Uno scontro tecnologico. Ideologico. E con buona probabilità a breve anche politico. Quello che si è aperto tra Cloudflare e Agcom è un fronte complesso. Che riguarda le basi stesse di Internet. La neutralità della rete. Il diritto d’autore. La sorveglianza, la privacy. Ma anche questioni più ampie, che riguardano il nuovo corso degli Stati Uniti, il ruolo dei colossi tecnologici a supporto del nuovo ruolo che l’America vuole ritagliarsi nel mondo, la loro scarsa propensione ad accettare compromessi con altre nazioni, altre giurisdizioni, altri regolamenti, in nome di una libertà d’azione pretesa anche con minacce, accuse, chiamata alle armi.
Breve cronologia dello scontro tra Agcom e Cloudflare
Dall’inizio. Nel 2023 nasce la legge “Anti Pezzotto”, in Gazzetta la 93/2023. È la legge che introduce in Italia il Piracy Shield, lo scudo anti pirateria che ha l’obiettivo di bloccare i siti pirata entro 30 minuti dalla segnalazione dei titolari dei diritti degli eventi sportivi trasmessi. Lega serie A, Sky, Dazn. Chi li deve bloccare? I fornitori di rete come Tim, Vodafone, Fastweb. Ma soprattutto le aziende che gestiscono i sistemi di traduzione dei nomi dei siti. Quei servizi che fanno in modo che quando si digita il nome di un sito, il nome viene tradotto in una stringa di numeri. Ciò che fa funzionare davvero internet. In pratica, i fornitori di DNS (Domain name system, l’elenco telefonico di Internet). Google e Cloudflare soprattutto.
A febbraio 2024 c’è l’avvio operativo. Lo scudo entra in funzione. Cominciano i primi blocchi. Ma anche le prime rimostranze dei colossi tecnologici Usa chiamati in causa. A maggio dello stesso anno Google, dopo iniziali resistenze, avvia una sperimentazione tecnica con Agcom. Accetta di collaborare "deindicizzando” i siti e filtrando questi “numeri” DNS per gli utenti italiani se usavano il loro servizio. Nel decreto Omnibus dello stesso anno viene introdotto anche un inasprimento delle pene per chi non si adegua alla richiesta di collaborazione delle autorità italiane. Cloudflare non lo fa. Alla richiesta dell’autorità di diventare un braccio operativo del Piracy Shield ha sempre risposto picche.
Ma cosa chiede di fare l’autorità? Agcom chiede a Cloudflare (e altri) di configurare il suo servizio in modo che quando un utente cerca un sito pirata (digitando ad esempio “sitopirata.it”) il sistema non restituisce l’indirizzo reale dietro quel nome, ma dà un errore. Ma soprattutto molti siti pirata usano Cloudflare come scudo per nascondere il proprio indirizzo IP (Internet protocol, la carta di identità dei siti su internet), e proteggersi. Agcom chiedeva quindi di smettere di nascondere l’identità dei servizi illegali, di identificare e rimuovere i clienti che utilizzavano i loro servizi per scopi di pirateria e fornire i dati di questi soggetti alle autorità per permettere alla magistratura di rintracciarli.
Le richieste del Tribunale di Milano ignorate da Cloudflare
A ottobre 2024 il tribunale di Milano impone a Cloudflare, pur non essendo basato in Italia, di seguire gli ordini dell’autorità per le telecomunicazioni. Di eseguire gli ordini di Agcom insomma. E di adottare una serie di misure per impedire l’uso anonimo dei suoi DNS da parte di chi fa pirateria.
Cloudflare ignora l’ordine. La multa dell’Agcom (14 milioni) è l’epilogo di questa vicenda. Tre anni di legge italiana di fatto ignorata dal colosso di internet americano. Se si è arrivati alla multa è per via di un’ottemperanza a un ordine del giudice deciso in base alla legge italiana.
L’accusa del ceo di Cloudflare e un’immagine che racconta bene la posta in gioco
Ma le leggi nazionali, specie se di paesi europei, sono diventate oggetto di scontro. Di dileggio da parte dei grandi capi dei colossi tecnologici Usa. Una volta ricevuta la multa, l’amministratore di Cloudflare, Matthew Prince, ha scritto una lunghissima accusa all’Agcom su X.com. Ha minacciato di rimuovere i propri server dalle città italiane. Di bloccare i piani di espansione in Italia. Di far saltare gli accordi per la protezione cyber delle Olimpiadi di Milano-Cortina (gratis, l’azienda ha offerto protezione da attacchi hacker di tipo DDOS).
Una lunga serie di accuse e minacce che hanno trovato il sostegno della stragrande maggioranza della comunità tech americana (e italiana). Ma soprattutto l’appoggio del vicepresidente Usa, JD Vance, e di Elon Musk. Il primo dice che l’accusa di Prince è fondata ed è un “problema di commercio sleale che minaccia i valori democratici”. Il secondo ha usato la vicenda per corroborare la sua tesi che l’Europa è un continente in mano a una élite burocratica da abbattere. Prince ha adornato il suo post con un’immagine generata da Grok. Un guerriero brandisce uno scudo e una bandiera davanti il Colosseo. Intorno a lui immagini stilizzate di burocrati cercano di ostacolarlo. Sulla bandiera brandita dal guerriero, una scritta: Open Internet.
Lo scontro da tecnologico diventa ideologico: la posta in gioco e il futuro di internet
È quel post (e quell’immagine) che sposta immediatamente lo scontro dal piano tecnologico (Cloudflare non ha censurato alcuni siti) a ideologico (Cloudflare non accetta di censurare dei siti se chiesto da autorità nazionali). Dietro il rifiuto di Cloudflare c’è il tema che se accetta la richiesta italiana, creerebbe un precedente. In base alle leggi europee sul digitale almeno (DSA e DMA) altre nazioni europee potrebbe chiedere a Cloudflare di fare lo stesso, bloccare siti, spegnere DNS.
E cosa accadrebbe se la richiesta arrivasse da un Paese autoritario? Una dittatura, o un governo che vuole ostacolare il dissenso?
Cloudflare offre il DNS (1.1.1.1), usato globalmente per la privacy. Inserire blocchi "italiani" nel loro sistema globale è tecnicamente complesso e, secondo l'azienda, mina l'integrità della rete. Cloudflare si considera un "trasportatore neutrale" (come una società elettrica o idrica). Sostiene che non spetti a un fornitore tecnico decidere cosa sia legale o meno senza un ordine specifico di un giudice per ogni singolo caso.
Lo Stato italiano cerca di difendere un'industria che vale miliardi di euro e che vede nel "pezzotto" una piaga sociale ed economica (2 miliardi di danni stimati e impatto sul PIL).
Matthew Prince ha dichiarato che le vendite di Cloudflare in Italia nel 2024 sono state di circa 8 milioni di dollari (poco più di 7 milioni di euro). Circa lo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Accettare di modificare l'architettura globale del proprio servizio (DNS 1.1.1.1) per un mercato che rappresenta così poco per il suo fatturato è considerato un rischio troppo alto per l'integrità tecnologica dell'azienda. Ma soprattutto aprirebbe le porte ad altre richieste analoghe.
Tecnologia che diventa arma politica e un mix di elementi esplosivo
Qui si inserisce il tema ideologico. Un timore legittimo da parte dei difensori della rete libera e senza restrizioni. Ma che si scontra con la necessità degli stati di avere leggi a tutela di se stessi, del copyright, dei diritti, del lavoro delle persone e delle aziende che lavorano in un territorio, in una nazione. Internet è stato pensato per non avere barriere né confini.
Ma non è detto che debba per forza essere così per funzionare. Lo dimostrano gli ultimi anni e la progressiva balcanizzazione della rete. Lo dimostrano le svolte politiche degli ultimi governi in Occidente, dove si sta assistendo a una curiosa, per certi versi inedita, convergenza tra colossi tecnologici e politica. Tutti ingredienti che rendono il cocktail esplosivo. E gli effetti potrebbero essere molto più grandi della questione Agcom Cloudflare, destinata forse solo a essere miccia di qualcosa più grande.