La Ue cambierà la legge sui cookie
di Vincenzo TianiPer i cookie si lavora a una soluzione che eviti la “consent fatigue”, il festidio dei banner che compaiono ogni volta che si accede a un sito
Da quando Mario Draghi ha presentato il suo report un anno fa, Bruxelles è in fermento e ciò che un tempo sembrava impossibile, di colpo è diventato probabile. Dopo cinque anni densi in cui hanno visto la luce nuovi regolamenti come l’AI Act, il Digital Services Act, il Digital Markets Act, il Data Governance Act e il Data Act, è ora tempo di rimettere mano alle vecchie norme, tra cui il GDPR, fino a oggi considerato intoccabile, e la Direttiva ePrivacy, sulle comunicazioni elettroniche che attende da anni un aggiornamento.
Cosa sono i cookie
Quest’ultima è una direttiva del 2002 poi aggiornata nel 2009 con le regole sui cookie, quei file che un sito o un’app invia al nostro telefono e che permettono sia ai siti di funzionare meglio, ricordandosi i prodotti che avevamo messo nel carrello anche se non avevamo proceduto con l’acquisto, sia di profilarci con la pubblicità basata sui nostri interessi.
Di rivedere la normativa sui cookie si parlò già ai tempi del GDPR, e un primo piano era proprio di approvare un nuovo regolamento nel 2018. Quel piano è naufragato definitivamente poco tempo fa, con l’abbandono definitivo di quella proposta dopo che per anni Parlamento, Commissione e Consiglio non hanno trovato la quadra sulle modifiche da fare.
Nuove sfide
Il mondo nel frattempo è cambiato, portando con sé nuove sfide. Privacy e concorrenza si sono intrecciati sempre di più, tanto che Google ha abbandonato quest’anno il suo progetto di un sistema senza cookie a cui lavorava da tempo. Un sistema del genere avrebbe sì ridotto il tracciamento da parte di terzi, favorendo la privacy degli utenti, ma avrebbe al tempo stesso tagliato fuori la concorrenza accrescendo il posizionamento di “gatekeeper” di Google nel campo della raccolta pubblicitaria.
In vista della proposta di dicembre cui sta lavorando, la Commissione ha annunciato una “call for evidence”, aperta fino al 14 ottobre, per ricevere commenti e suggerimenti su come alleggerire l’onere delle aziende quando devono applicare le norme sul digitale (data governance act, direttiva sugli open data e il regolamento sulla libera circolazione dei dati non personali), l’AI Act, ma anche le norme sui cookie e gli altri sistemi di tracciamento.
Per i cookie si lavora a una soluzione per evitare la “consent fatigue”, il fastidio del dover incontrare un banner ogni volta che si accede a un sito e di doverne accettare i cookie. Tra le varie proposte sul tavolo resta quella di concentrare il controllo dei cookie magari sul browser, anche se, come visto, questo potrebbe complicare la vita per le aziende che contano sui cookie per la loro pubblicità. Infatti, l’altro lato della medaglia su cui la Commissione sta lavorando, è quello di comunque favorire la circolazione e valorizzazione dei dati da parte delle imprese.
L’esempio inglese
Una possibilità potrebbe essere quella di seguire gli inglesi, che a giugno hanno approvato la loro tanto attesa riforma della normativa sulla protezione dei dati personali, che fino a quel momento rifletteva del tutto il GDPR, in quanto approvato quando il Regno Unito era ancora nell’Unione Europea. Tra le varie modifiche, che non includono niente di sconvolgente, c’è proprio quella di non mostrare affatto un banner quando il sito usa solo cookie tecnici, funzionali o per fini statistici, proposta che è stata avanzata anche dai danesi, che detengono per questo semestre la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea.
Secondo quanto riportato da Politico, alcune aziende propongono di spostare l’articolo sui cookie nel GDPR, in modo da poter utilizzare altre basi legali come il legittimo interesse, invece del solo consenso. La legge prevede al momento che i cookie per il marketing possono essere usati solo col consenso espresso dell’utente, che deve essere selezionato dallo stesso. L’idea sarebbe invece di legittimare una pratica che è stata adottata per qualche anno, per cui alcune aziende usavano i cookie di default, lasciando all’utente l’onere di disattivarli, non sempre in modo facile e immediato.
In attesa della decisione del Garante
Intanto, ad aprile il Garante ha lanciato la sua richiesta di suggerimenti sulla questione che riguarda l’uso dei cookie da parte dei giornali che chiedono il pagamento di un contributo economico a chi non vuole essere profilato, un modello economico che si è diffuso da tempo in Europa e sulla cui legittimità ancora non c’è stata una pronuncia unanime. Le proposte sono arrivate sul tavolo del Garante quest’estate, ma resta da vedere come l’Autorità troverà il giusto bilanciamento tra i diritti di utenti e dei giornali.