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Cos’hanno di speciale le scarpe che hanno corso la maratona di Londra in meno di due ore

L’impresa del keniota Sebastian Sawe passa anche dalla tecnologia racchiusa nelle Adidas Adizero Adios Pro Evo 3, indossate per la prima volta in gara. Perché sono così innovative e in quale misura hanno contribuito a un record storico? Lo abbiamo chiesto a chi ha seguito lo sviluppo di queste calzature da molto vicino

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Le scarpe da running più fotografate degli ultimi tempi non sono per tutti. Costano 500 euro. Pesano 97 grammi.

Si chiamano Adizero Adios Pro Evo 3, le produce Adidas, e sono destinate ad atleti professionisti che possono spingersi oltre i limiti. Come Sabastian Sawe, che il 26 aprile scorso le ha indossate per correre la maratona di Londra in poco meno di due ore, per la prima volta nella storia di questo sport.

Il fatto che Sawe le abbia alzate al cielo come fossero un trofeo, dopo aver tagliato il traguardo, non è casuale. Il contributo delle calzature al suo record è stato importante, se non essenziale.

Lo sappiamo perché nella maratona di Londra le Adizero Adios Pro Evo 3 sono state usate anche da chi inseguiva Sawe: dal secondo (anche lui sotto le due ore), dal quarto e dal quinto in classifica nella maratona maschile. Nella competizione femminile, la prima classificata Tigst Assefa indossava le stesse scarpe Adidas. Anche lei ha fissato il nuovo record del mondo.

Tigst Assefa 

Per Patrick Nava, general manager dell’area di Adidas dedicata alla corsa, “rompere quel muro non era il fine ultimo, ma un mezzo”. “L'obiettivo - ha aggiunto l’ingegnere italiano - restava creare la calzatura più rapida”. Con Nava abbiamo parlato della tecnologia che accompagna questa missione.

Cosa rende davvero speciali le Adizero Adios Pro Evo 3?

“Dal punto di vista puramente ingegneristico, parliamo della scarpa da maratona attualmente più veloce al mondo. Siamo riusciti a migliorare la running economy dell’1,6% [ovvero l’efficienza energetica della corsa, cioè quanta energia un atleta consuma per mantenere una certa velocità, ndr] passando dalla Evo 2 alla Evo 3. Può sembrare una percentuale minima, ma quando si compete sui margini estremi della maratona, quel valore si traduce in secondi o addirittura minuti guadagnati sul traguardo. È la prima "super scarpa" a scendere sotto la barriera dei 100 grammi”.

Essere leggeri è un vantaggio ovvio per la performance, ma come si ottiene un risultato simile senza sacrificare la stabilità?

“Abbiamo innanzitutto lavorato sulla suola: abbiamo rimosso ogni grammo di gomma che non fosse strettamente necessario, pur garantendo una trazione impeccabile per la sicurezza degli atleti [cioè la capacità della scarpa di aderire al terreno evitando scivolamenti, ndr]. La suola esterna è composta da soli 0,5 millimetri di gomma Continental, un materiale ad alta resistenza all’usura e con elevato grip, abbinata al GCPU sul tallone [una variante di poliuretano colato, cioè un materiale plastico liquido che viene versato in uno stampo per ottenere una struttura precisa, resistente e relativamente leggera, ndr]. insieme queste due componenti pesano appena 8 grammi”.

Oltre alla suola, dove siete riusciti a intervenire per alleggerire ulteriormente la struttura?

“Sull’intersuola. Abbiamo rivoluzionato completamente la composizione chimica della schiuma, riuscendo a ridurre il peso del 50% rispetto al precedente modello Evo 2, che era già considerata una scarpa estremamente leggera”.

E per quanto riguarda la spinta?

“Questa è l'altra grande innovazione, legata all’evoluzione degli EnergyRods [strutture rigide inserite nell’intersuola, spesso in fibra di carbonio, che funzionano come leve sotto il piede per rendere la spinta più efficiente e restituire parte dell’energia a ogni passo, ndr ]. Noi non utilizziamo una piastra unica; siamo passati da cinque elementi che ricalcavano le dita del piede a soli due [in corrispondenza di alluce e mignolo, ndr]. Questa evoluzione ci permette di ottenere due risultati: da un lato togliamo peso eliminando tre "dita", dall'altro creiamo lo spazio per inserire la massima quantità possibile di schiuma sotto il piede. È questo che garantisce il miglior equilibrio tra ammortizzazione e ritorno di energia, i due fattori chiave per correre più forte e più a lungo”.

Le Adizero sono scarpe "one-shot" da usare una sola volta, o possono affrontare più maratone?

“C'è un equivoco di fondo. Spesso si confonde il concetto di "creata per la maratona più veloce" con "capace di durare solo una maratona". Questa scarpa non è progettata per coprire 700 chilometri, ma non perché non possa arrivarci, semplicemente perché la durata chilometrica non è la sua missione. È come acquistare un’auto da corsa e valutarla in base alla capienza del bagagliaio per andare in vacanza: non è quello il suo scopo. Una volta assicurata la tenuta per la gara e per il periodo di acclimatazione che la precede, la nostra missione è compiuta. Abbiamo atleti che continuano a usarle con ottimi risultati per centinaia di chilometri, ma molto dipende dal peso del corridore, dalla falcata e dalla superficie. Se qualcuno decide di usarle per una camminata sulle Dolomiti e poi si lamenta per un foro nella suola, deve capire che non sono state concepite per quel contesto”.

Quanta parte del record fissato a Londra da Sebastian Sawe attribuirebbe all'atleta, e quanta alla scarpa?

“L’atleta resta sempre il protagonista assoluto, colui che corre e fatica. Il nostro ruolo è fornire strumenti, non solo le scarpe ma anche l’abbigliamento tecnico, che contribuiscano alla performance. In laboratorio abbiamo misurato che la scarpa, isolata dal resto, riduce il consumo di ossigeno a parità di velocità e distanza dell’1,6%. Nel caso specifico di Sebastian, questa risposta era persino superiore; lui è un atleta che reagisce in modo straordinario alla Evo 3. Tuttavia, è impossibile dare una percentuale fissa il giorno della gara: in primis conta l’uomo, noi ci limitiamo a massimizzare il potenziale”.

Queste frontiere tecnologiche resteranno un’esclusiva per l’élite o sono trasferibili al consumatore medio?

“Assolutamente sì. Proprio come accade in Formula 1, molti elementi tecnologici nascono come studi di concetto per poi essere trasferiti sui modelli di serie. Ad esempio, a settembre lanceremo un modello molto più "democratico" e accessibile che erediterà diverse innovazioni viste in questa scarpa, in modo che siano alla portata anche del corridore medio”.

Patrick Nava, GM Adidas running 

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando ogni settore. In che modo ha contribuito allo sviluppo di queste scarpe e cosa promette per il futuro?

“Utilizziamo l'IA già da tempo, dal design al marketing, fino ai test virtuali e alla ricezione dei feedback. Anche se per un prodotto di nicchia come questo il parere diretto dell’atleta resta fondamentale, l’IA ci permette di analizzare l'enorme mole di dati in nostro possesso per scoprire correlazioni che ancora non conosciamo. È un campo dalle potenzialità immense”.

L’IA generativa ci permette oggi di "dialogare" con archivi immensi. Se potesse rivolgere una domanda direttamente ai dati che costituiscono questa scarpa, cosa chiederebbe per migliorarla ulteriormente?

“Mi concentrerei sulla geometria. Durante i test in laboratorio, applichiamo moltissimi sensori sulla scarpa. In passato, spettava agli scienziati analizzare manualmente questi flussi. Oggi, dando in pasto i dati a una macchina, possiamo simulare milioni di iterazioni geometriche. Potrei chiedere: "Cosa succede se spostiamo il punto di rocker [la curvatura accentuata della suola, soprattutto nella parte anteriore, che facilita il passaggio dal contatto al distacco del piede rendendo la falcata più fluida ed efficiente, ndr] due millimetri più avanti o più in alto?". Questo ci permette di arrivare a risultati migliori in tempi infinitamente più rapidi”.

Esiste ancora un margine tecnologico da esplorare senza infrangere le regole della World Athletics o alterare l’equità sportiva?

“Noi operiamo rigorosamente entro i limiti costruttivi imposti dalla federazione. All'interno di quel perimetro, cerchiamo di spingerci sempre oltre. Per noi la fine di una gara coincide con l’inizio della successiva: stiamo già lavorando alle prossime due o tre iterazioni della Evo 3. Non credo esista un vero traguardo finale in termini di innovazione”.

Qual è invece il senso di progettare calzature per esseri umani in un’epoca in cui i robot possono stabilire record fisicamente impossibili per noi?

“Il superamento di un record non è solo una dimostrazione di ciò che può fare un corpo, ma soprattutto di ciò che può raggiungere la mente. Le barriere esistono per essere infrante, ed è proprio l’impatto emotivo di questo sforzo a essere insostituibile. Una corsa fatta dalle macchine non susciterà mai la stessa reazione in un essere umano; manca la componente empatica”.

Adidas potrebbe mai produrre una scarpa per un umanoide? Avrebbe senso per voi?

“Non escludo che ci stiamo già lavorando. Come grande azienda, abbiamo il privilegio di poter investire in esperimenti e ricerche che non hanno necessariamente un riscontro commerciale immediato”.

C’è stato un prototipo o un esperimento che, nonostante le grandi aspettative, non ha funzionato?

“Dipende da cosa intendiamo per "non funzionare". Ci sono stati modelli tecnologicamente validi che non hanno incontrato il favore del mercato. Se invece guardiamo al processo evolutivo della Evo, ogni versione precedente alla 3 potrebbe essere considerata un "fallimento" perché non era ancora perfetta. In realtà, ognuna delle venti iterazioni precedenti ci ha insegnato qualcosa di fondamentale per arrivare al risultato attuale. È un progresso costante, fatto di piccoli guadagni marginali”.