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Difesa, la trasparenza che non c’è

Il governo aveva promesso la “totale trasparenza” della Difesa attraverso registri digitali consultabili via app. Ma ora un portavoce del Ministero precisa a Italian Tech: “C’è stato un fraintendimento sulla parola trasparenza”

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Quando lo scorso maggio il ministro Guido Crosetto ha presentato, con grande enfasi, la nuova piattaforma digitale per documentare i rapporti dei funzionari del suo ministero con i “portatori di interesse” la promessa era “rendere totalmente trasparente la Difesa”.

Tramite l’iscrizione online a un innovativo Elenco dei soggetti interessati a interagire con il ministero, e un Registro degli incontri effettivamente avvenuti aggiornato comodamente dal personale via app, “la Difesa si apre e rende trasparenti tutte le interazioni”, diceva Crosetto.

Sarebbe lecito dunque aspettarsi che l’accesso ai due nuovi strumenti sarà pubblico, una volta terminata, a fine settembre, l’attuale fase di sperimentazione. Che sarà cioè possibile per chiunque accertare, per esempio, se una società controversa e di importanza strategica come Palantir figura tra i soggetti che interagiscono col ministero della Difesa, e quante volte vi ha interagito. Ma così non è.

Né l’Elenco dei portatori di interesse né il Registro degli incontri sarà infatti pubblicamente accessibile, né del tutto né in parte, ha rivelato il Gabinetto del ministro rispondendo a una richiesta di accesso civico generalizzato inviata dalla ONG per la trasparenza The Good Lobby e da tutte le organizzazioni della Rete Diritti Umani Digitali, che Italian Tech ha potuto visionare in esclusiva.

Quella che è stata pubblicamente presentata come una forma di trasparenza totale si rivela, nella risposta del ministero, uno strumento di tracciamento a uso interno, a cui ricercatori, giornalisti e il pubblico non avranno accesso per non arrecare “pregiudizio concreto per la difesa e le questioni militari, oltre alla lesione della protezione dei dati personali e degli interessi economico-commerciali dei soggetti iscritti”. Pur condividendo il numero di soggetti iscritti all’elenco — 193 persone fisiche e 231 persone giuridiche, al 26 giugno 2026 —, il ministero non ha accolto nemmeno la richiesta di accedere quantomeno ai dati aggregati per “settore di attività”. In altre parole, chi pensa di poter usare la nuova piattaforma per comprendere quanti lobbisti di Big Tech incontrano funzionari della Difesa, di nuovo, si sbaglia.

E la promessa “trasparenza totale”?

“Si è trattato di un fraintendimento sulla parola trasparenza”, ha risposto un portavoce della Difesa interpellato da Italian Tech. Una parola che “non va intesa nel suo significato giuridico ma in quello letterale”, ha precisato. Significa che, per il ministero, la piattaforma non è da intendersi come un registro pubblico ma come un mezzo innovativo per facilitare la proposta di nuove soluzioni tecnologiche per la Difesa da parte di soggetti — su tutti, startup e altre piccole e medie imprese — che fino a oggi hanno faticato a sviluppare rapporti strutturati con il ministero. E come uno strumento di condivisione e tracciabilità di informazioni tra varie unità organizzative della Difesa.

Certo, una procedura di monitoraggio interno è prevista, a cadenza trimestrale e a opera del Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza, ma come si evince dalla risposta alle domande di The Good Lobby nemmeno le sue risultanze saranno rese pubbliche.

Non sono inoltre previste sanzioni specifiche per il mancato uso della app che registra gli incontri con portatori di interesse.

“La montagna ha partorito il topolino”, commenta Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby. “Dopo annunci, conferenze stampa, decreti ministeriali (poco chiari), scopriamo che il Ministero della Difesa non intende rendere pubblici i dati relativi agli incontri con i portatori di interessi. Ma il registro della trasparenza e le agende degli incontri non sono meri strumenti di rendicontazione interna, bensì parte di un programma di integrità e responsabilità pubblica”.

Un programma attualmente assente dalla legislazione italiana, dato che l’Italia è uno dei pochi paesi europei in cui non è in vigore una legge sulla trasparenza dei portatori di interesse. Una proposta è attualmente al Senato, ma secondo Anghelé “rischiamo sia l’ennesima operazione cosmetica che non garantisce vera trasparenza. Il nostro augurio è che il ddl sul lobbying in discussione al Senato venga migliorato, introducendo obblighi di trasparenza uguali per tutte le istituzioni e costringendo il Ministro a fare luce sugli incontri con aziende leader della sorveglianza come Palantir, nemiche dichiarate della democrazia”.

* Questo articolo è parte di un'inchiesta finanziata con fondi del programma europeo 'Investigative Journalism For Europe' (IJ4EU).