Cuffie con il filo: perché in tanti stanno abbandonando gli auricolari Bluetooth
di Bruno RuffilliDopo anni, il cavo torna visibile nelle orecchie e nelle fotografie dei più giovani. Non è solo nostalgia: c’entrano prezzo, durata, qualità audio e un nuovo rapporto con la tecnologia
Quando Apple presentò iPhone 7 nel settembre 2016, il jack audio da 3,5 millimetri sparì dallo smartphone più influente del mercato. Nella confezione rimasero per qualche tempo gli EarPods con connettore Lightning e un adattatore per le vecchie cuffie, mentre sul palco debuttavano gli AirPods, venduti come l’inizio di una nuova esperienza d’ascolto senza fili. Oggi il jack è scomparso da quasi tutti gli smartphone, mentre gli auricolari true wireless sono diventati uno dei prodotti tecnologici più popolari degli ultimi anni. Piccoli, costosi, intelligenti, dotati di cancellazione del rumore, audio spaziale, sensori, microfoni, custodie con batteria.
Eppure, proprio mentre il wireless sembrava avere vinto, il cavo è tornato. Secondo dati di Circana, dopo cinque anni di calo le vendite di cuffie a filo hanno mostrato una ripresa nel 2025, con un’accelerazione nelle prime settimane del 2026. Il Times scrive di un aumento globale del 20 per cento nelle prime sei settimane dell’anno, mentre altre ricostruzioni indicano una crescita dei ricavi dopo una lunga fase di contrazione. E nei video su TikTok, nelle immagini rubate alle celebrity, nelle università, in metropolitana, nelle tasche dei ventenni, sempre più spesso si vede il vecchio cavo bianco, oppure nero, che scende dall’orecchio e finisce nello smartphone, in un adattatore USB-C, in un portatile, a volte perfino in un lettore dedicato.
Tre motivi
La prima ragione è pratica. Le cuffie a filo non si scaricano, non richiedono una custodia, non vanno accoppiate, non perdono la connessione nel momento sbagliato, non diventano inutilizzabili perché una batteria minuscola ha perso capacità dopo due o tre anni. Si collegano e funzionano. In un ecosistema tecnologico dove ogni oggetto chiede energia, aggiornamenti, permessi, notifiche e manutenzione, la loro semplicità è imbattibile.
La seconda ragione è economica. Un paio di auricolari cablati costa spesso una frazione di un modello wireless di buona qualità. Anche quando serve un adattatore, la spesa rimane contenuta. Per una generazione cresciuta tra abbonamenti digitali, inflazione, dispositivi sempre più cari e cicli di sostituzione accelerati, spendere meno per ascoltare musica non è una scelta secondaria. È una forma di razionalità. SoundGuys, analizzando il fenomeno, collega il ritorno delle cuffie cablate anche al fatto che l’inflazione ha colpito in modo particolare i consumatori più giovani negli Stati Uniti, rendendo più attraenti prodotti semplici e meno costosi.
Poi c’è la qualità. A parità di prezzo, una cuffia cablata offre spesso prestazioni audio migliori di una wireless, perché non deve comprimere il segnale, non deve alimentare chip, antenne e batterie, non deve nascondere limiti fisici dietro elaborazioni software. Il Bluetooth è migliorato moltissimo, i codec sono più sofisticati, la cancellazione del rumore ha trasformato l’ascolto in viaggio. Ma per chi cerca latenza minima, stabilità e un rapporto diretto con la sorgente, il cavo conserva una sua superiorità tecnica.
C’è anche un tema ambientale: gli auricolari wireless sono tra i prodotti elettronici più difficili da riparare. Le batterie sono piccole, incollate, spesso non sostituibili in modo economicamente sensato. Quando degradano, l’intero prodotto perde valore. Le cuffie cablate hanno una struttura più semplice e una vita potenzialmente più lunga. In un mercato che continua a spingere verso oggetti sempre più miniaturizzati e sigillati, il cavo ricorda che la sostenibilità passa anche dalla riparabilità e dalla durata.
La moda e il significato
Il cavo è un segno estetico potente (lo aveva già capito Steve Jobs che lo usò per la pubblicità degli EarPods), ma per ragazzi e ragazze della gen-Z non è nostalgia: ai tempi dell’iPod non erano ancora nati. Vale quanto le fotocamere compatte digitali dei primi anni Duemila, le macchine fotografiche a pellicola, i vinili, i telefoni pieghevoli, gli iPod recuperati su eBay. È il passato recente trasformato in linguaggio visivo.
Il cavo si vede, mentre gli auricolari wireless tendono a scomparire. Le cuffie a filo, invece, disegnano una linea sul corpo, e questa visibilità diventa di nuovo identità. Anche per questo la stampa internazionale ha collegato il fenomeno ad alcune figure della cultura pop e della moda, da Zoë Kravitz a Lily-Rose Depp, fotografate con cuffie a filo.
Il cavo libera da alcuni limiti ma ne introduce un altro, fondamentale: bisogna restare fisicamente legati a un dispositivo. Quello che per anni è stato presentato come un difetto diventa, per alcuni, una qualità. Il cavo impedisce alla cuffia di essere ovunque, sempre pronta e così trasforma l’ascolto in un’azione più intenzionale, un po’ come succede col vinile e il giradischi. E in più, impedisce di perdere uno o entrambi gli auricolari, un problema che chi usa cuffie true wireless conosce bene.
Meglio il cavo
Ma le cuffie col cavo attuali non sono le stesse di una volta. Se sono analogiche, cioè hanno il vecchio jack da 3,5 mm, serve un adattatore USB-C o Lightning, ma sono ormai comunissimi i modelli con convertitore digitale integrato. Nell’uso cambia poco: si infilano e suonano, solo che intanto non è possibile caricare il telefono come succedeva con le cuffie analogiche. Il cavo insomma torna, ma in un mondo progettato per scoraggiarlo. E nel mondo professionale non è mai sparito. Studi di registrazione, musicisti, fonici, montatori video, gamer competitivi, podcaster e radio continuano a usare cuffie cablate perché l’affidabilità conta più della libertà di movimento. La latenza, anche quando minima, può essere un problema. La batteria, quando finisce, interrompe il lavoro. Il Bluetooth, quando decide di collegarsi al dispositivo sbagliato, introduce un attrito che in certi contesti non è accettabile. Lo ha capito anche Apple, che ha fatto della connettività cablata il punto forte della nuova versione del suo modello top di gamma, gli AirPods Max.
D’altra parte, il ritorno del filo non implica un abbandono del wireless; indica semmai una segmentazione più ampia. L’ascoltatore non vuole più necessariamente un solo prodotto per tutto. Può usare auricolari con cancellazione del rumore in aereo, cuffie cablate per lavorare al computer, un modello economico da portare nello zaino, cuffie aperte per ascoltare musica in casa, speaker smart in cucina.
Il futuro
Le aziende hanno spinto il wireless per ragioni comprensibili: liberare spazio nei dispositivi, migliorare impermeabilità, vendere nuovi accessori, creare esperienze più integrate. Apple, nel comunicato del 2016 sugli AirPods, parlava di ascolto “effortless”, senza sforzo, con audio di qualità e lunga autonomia: era la promessa di un futuro più comodo. Dove la complessità esiste ma viene nascosta se si rimane nell’ecosistema del produttore: per chi ha un iPhone usare gli AirPods è facilissimo, ma chi sceglie cuffie di altri marchi dovrà abbinarle nel menu Bluetooth, disconnettere e ricollegarle al Mac o all’iPad, aggiornare il firmware. E questo ovviamente, vale anche per AirPods, Galaxy Buds, Sony, Bose e altri marchi.
Ma le cuffie senza fili sono destinate a restare: dieci anni dopo l’introduzione degli AirPods, per Apple rappresentano una parte importante del fatturato, paragonabile all’intero volume di affare di altre aziende tech di medie dimensioni, ma anche per altri produttori sono una fonte gi guadagni importanti. Così è partita la corsa alla sperimentazione: nel design, con modelli aperti o indossabili come fossero gioielli per l’orecchio, con il miglioramento di funzioni esistenti (cancellazione del rumore, audio a 360°), con nuovi servizi come la traduzione in tempo reale. E, soprattutto, con l’utilizzo in campo medico: Apple, ancora una volta, è in prima fila grazie alla possibilità di utilizzare gli AirPods per valutare la salute dell’udito e compensare eventuali difetti, ma pure con i nuovi sensori integrati nel modello Pro, capaci di rilevare il battito cardiaco durante l’allenamento. Il prossimo passo? Inserire negli auricolari delle telecamere, per permettere a Siri di dare risposte che tangano conto del contesto in cui ci si trova.