Meta accusata dai suoi dipendenti di aver usato l’IA per scegliere chi licenziare
di Pier Luigi PisaVentisei impiegati dell’azienda guidata da Mark Zuckerberg sostengono che sistemi interni abbiano trasformato attività digitale e utilizzo dell’IA in punteggi per i tagli, con effetti discriminatori: i lavoratori in congedo medico, parentale o con disabilità sarebbero stati penalizzati. Meta respinge le accuse
Per mesi Meta ha spinto i propri dipendenti a usare sempre più strumenti di intelligenza artificiale.
A maggio, secondo una nuova causa presentata al tribunale federale della California, la quantità di IA utilizzata da ciascun lavoratore sarebbe diventata anche uno dei criteri impiegati dal colosso di Menlo Park per stabilire chi doveva perdere il posto.
La denuncia porta la firma di 26 dipendenti, indicati con nomi anonimi per proteggere informazioni mediche e familiari. Fanno parte delle circa 8.000 persone, il 10 per cento della forza lavoro globale di Meta, coinvolte nella ristrutturazione annunciata a maggio scorso.
I lavoratori chiedono al giudice di sospendere i licenziamenti mentre le loro accuse vengono esaminate attraverso arbitrati individuali. Sostengono che Meta abbia usato sistemi basati sull’IA per classificare il personale, producendo – stando a quanto riportta anche il Wall Street Journal – un risultato discriminatorio soprattutto nei confronti di persone con disabilità e dipendenti che avevano usufruito di congedi medici, parentali o familiari protetti dalla legge.
La causa si trova ancora nella fase iniziale. Le accuse non sono state provate in tribunale e Meta le considera prive di fondamento.
Un licenziamento misurato in token
La denuncia descrive un processo molto più ampio di un singolo algoritmo incaricato di generare una lista di nomi.
Secondo i ricorrenti, Meta avrebbe combinato dati provenienti da Metamate, l’assistente interno basato su un grande modello linguistico, con agenti personali addestrati sulle comunicazioni e sui documenti dei dipendenti.
A questi strumenti si sarebbero aggiunti sistemi di valutazione delle prestazioni, classifiche sull’adozione dell’IA e pannelli che mostravano il consumo individuale di token.
I token sono le piccole unità di testo elaborate dai modelli linguistici. Contarne il consumo permette di stimare quanto una persona utilizzi un chatbot o un altro servizio generativo.
Il numero, tuttavia, non spiega la qualità del lavoro svolto e dipende da molti altri elementi: per esempio dal ruolo, dai progetti assegnati e dal tempo effettivamente trascorso al lavoro.
La causa sostiene inoltre che il processo utilizzasse dati sull’attività digitale, tra cui battute sulla tastiera, movimenti del mouse, contenuti visualizzati sullo schermo, cronologia del browser, messaggi ed email raccolti sui dispositivi aziendali. Alcuni di questi dati sarebbero confluiti in punteggi di produttività e in strumenti di valutazione assistiti dall’IA.
Uno dei programmi citati nella denuncia si chiamava Checkpoint.
Un dirigente coinvolto nella causa afferma che l’adozione dell’IA doveva diventare un parametro centrale per la valutazione dei dipendenti e che i relativi pannelli non distinguevano tra una persona poco attiva e una persona temporaneamente assente per un congedo autorizzato.
Quando il congedo produce un punteggio basso
Il meccanismo contestato dai lavoratori è facile da comprendere.
Un dipendente in maternità, in cura per una malattia o temporaneamente assente per assistere un familiare utilizza meno gli strumenti aziendali. Un sistema costruito per premiare la quantità di attività può quindi interpretare quell’assenza come una prestazione inferiore.
La denuncia sostiene che Meta non abbia sospeso i punteggi durante i congedi e non abbia corretto i dati prima di confrontare i lavoratori. Le assenze protette dalla legge sarebbero così diventate, di fatto, indicatori negativi nel processo di selezione.
La presenza di un responsabile umano nell’ultima fase della decisione non elimina necessariamente l’influenza di un sistema automatizzato. Un manager che riceve una graduatoria o una lista di dipendenti considerati meno produttivi potrebbe limitarsi a confermare una valutazione già orientata dai dati.
La causa dovrà chiarire quale peso avessero i dati offerti dagli strumenti IA e quali possibilità avessero i manager di modificarli o non tenerne conto.
Meta sostiene che le decisioni organizzative siano sempre rimaste nelle mani delle persone.
Le storie vittime della graduatoria
Tutti i 26 ricorrenti avevano chiesto, ottenuto o utilizzato negli ultimi due anni un congedo protetto oppure una sistemazione legata a una disabilità.
Circa la metà aveva usufruito di permessi per una gravidanza, la nascita di un figlio o l’assistenza a un familiare. Tra loro ci sono otto donne che avevano preso un congedo di maternità o legato alla gravidanza e quattro uomini che avevano utilizzato un congedo parentale.
La denuncia racconta il caso di una ricercatrice selezionata per il licenziamento mentre si trovava in congedo prima del parto. La comunicazione sarebbe arrivata il giorno precedente alla rottura delle acque e due giorni prima della nascita del figlio.
Un altro dipendente afferma di essere stato scoraggiato dal prendere un congedo medico già approvato. Il suo responsabile lo avrebbe avvertito che l’assenza avrebbe potuto aumentare la probabilità di essere inserito nei tagli. Un’ingegnera sostiene invece che la propria valutazione sia stata abbassata a causa del periodo discontinuo seguito a un infortunio.
Per queste persone la sospensione richiesta al tribunale ha conseguenze immediate. Il licenziamento può comportare la perdita dell’assicurazione sanitaria aziendale durante una gravidanza o una terapia, l’interruzione della maturazione delle azioni assegnate ai dipendenti e, per alcuni lavoratori stranieri, problemi legati al visto.
La risposta di Meta
Meta respinge integralmente la ricostruzione. Un portavoce dell’azienda ha dichiarato a Reuters che le accuse non si basano sui fatti e che le decisioni sulla forza lavoro e sull’organizzazione sono state prese da persone.
La società contesta quindi la premessa principale della causa: l’esistenza di un processo nel quale sistemi di IA avrebbero determinato chi includere nella lista dei licenziamenti.
La posizione lascia aperta una questione che sarà probabilmente decisiva nel procedimento.
Un’azienda può usare software per raccogliere informazioni, elaborare valutazioni o suggerire classifiche mantenendo formalmente la decisione finale nelle mani di un manager.
Il confine tra supporto tecnico e decisione automatizzata diventa difficile da tracciare quando il giudizio umano dipende da indicatori generati dalle macchine.
Per dimostrare le proprie accuse, i lavoratori chiedono infatti una verifica indipendente del processo utilizzato da Meta. Servirebbe a ricostruire come i dati raccolti abbiano inciso sui singoli licenziamenti.
L’azienda “AI-first” valuta chi usa l’IA
La vicenda assume un significato più ampio perché si inserisce nella trasformazione di Meta in un’azienda organizzata intorno all’intelligenza artificiale.
La società ha accompagnato gli 8.000 tagli con il trasferimento di migliaia di persone verso nuove iniziative legate all’IA.
Nello stesso periodo ha aumentato gli investimenti nei modelli, nei chip e nei data center necessari per svilupparli. La ristrutturazione riguarda quindi sia il numero dei dipendenti sia il modo in cui il loro lavoro viene valutato.
L’accusa dei lavoratori descrive un passaggio ulteriore: l’adozione dell’IA sarebbe diventata una misura della capacità di adattarsi alla nuova Meta. Chi utilizzava molti token o costruiva agenti personali mostrava di aver seguito la direzione indicata dall’azienda.
Chi era assente, lavorava in un ruolo meno compatibile con questi strumenti o aveva una produttività ridotta da una disabilità rischiava di apparire meno coinvolto.
In questa prospettiva, l’IA pur non sostituendo il lavoratore contribuisce a definire il modello di dipendente considerato più utile nella nuova organizzazione.
Un caso che può definire i licenziamenti algoritmici
Reuters descrive il procedimento come probabilmente la prima causa contro una grande azienda statunitense centrata sull’uso dell’IA nella selezione dei dipendenti da licenziare.
Il tribunale dovrà innanzitutto decidere sulla richiesta urgente di mantenere i 26 ricorrenti al loro posto durante gli arbitrati.
Il giudice dovrà valutare inoltre se esista un rischio sufficientemente concreto e immediato da giustificare il blocco temporaneo delle separazioni.
Il caso assume un valore che va oltre gli uffici di Meta. Sempre più aziende utilizzano strumenti automatizzati per misurare produttività e prestazioni dei dipendenti.
Questi sistemi possono trasformare una grande quantità di dati in classifiche facili da consultare, offrendo ai dirigenti l’impressione di una valutazione oggettiva.
La causa contro Meta mostra quanto quell’oggettività dipenda fdalle scelte incorporate nel sistema.