USA, il Dipartimento per la sicurezza interna chiede a Meta e Google i nomi di chi contesta l’ICE
di Simone CosimiSotto accusa la libertà d’espressione online: centinaia di mandati a Google, Meta e altre piattaforme social per identificare gli utenti critici verso le attività violente dell’agenzia federale di immigrazione che fa capo al DHS
Negli Stati Uniti è esplosa una nuova controversia che tocca direttamente libertà di parola, sorveglianza governativa e potere delle piattaforme digitali: il Dipartimento della Sicurezza Interna (Department of Homeland Security, DHS), l’agenzia federale che sovrintende tra le altre la famigerata Immigration and Customs Enforcement (ICE) protagonista di violenze e soprusi in tutto il paese, ha inviato centinaia di mandati amministrativi alle principali società tecnologiche tra cui Google, Meta, Reddit e Discord. L’obiettivo? Chiedere dati identificativi di utenti social che hanno criticato, criticano o monitorano proprio l’operato dell’ICE. La vicenda aggiunge naturalmente un inquietante tassello al già complicato puzzle di allarmi tra popolazione, attivisti dei diritti civili e osservatori digitali per le possibili implicazioni sui diritti costituzionali e sulla privacy.
Che tipo di richieste ha inviato il DHS
Le richieste in questione non sono mandati giudiziari ordinari: si tratta di cosiddetti subpoena amministrativi, strumenti legali che il DHS può emettere senza previa autorizzazione di un giudice per ottenere dati da società private. Negli ultimi mesi, per esempio secondo il New York Times, l’agenzia ha usato questa facoltà per inviare a Google, Meta (che controlla Facebook, Instagram e altri servizi), Reddit e Discord centinaia di documenti formali in cui si chiedono nomi, indirizzi email, numeri di telefono e altre informazioni associate ad account che “tracciano o criticano” l’ICE o condividono aggiornamenti sulle operazioni dell’agenzia.
Vale la pena approfondire cosa siano i subpoena amministrativi nel contesto giuridico statunitense. Si tratta di richieste formali di informazioni o documenti, cioè citazioni amministrative, emesse direttamente da un’agenzia federale nell’ambito dei propri poteri investigativi. A differenza dei mandati giudiziari, come detto non richiedono l’autorizzazione preventiva di un giudice ma possono imporre a persone o aziende di consegnare dati, registri o testimonianze rilevanti per un’indagine. Sono previsti da specifiche leggi che attribuiscono tali poteri alle agenzie proprio in materia di sicurezza nazionale, immigrazione o anche concorrenza. Il destinatario può contestarli in tribunale ma in assenza di opposizione valida deve conformarsi alla richiesta.
Tornando alla vicenda recente, le piattaforme non sono legalmente obbligate a consegnare questi dati. Tuttavia fonti governative e interne alle aziende citate dal quotidiano statunitense sostengono che alcune richieste siano già state soddisfatte, con la consegna di informazioni identificative. In altri casi gruppi come Reddit e Discord avrebbero invece notificato la richiesta gli utenti coinvolti, dando loro un periodo (in genere 10–14 giorni) per opporsi al mandato davanti a un tribunale prima di conformarsi. Scaricando dunque la palla su di loro. Google ha dichiarato che, quando riceve una richiesta, il suo processo di revisione è concepito per “proteggere la privacy degli utenti mentre si soddisfano gli obblighi legali” e che i dati vengono condivisi solo quando è giuridicamente richiesto o non è possibile informare gli utenti in anticipo. Che significa un po’ tutto e niente.
Perché queste richieste sono così controverse
Le critiche alle azioni del DHS arrivano soprattutto dagli esperti di diritti civili e dalle organizzazioni per le libertà individuali. Secondo Steve Loney, avvocato senior della American Civil Liberties Union (ACLU), l’uso massiccio di subpoena amministrativi rappresenta “un livello completamente diverso di frequenza e mancanza di responsabilità” da parte dell’agenzia, estendendo strumenti precedentemente impiegati principalmente in indagini su crimini gravi a un contesto di sostanziale monitoraggio dell’opinione politica e dell’attivismo online. Ma anche della più elementare libertà d’espressione. Una mossa che d’altronde ben si lega con quanto avverrà presto per i viaggiatori stranieri dei paesi coperti dall’Esta, l’autorizzazione elettronica che solleva appunto da un visto vero e proprio, fra cui l’Italia: a breve occorrerà segnalare obbligatoriamente i propri profili social.
Questo approccio allarma perché può intaccare ciò che da decenni è considerato un pilastro della democrazia negli Stati Uniti: il diritto all’espressione anonima online. Molti degli account presi di mira non avevano infatti un nome reale associato e spesso diffondevano informazioni o analisi critiche sulle operazioni dell’ICE, soprattutto in seguito a episodi gravissimi come quelli avvenuti nelle scorse settimane a Minneapolis. Oppure si tratta di account messi in piedi da gruppi di vigilanza comunitaria o appunto da singoli cittadini per pubblicare avvisi in tempo reale - spesso chiamati "ICE alerts" - per informare le comunità immigrate locali sulla presenza di agenti federali nei quartieri, nelle stazioni della metropolitana o nei luoghi di lavoro.
A detta dell’ACLU e di altri sostenitori dei diritti digitali, la possibilità che una persona venga identificata da richieste governative semplicemente per aver criticato o documentato le attività di un’agenzia federale potrebbe naturalmente innescare un effetto deterrente sulla libertà di espressione. "Il dipartimento è impegnato a far rispettare le leggi della nostra nazione e a garantire la sicurezza del nostro personale" - ha invece dichiarato il DHS in una nota - non commenteremo su specifiche indagini in corso".
Il ruolo delle piattaforme digitali
Le Big Tech che spesso si riuniscono ai banchetti del presidente Trump si trovano così nel mezzo di un conflitto di interessi: da un lato, sono obbligate a rispettare richieste legali legittime. Dall’altro, sono sotto pressione per difendere i diritti alla privacy e all’anonimato dei loro utenti, aspetto su cui fanno leva nella loro comunicazione e nel loro business. Google ha pubblicamente affermato di valutare ogni richiesta e di opporsi a quelle che ritiene eccessive o troppo generiche, informando gli utenti quando possibile. Meta, Reddit e Discord hanno invece adottato approcci meno trasparenti nelle dichiarazioni pubbliche, con alcune che hanno preferito non commentare dettagli specifici sulle risposte ai mandati. Insomma, almeno pubblicamente non si sbilanciano.
La dinamica è inquietante perché naturalmente si inserisce in un contesto più ampio in cui gli strumenti di sorveglianza - da software di riconoscimento facciale usati nelle strade e nei luoghi privati e pubblici a database di identificazione - sono già al centro di duri dibattiti. In passato pagine e progetti digitali come ICE List - un database che raccoglieva informazioni su presunti agenti dell’ICE - sono stati oggetto di blocchi e rimozioni su piattaforme come Facebook e Instagram, suscitando ulteriori polemiche sul confine tra informazione pubblica, sicurezza e censura.
I rischi per il Primo Emendamento e il dibattito pubblico
Nel cuore della controversia c’è un tema fondamentale: fino a che punto lo Stato può intervenire per identificare chi critica le sue politiche? Attivisti e difensori costituzionali temono che l’uso estensivo di subpoena amministrativi possa segnare una nuova frontiera di sorveglianza, in cui la distinzione tra indagine su reati effettivi e costante repressione di dissenso politico si fa sfumata. La possibilità di rivelare l’identità di chi esercita una forma di attivismo digitale – perfino se anonimo - rischia di indebolire protezioni storiche come il diritto all’espressione anonima garantito dal Primo Emendamento della Costituzione statunitense. “Il governo si sta prendendo più libertà di quanto facesse in passato - ha dichiarato Steve Loney, avvocato senior con funzioni di supervisione all’American Civil Liberties Union della Pennsylvania, al NYTimes - è un livello completamente diverso per frequenza e mancanza di responsabilità”.