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ChatGPT ha lanciato il suo app store e vuole che sia qualcosa da non lasciare mai

OpenAI accelera la trasformazione del chatbot da assistente conversazionale a piattaforma integrata. Ecco perché è un passaggio chiave nella strategia di OpenAI

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Con il lancio ufficiale della App Directory di ChatGPT, OpenAI introduce un nuovo livello di estendibilità all’interno del suo chatbot. Non si tratta più soltanto di plugin o integrazioni isolate ma di vere e proprie app native che vivono dentro l’interfaccia conversazionale e che possono essere scoperte, abilitate e utilizzate dagli utenti in modo continuativo, ma pure disconnesse quando questi preferiscano.

L’idea è che ChatGPT non sia solo uno strumento che risponde ma un ambiente in cui le risposte si trasformano nel caso in operazioni. L’antipasto era arrivato al DevDay del gruppo, all’inizio dello scorso ottobre, con la disponibilità dei primi servizi, che stanno man mano raggiungendo altri mercati, da Spotify a Canva passando per Booking.com.

Come funziona l’app store di Openai e Chatgpt

Il cuore tecnico di questa evoluzione è naturalmente l’Apps SDK, il kit di sviluppo che consente ai developer di costruire applicazioni capaci di interagire con ChatGPT in maniera strutturata. Le app possono collegarsi a servizi esterni, interrogare database, gestire file, avviare ricerche approfondite o sincronizzare informazioni, il tutto mantenendo il filo del dialogo in linguaggio naturale con l’utente. In questo modo l’azione non interrompe la conversazione ma ne diventa una naturale estensione. Almeno, questo è l’obiettivo annunciato dal gruppo di Sam Altman, vedremo se funzioneranno davvero.

Un aspetto centrale è l’uso del Model Context Protocol (MCP), uno standard open source per collegare applicazioni di intelligenza artificiale a sistemi esterni introdotto da Anthropic nel novembre 2024, che definisce come le app comunicano con il modello e come ricevono il contesto necessario per operare. Grazie a questo protocollo, le applicazioni possono comprendere meglio l’intento dell’utente, agire in modo coerente con quanto emerso nel dialogo e restituire risultati che non appaiono troppo esterni ma appunto il più possibile integrati nell’esperienza ChatGPT.

La Memoria di ChatGPT rappresenta un altro elemento chiave. Le applicazioni che verranno rese disponibili nella sezione dedicata potranno sfruttarla, laddove consentito, per personalizzare il comportamento in base alle preferenze o alle informazioni già note sull’utente. Questo apre la strada a esperienze più continue e meno frammentate - dalla produttività alla ricerca, fino ai servizi legati all’intrattenimento o allo shopping - senza dover ripetere ogni volta contesto e istruzioni.

Come funziona la selezione delle applicazioni

Dal punto di vista degli sviluppatori, OpenAI ha formalizzato un processo di candidatura e revisione. Possono inviare app gli sviluppatori verificati sulla piattaforma OpenAI fornendo metadati per la directory, istruzioni di test, impostazioni di disponibilità geografica e dettagli sull’integrazione tecnica. Ogni app verrà poi sottoposta a una fase di controllo prima della pubblicazione e il suo stato è tracciabile direttamente dalla dashboard per sviluppatori.

Nella directory, spiega The Verge, iniziano a comparire anche integrazioni con servizi consumer già noti, che mostrano il potenziale del nuovo modello. Applicazioni legate alla musica, alla ricerca immobiliare o alla consegna di cibo permettono di passare dal suggerimento all’azione senza uscire dalla chat. Per esempio esplorare contenuti, selezionare opzioni e finalizzare un’operazione direttamente all’interno della conversazione. Le app potranno essere lanciate menzionandole nel corso della conversazione con @, oppure selezionandone dalla sezione riservata.

Sul fronte economico, OpenAI mantiene per ora un approccio piuttosto prudente. “In questa fase iniziale, gli sviluppatori possono rimandare dalle loro app su ChatGPT ai propri siti web o alle app native per completare le transazioni di beni fisici – ha spiegato OpenAI in una nota - stiamo esplorando ulteriori opzioni di monetizzazione nel tempo, inclusi i beni digitali, e condivideremo maggiori dettagli man mano che capiremo come sviluppatori e utenti costruiscono e interagiscono con l’ecosistema”. Dal gruppo, che presto potrebbe ricevere un investimento da 10 miliardi di dollari da parte di Amazon, lasciano dunque intendere che l’ecosistema delle app potrebbe in futuro includere modelli di business dedicati pur senza forzare subito una struttura commerciale rigida. La priorità sembra essere – e non potrebbe che essere così - la crescita dell’ecosistema e la sperimentazione di nuovi casi d’uso.

Quanto alla privacy, “le app devono rispettare le policy di utilizzo di OpenAI, essere adatte a tutti i pubblici e conformarsi ai termini di servizio delle terze parti quando accedono ai loro contenuti. Gli sviluppatori devono includere un’informativa sulla privacy chiara per ogni app inviata e sono tenuti a richiedere solo le informazioni strettamente necessarie al funzionamento dell’app” scrivono dall’azienda. “Quando un utente si collega a una nuova app, indicheremo quali tipi di dati possono essere condivisi con la terza parte e metteremo a disposizione l’informativa sulla privacy dell’app per la consultazione. Gli utenti restano sempre in controllo: possono disconnettere un’app in qualsiasi momento e, così facendo, l’app perde immediatamente l’accesso ai dati”.

Il passaggio strategico è insomma chiaro. ChatGPT non è più soltanto un’interfaccia per interrogare un modello linguistico ma una piattaforma sulla quale costruire servizi che in futuro saranno ben più complessi e articolati in diversi passaggi (del tutto spontanei per gli utenti) di quanto questo primo app store lasci immaginare. Un’evoluzione che avvicina sempre di più il prodotto alla logica degli store applicativi tradizionali pur mantenendo come elemento centrale l’inevitabile interfaccia conversazionale.