✕

L’IA può minacciare il vostro posto di lavoro. C’è un solo modo per stare al riparo

Sono aperte le iscrizioni all’ottava edizione del Master in AI for Business, la faculty di alto livello che la Italian Tech Academy di Repubblica offre in collaborazione con Talent Garden. Un percorso di formazione part-time per capire l’IA, usarla e imparare a governarne l’impatto nel lavoro. Qui tutte le informazioni

5 minuti di lettura

L’IA non dovrebbe costituire una minaccia, per il mondo del lavoro, ma in questo momento storico riceviamo segnali che spesso affermano il contrario, e che dovrebbero costituire un campanello d’allarme per chi sottovaluta il suo impatto e resta immobile, mentre la tecnologia spinge prepotentemente le organizzazioni verso il futuro.

Il segnale più recente, non così evidente ma neanche ben nascosto, viene dall’ultima ondata di licenziamenti di Microsoft. 4.800 dipendenti sono stati tagliati con un comunicato che sottolinea un cambiamento profondo in atto: “I ruoli eliminati non saranno sostituiti dall’intelligenza artificiale - ha scritto agli impiegati la responsabile delle risorse umane Amy Coleman -. Allo stesso tempo, è vero che l’IA sta cambiando il modo in cui il lavoro viene svolto. Alcune delle attività che facciamo ogni giorno possono ora essere automatizzate, e questo significa che tutti dobbiamo continuare a imparare, sviluppare nuove competenze e adattarci mentre il lavoro evolve”.

Il secondo segnale, più evidente, arriva dai dati di METR, un centro di ricerca indipendente che misura quanto sono capaci i modelli di intelligenza artificiale - in relazione al tempo che impiegherebbe una persona in carne e ossa per lo stesso compito - e quali rischi possono creare.

Secondo le ultime rilevazioni, i migliori agenti IA riescono già a portare avanti da soli, partendo da un singolo prompt, lavori che per una persona esperta richiederebbero alcune ore: uno dei modelli più avanzati testati da METR - Claude Opus 4.5 - arriva a circa 5 ore e 20 minuti di lavoro. Anche se la qualità resta irregolare - su compiti di quella durata il successo è stimato intorno al 50%, quindi l’agente riesce una volta su due - il dato più importante è la direzione: questi sistemi stanno migliorando molto rapidamente e ogni pochi mesi riescono ad affrontare compiti sempre più lunghi.

Seguire l’ascesa dell’IA da vicino

Davanti a questa tendenza, la formazione diventa la vera linea di difesa.

Restare al passo con l’intelligenza artificiale significa capire come funzionano gli strumenti, imparare a usarli nei processi quotidiani e sviluppare la capacità di guidarne l’impatto dentro aziende e organizzazioni.

La differenza, nei prossimi anni, sarà sempre più tra chi subisce l’automazione e chi sa trasformarla in una leva professionale.

È dentro questo scenario che Italian Tech Academy, la scuola digitale del Gruppo GEDI, e Talent Garden lanciano l’ottava edizione del Master Part Time in Artificial Intelligence for Business Strategy.

Come ottenere informazioni (e iscriversi) al Master

Le iscrizioni sono già aperte ed è possibile ricevere tutte le informazioni qui.

Il percorso inizierà il 10 ottobre 2026 e si concluderà il 17 dicembre 2026.

Il Master arriva dopo sette edizioni andate sold out, un segnale che racconta meglio di molte analisi quanto sia cresciuta la domanda di competenze sull’IA dentro le imprese.

Il percorso è pensato in formula blended: un kick-off in presenza al Campus Talent Garden di Milano e lezioni online live. Le sessioni online si svolgono in orario serale, il lunedì e il mercoledì dalle 18.30 alle 21.30, una struttura pensata per chi lavora e non può fermarsi per tornare a studiare.

Un momento del Master in AI for Business 

A chi serve il Master

Il Master in AI for Business non insegna a scrivere codice né richiede un background informatico: è pensato per chi gestisce persone e budget e deve capire dove allocare le risorse sui progetti AI senza bruciare investimenti. L'obiettivo è formare quello che il programma chiama uno Strategic AI Leader, capace di costruire un blueprint decisionale che misuri rischi e ritorno economico.

La struttura segue una progressione che parte dallo scenario competitivo globale e arriva al governo della tecnologia.

Dopo un modulo di apertura su AI Landscape e Generative AI e un bootcamp dedicato al prompting professionale, il cuore operativo affronta gli agenti e l'automazione dei flussi di lavoro. Seguono l'integrazione dell'AI nei processi aziendali e un pilastro su AI Governance, che tratta framework decisionali, gestione del rischio e vincoli di compliance.

A chiudere, un project work in cui i partecipanti costruiscono un business case reale, uscendo dall'aula con una roadmap applicabile il giorno seguente.

Le garanzie della faculty

La faculty è composta solo da professionisti che lavorano ogni giorno sul mercato, senza docenti puramente accademici.

Tra loro Pier Luigi Pisa, la firma di Repubblica nel racconto dell’IA, che porta in aula l'osservatorio privilegiato di chi segue l'evoluzione dell'intelligenza artificiale e dei media; Alessandro Colombo, AI Strategist specializzato nel tradurre il potenziale tecnologico in modelli di business; Stefano Zaniboni, Head of Education di YellowTech; e Dominique Richiardi, Digital Officer di Hands On. L'accesso ai Campus Talent Garden e la rete di partner completano un percorso costruito attorno alla pratica.

Che cosa resti di quel percorso lo spiega bene chi ci è passato. Daniele Ippoliti, oggi IT Manager in CRIF, dove guida l'area responsabile dell'innovazione tecnologica e dell'adozione dell'Intelligenza Artificiale, ha frequentato una delle edizioni del 2025: “Costruire un prototipo è relativamente semplice, mentre trasformarlo in una soluzione robusta e integrata nei processi aziendali rappresenta la vera sfida - spiega -. È proprio nel passaggio dalla sperimentazione all'adozione su larga scala che si concentrano le complessità più interessanti e il maggiore valore per le organizzazioni”. Ippoliti individua nel confronto con docenti e colleghi l'impatto più duraturo del Master, insieme a una consapevolezza che continua a guidarlo: l'IA non va applicata meccanicamente, ma esplorata con metodo attraverso un processo continuo di validazione e miglioramento. Il suo consiglio a chi parte adesso tiene insieme due registri: “Avvicinarsi con curiosità, ma anche con pragmatismo”.

Dalla chat agli agenti: il "lavoro intorno al lavoro"

Per capire perché saper usare l'AI stia diventando una condizione di sopravvivenza professionale, conviene guardare a come la tecnologia sta cambiando forma.

Fino a poco tempo fa il rapporto con i modelli linguistici era conversazionale: si poneva una domanda e si otteneva una risposta. Gli agenti spostano l'asticella, perché eseguono compiti a più passaggi lavorando su file, calendari e strumenti connessi fino a portare a termine un incarico.

Anthropic ha diffuso recentemente i dati d'uso di Claude Cowork, il suo agente per il lavoro d'ufficio, analizzando un campione di 1,2 milioni di sessioni distribuite su oltre 600.000 organizzazioni.

Il risultato ribalta l'immagine dell'AI come giocattolo per programmatori: più del 90% delle sessioni non riguardava lo sviluppo software.

La categoria più ampia, al 33,4%, era quella dei processi di business - consolidare aggiornamenti sparsi in un unico report o riconciliare fogli di calcolo - seguita dalla creazione di contenuti al 16,4%. La scrittura di codice si fermava all'8,7%.

L’azienda guidata da Dario Amodei, uno degli innovatori più influenti nel campo dell’IA, ha coniato una formula per descrivere questo territorio: the work around the work, “il lavoro intorno al lavoro". Sono le attività raramente scritte in una job description eppure divorano una fetta consistente della settimana di chiunque.

Delegarle a un agente cambia la giornata di un professionista, ma richiede di sapere come impostare, controllare e correggere ciò che la macchina produce.

Nel modello di Cowork nulla viene finalizzato senza una revisione umana: quando serve una decisione che spetta alla persona, l'agente si ferma e la chiede.

Ma la produttività non cancella per forza i posti

C'è un ulteriore motivo per cui il futuro del lavoro non si legge solo come sottrazione.

A giugno 2026 il team di ricerca economica di OpenAI, guidato dal chief economist Ronnie Chatterji, ha pubblicato The AI Jobs Transition Framework for the EU, una mappa che analizza oltre 2.600 professioni europee per capire come la capacità tecnica dell'IA si traduca davvero in occupazione.

La conclusione è che l'esposizione tecnologica non basta a prevedere l'esito: contano le istituzioni, la responsabilità professionale e la domanda di mercato.

Applicando il modello all'Unione Europea, l'analisi stima che il 47% dell'occupazione ricada in mestieri con cambiamenti meno immediati e il 27% in professioni destinate a riorganizzarsi, dove l'IA ridisegna compiti e flussi senza eliminare la persona.

Solo il 14% mostra un potenziale di automazione più elevato, mentre il 12% potrebbe addirittura crescere se i costi calano e la domanda si espande.

Lo scenario italiano

L'Italia si distingue per una quota di riorganizzazione ampia e per una delle percentuali più alte del continente, insieme a Germania e Grecia, di lavori a maggiore pressione da automazione, con circa il 16% dell'occupazione secondo lo studio di OpenAI.

Sono condizioni di partenza legate alla composizione dei mestieri, non giudizi sulla prontezza del Paese.

Da un lato, la maggioranza dei ruoli non sparisce ma si trasforma, e chi guida quella trasformazione ha un vantaggio su chi la aspetta. Dall'altro, il rapporto ricorda che gran parte del valore umano resta ancorato a responsabilità e giudizio: qualcuno deve rispondere delle decisioni che l'AI contribuisce a prendere.

Per questo studiare l’intelligenza artificiale, aggiornarsi e conoscerla da dentro diventa fondamentale.

Serve a capire dove l’automazione può incidere, quali competenze rischiano di perdere valore e quali invece diventeranno più importanti.

Chi comprende davvero l’IA può usarla con consapevolezza, valutarne i limiti e inserirla nei processi senza perdere il controllo sulle decisioni. Chi resta fermo rischia di accorgersi del cambiamento quando è già avvenuto.

La formazione, oggi, è il modo più solido per non farsi cogliere di sorpresa: permette di trasformare una possibile minaccia in uno strumento di crescita professionale.