».
Qual è la lezione più importante che hai imparato? «Ho capito che le relazioni sono la cosa più importante per raggiungere grandi obiettivi. La parte tecnologica, in realtà, è solo il sottofondo delle relazioni umane che si costruiscono lungo il percorso. È qualcosa che ho sottovalutato a lungo, mi sono sempre concentrato direttamente sulla parte tecnica. Negli ultimi tempi, però, mi sono reso conto di quanto la capacità di ispirare le persone, comunicando in modo chiaro il motivo per cui ciò che stai facendo è utile, abbia un effetto enorme: polarizza, motiva e aumenta la rilevanza di ciò fai.
Guardando indietro, so che ho imparato molto a scuola e sul lavoro, ma ciò che sta facendo davvero la differenza sono le persone che ho incontrato in ogni tappa del mio percorso. Sono ancora in contatto con i miei compagni del Politecnico: uno lavora a Zurigo in Google ed è uno dei più grandi ricercatori nel campo delle reti neurali, verrà a trovarci a settembre. Una mia compagna del Politecnico lavora in Meta e, parlando con lei, stiamo iniziando ad approcciare Meta come potenziale cliente. Quando ero a Hong Kong ho conosciuto molte persone che oggi sono i miei contatti nella manifattura. Questa dimensione umana è estremamente preziosa ed è stato uno dei miei più grandi insegnamenti…».
E per le startup italiane?
«Aprire un’azienda richiede di sfruttare tutti gli unfair advantages possibili, cioè tutti quei vantaggi che ti rendono unico sul mercato. Nel mio caso, so che essere più tecnico che manageriale è molto più apprezzato negli Stati Uniti rispetto all’Italia, ed è un vantaggio che ho saputo sfruttare. C’è di più: conosco persone con aziende a New York che lavorano con ingegneri italiani, in media persone più intelligenti rispetto a quelli che trovi negli Stati Uniti, capaci di offrire un lavoro di alta qualità e spesso con stipendi inferiori. Queste aziende prosperano grazie ai loro team tecnici italiani. Hanno saputo sfruttare il vantaggio di tenere “il piede in due scarpe”».
Con Diode, Davide non sta costruendo solo circuiti, ma lo sta facendo in un modo nuovo. Questa volta, la montatura è quella giusta. E il circuito funziona. Intanto lo vedremo in Italia per l’Italian Tech Week, dove sarà speaker.