"Lo smartphone oggi è come Times Square: un bombardamento di informazioni e attenzione frammentata. Quello che OpenAI vuole costruire è un cottage in riva al lago, un luogo dove chiudere la porta quando serve concentrazione". Con questa immagine, evocata recentemente, Sam Altman ha delineato la filosofia dietro il primo tentativo dell’azienda di cui è amministratore delegato, OpenAI, di entrare nel mercato dell'hardware.
Le ultime indiscrezioni - provenienti dalla catena di approvvigionamento - indicano che il debutto del cosiddetto "agent-phone" è molto più vicino del previsto. OpenAI avrebbe deciso di accelerare la tabella di marcia, spostando la produzione di massa alla prima metà del 2027, con l'obiettivo di presentarsi all’imminente quotazione in borsa con un prodotto fisico tangibile e, nelle speranze dell’azienda che ha creato ChatGpt, rivoluzionario.
L’accelerazione e le partnership strategiche
La decisione di OpenAI di anticipare il lancio del suo primo dispositivo, inizialmente ipotizzato per il 2028, risponderebbe insomma a una duplice necessità strategica: la pressione degli investitori in vista della Initial Public Offering (IPO) - il processo con cui una società privata si quota per la prima volta su un mercato regolamentato - e la volontà di competere con Apple e Google, che hanno costruito il loro impero su un ecosistema di servizi legati a smartphone e gadget connessi.
OpenAI spera di vendere 30 milioni di unità tra il 2027 e il 2028: non punta dunque a una nicchia di sperimentatori, bensì a una quota significativa del mercato globale. Questo volume di produzione richiederebbe una capacità industriale che OpenAI sta costruendo attraverso partnership con colossi della manifattura come Luxshare, già fornitore storico di componenti critiche per l'elettronica di consumo mondiale.
L’obiettivo: uno smartphone per gli agenti IA
Il concetto di "agent-phone" su cui sta lavorando OpenAI rappresenta un cambiamento fondamentale nel modo in cui l'utente interagisce con la tecnologia mobile.
Attualmente, gli smartphone sono contenitori di applicazioni che richiedono input manuali costanti.
Il dispositivo sviluppato da OpenAI - in collaborazione con il designer Jony Ive, ex designer Apple - si propone invece di operare tramite "agenti" IA, ovvero software capaci di agire autonomamente per completare obiettivi complessi su indicazione dell'utente.
Il risultato estremo di questo cambiamento è che la classica griglia di icone sullo schermo potrebbe sparire, un giorno, per lasciare spazio a un flusso di compiti gestiti direttamente dall'intelligenza artificiale, che può prenotare voli, spostare file o gestire comunicazioni senza che l'utente debba aprire le singole app.
Per rendere possibile questa visione, OpenAI ritiene necessario controllare l'intero ecosistema, dal sistema operativo all'hardware, superando i limiti di sicurezza e privacy imposti dai sistemi chiusi dei produttori attuali.
OpenAI e il silicio taiwanese
Il cuore tecnologico del dispositivo sarà un processore personalizzato sviluppato in collaborazione con MediaTek, azienda taiwanese leader nel settore dei semiconduttori.
Il chip quasi sicuramente utilizzerà l'architettura Dimensity 9600 e sarà prodotto da TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) con il processo N2P. Questa sigla indica una tecnologia di fabbricazione all’avanguardia che permette di inserire miliardi di transistor in spazi ridottissimi, garantendo un’efficienza energetica estrema, fondamentale per un dispositivo che deve elaborare costantemente modelli linguistici complessi.
Una delle specifiche tecniche più rilevanti dovrebbe riguardare la "dual-NPU architecture", una configurazione con due unità di elaborazione neurale. La NPU è una componente del processore dedicata esclusivamente ai calcoli per l’intelligenza artificiale; averne due permette al telefono di gestire simultaneamente compiti diversi, come la comprensione del linguaggio naturale e l'analisi visiva dell'ambiente circostante.
Una vera “dual-NPU” è già comparsa su smartphone commerciali: Huawei la usava nel Kirin 980, montato sulla serie Mate 20 nel 2018. Huawei descriveva il Kirin 980 come il primo SoC con Dual-NPU e spiegava che una delle due NPU gestiva il calcolo AI generale, mentre l’altra era dedicata a compiti specifici.
Nel caso del nuovo dispositivo targato OpenAI, però, il punto rilevante sarebbe l’uso di una doppia NPU progettata per gestire in parallelo funzioni di AI più avanzate, come l’elaborazione del linguaggio e l’analisi delle immagini in tempo reale.
La firma di Jony Ive e la percezione sensoriale
La collaborazione tra Jony Ive e Sam Altman punta a sviluppare un dispositivo più naturale da usare e meno invadente rispetto agli attuali smartphone dominati dallo schermo.
Secondo alcune indiscrezioni, il primo modello potrebbe avere un display tradizionale molto ridotto, o esserne quasi privo, e affidarsi soprattutto a comandi vocali e alla cosiddetta “visual sensing”, la “percezione visiva” che consentirebbe al dispositivo di osservare l’ambiente e interpretare il contesto in tempo reale.
Un ruolo chiave sarà affidato all’Image Signal Processor, o ISP: il componente che trasforma la luce catturata dalla fotocamera in dati digitali. In questo caso, l’ISP sarebbe potenziato per fornire all’intelligenza artificiale informazioni visive più ricche e immediate.
Accanto allo smartphone, il team guidato da Jony Ive starebbe lavorando anche a un secondo prodotto per la casa: un assistente pensato per essere poggiato su un tavolo o un mobile, con telecamera integrata, atteso già per febbraio prossimo.
Con uno smartphone e un dispositivo casalingo, OpenAI si spingerebbe oltre il software, dentro oggetti pensati per accompagnare la vita quotidiana degli utenti.
Il sogno di uno smartphone senza app
L’idea dello smartphone governato da agenti IA è diventata uno degli obiettivi centrali dell’industria mobile dopo l’ascesa di ChatGpt. Da allora, i principali produttori hanno cercato di trasformare il telefono da semplice contenitore di app a dispositivo capace di capire le intenzioni dell’utente e completare operazioni in autonomia.
La promessa è sempre la stessa: meno passaggi manuali e un assistente che pensi a tutto autonomamente, muovendosi tra messaggi, calendario, mappe e servizi personali.
Il percorso, però, si è rivelato più lento delle aspettative.
Il caso più evidente è Apple, che aveva presentato Apple Intelligence come il passaggio verso una Siri più personale e capace di agire dentro le app, salvo poi rinviare parte delle funzioni più ambiziose. La società ha anche accettato un accordo da 250 milioni di dollari negli Stati Uniti per chiudere una causa legata alle promesse sull’intelligenza artificiale di Siri, senza ammettere responsabilità.
Google e Samsung si sono mosse con maggiore rapidità sul piano delle funzioni disponibili, ma anche in questi casi l’esperienza resta frammentata.
Sui Pixel, Gemini è ormai integrato in diversi servizi e Google continua ad aggiungere strumenti di AI contestuale, ma molte novità dipendono dal modello, dalla lingua e dal Paese in cui il telefono viene usato.
Samsung ha seguito una traiettoria simile con Galaxy AI, puntando su traduzione, assistenza alla scrittura e funzioni contestuali. Ma anche nel caso dell’azienda sudcoreana il sogno di un’IA che possa connettere più app e risolvere una sequenza di operazioni complesse, in totale autonomia, è ancora lontano dall’essere realizzato definitivamente.
Com’è possibile che ChatGpt non sia in grado di avviare un semplice timer
Perché gli smartphone e gli agenti IA non vanno (per ora) d’accordo
Gli smartphone moderni sono costruiti intorno a ecosistemi chiusi e applicazioni separate. Ogni app custodisce dati e autorizzazioni dentro confini definiti dal sistema operativo. Questo modello protegge sicurezza e privacy, ma rende difficile per un agente IA muoversi liberamente tra servizi diversi, per esempio leggere una chat, confrontarla con il calendario, aprire una mappa e completare una prenotazione senza interventi intermedi dell’utente.
Per funzionare davvero, un agente IA dovrebbe avere accesso profondo al telefono: conoscere il contesto e agire dentro applicazioni sviluppate da aziende diverse.
È un passaggio delicato, perché ogni azione comporta rischi. Un errore nella prenotazione di un viaggio o l’invio di un’informazione privata al destinatario errato potrebbe causare danni imprtanti. Per questo Apple, Google e Samsung procedono con cautela, limitando molte funzioni a servizi controllati e mercati selezionati.
C’è anche un problema di interfaccia. Le app non sono progettate per essere governate da un’intelligenza artificiale esterna, ma per essere usate direttamente dalle persone. Molte operazioni richiedono conferme manuali e passaggi pensati per essere completati con dei tocchi sullo schermo. Trasformare tutto questo in un flusso fluido, in cui l’IA capisce l’obiettivo e completa il compito, richiede nuove regole tra sistema operativo e servizi online.
È per questo che l’agent-phone di OpenAI sembra (ancora) un progetto ambizioso.