Il 91% degli italiani dice di essere attento alla privacy, ma solo il 18% sa dove finiscono i dati
di Massimo FelliniLa ricerca “Sovranità digitale e proprietà dei dati” di Fondazione Grins descrive un Paese disposto a scambiare una parte della propria privacy con servizi più efficienti, mentre il 69% degli italiani teme il modo in cui gli assistenti di Intelligenza artificiale utilizzano i dati personali
Difendiamo la privacy, ma continuiamo a cedere dati senza sapere a chi, accordando ogni giorno una fiducia pressoché illimitata e quasi mai verificata. Il paradosso è nei numeri: il 91% degli italiani si dichiara attento alla tutela delle proprie informazioni, ma solo il 18% sa dove finiscono i dati che condivide online. Il 62% accetta le informative privacy senza leggerle e il 45% è disposto a rinunciare a una parte della propria riservatezza in cambio di servizi digitali più efficaci. Intanto, il 73% ritiene che le Big Tech abbiano ormai più potere degli Stati e il 69% guarda con preoccupazione al modo in cui gli assistenti di Intelligenza artificiale trattano i dati personali.
A rivelarlo è la ricerca “Sovranità digitale e proprietà dei dati”, realizzata da Excellera Intelligence per Fondazione Grins, che descrive il rapporto tra italiani, privacy e Intelligenza artificiale. Nata nell’ambito del PNRR, Fondazione Grins coinvolge decine di università italiane e promuove la collaborazione tra settore pubblico e privato sui temi della ricerca, dei dati e delle politiche per il Paese. In questo quadro si inserisce Amelia, la piattaforma open data ospitata sui server Cineca e pensata per valorizzare un patrimonio strategico ancora troppo frammentato, quello dei dati. Amelia produce, raccoglie e analizza grandi volumi di informazioni economiche, sociali, ambientali e territoriali, con l’obiettivo di aiutare istituzioni e imprese ad assumere decisioni più informate, rendendo i dati fruibili anche ai cittadini.
La privacy conta, finché non rallenta il servizio
Utilizziamo ogni giorno social network, piattaforme, applicazioni e assistenti di Intelligenza artificiale, lasciando dietro di noi una scia quasi incontenibile di informazioni, preferenze, ricerche, spostamenti e abitudini. Sappiamo che quei dati hanno valore, ma raramente conosciamo, o ci preoccupiamo di conoscere, chi li conserva, dove vengono elaborati e per quali finalità saranno utilizzati.
Qui si apre il divario tra ciò che gli italiani dichiarano e ciò che fanno: il 91% sostiene di essere attento alla tutela dei dati personali, mentre il 62% ammette di accettare le informative privacy senza leggerle. Teoria e pratica, anche in questo caso, restano lontane.
Non è soltanto una questione di distrazione, per molti è una scelta consapevole, un compromesso ritenuto accettabile. Il 45% degli intervistati si dice infatti disposto a rinunciare a una parte della propria privacy in cambio di servizi digitali più efficaci. Certo, la protezione delle informazioni resta importante, ma diventa negoziabile quando entra in conflitto con la velocità, la comodità o la qualità dell’esperienza digitale.
È il patto implicito su cui si è costruita buona parte dell’economia online: servizi immediati ed efficienti in cambio di dati, spesso ceduti senza una piena percezione del loro valore. Perché quando un servizio sembra gratuito, il prezzo può essere proprio ciò che sappiamo, facciamo e raccontiamo di noi.
Per gli italiani oggi comandano più le Big Tech degli Stati
La ricerca mostra anche come il baricentro del potere digitale si stia spostando sempre più lontano dalle istituzioni e sempre più vicino alle piattaforme, diventate ormai le grandi piazze, le infrastrutture e, in parte, persino i nuovi confini della vita quotidiana. Per il 73% degli italiani, le Big Tech hanno oggi più potere dei governi nazionali, perché non si limitano a presidiare un mercato, ma incidono su ciò che vediamo, sui servizi che utilizziamo e sul modo in cui le informazioni circolano, attraversando comunicazione, lavoro, consumi, informazione e relazioni sociali.
Tre persone su quattro, il 75% del campione, considerano inoltre problematico che una parte rilevante dei servizi digitali utilizzati ogni giorno sia gestita da soggetti con sede fuori dall’Unione Europea. La localizzazione delle imprese e delle infrastrutture non è un dettaglio geografico, ma determina quali leggi si applicano, quali sistemi di tutela intervengono, le autorità competenti e, in ultima analisi, la capacità di cittadini e istituzioni di esercitare un controllo effettivo sui dati.
Chatbot, la falsa intimità delle conversazioni con l’IA
Con l’arrivo degli assistenti di Intelligenza artificiale, lo squilibrio tra chi utilizza i servizi digitali e chi raccoglie e governa i dati diventa ancora più evidente. A una chatbot non chiediamo soltanto informazioni, ma affidiamo documenti, problemi professionali, conversazioni, richieste personali e, talvolta, dati riservati o particolarmente delicati.
Non sorprende quindi che il 69% degli intervistati si dichiari preoccupato per il modo in cui questi strumenti trattano e utilizzano le informazioni personali, una quota quasi identica al 70% registrato per i social network. Per anni sono stati proprio i social il simbolo della raccolta e della profilazione dei dati; oggi gli assistenti di IA suscitano un livello di preoccupazione quasi identico, pur essendo entrati molto più recentemente nella vita quotidiana di milioni di persone.
Cambia anche la natura di ciò che condividiamo. In una conversazione con un assistente digitale possono entrare contesto, intenzioni, dubbi, documenti e materiali delicati che difficilmente pubblicheremmo su un profilo social. Il dialogo appare privato e diretto, con una fuorviante impressione di confidenzialità, che però non coincide sempre con una reale conoscenza di dove i dati vengano conservati, per quanto tempo e per quali finalità siano utilizzati.
Solo il 15% degli italiani sa cosa significa “sovranità digitale”
Si parla molto di sovranità digitale, ma solo il 15% degli intervistati afferma di sapere con precisione che cosa significhi. Eppure, una volta chiariti il perimetro e le implicazioni, il 90% la considera importante.
La sovranità digitale resta ancora soprattutto al centro del dibattito politico e tecnologico, ma le questioni che solleva hanno già effetti molto concreti sulla vita delle persone. Riguardano chi controlla le infrastrutture e i dati, dove vengono conservate le informazioni, quali regole si applicano e quanto cittadini, imprese e istituzioni dipendano da piattaforme e operatori stranieri.
La sovranità digitale si intreccia anche con la cybersecurity, perché la capacità di governare dati e sistemi digitali incide sulla possibilità di proteggerli da accessi illeciti, malware, truffe e furti di informazioni personali. Gli italiani conoscono poco la sovranità digitale, ma ne percepiscono chiaramente i rischi: sei persone su dieci dichiarano infatti di avere già subìto almeno un incidente digitale, tra violazioni degli account, software malevoli, frodi online e sottrazione di informazioni personali. La sovranità digitale smette così di apparire come una disputa tecnica tra governi e aziende e diventa una questione che riguarda la sicurezza, i diritti e l’autonomia di ciascuno.
Il controllo dei dati resta un diritto difficile da esercitare
Dalla ricerca emerge anche una forte domanda di strumenti capaci di restituire alle persone un controllo più diretto sulle proprie informazioni. L’88% degli italiani si dichiara interessato all’idea di un “Portale del cittadino digitale”, uno spazio unico attraverso cui raccogliere, consultare e gestire i dati prodotti utilizzando servizi pubblici e privati. Non soltanto, quindi, un archivio personale, ma un punto di accesso semplice e centralizzato per capire quali informazioni esistono, dove si trovano e come vengono utilizzate.
Questa richiesta appare ancora più significativa se confrontata con la scarsa conoscenza dei diritti già previsti. Solo il 13% degli intervistati conosce infatti il diritto alla portabilità dei dati, cioè la possibilità di recuperare le proprie informazioni e trasferirle da una piattaforma a un’altra. Avere un diritto serve a poco se quasi nessuno sa di poterlo esercitare. Per questo cresce la domanda di strumenti che rendano il controllo dei dati più semplice, visibile e concreto.