Zuckerberg difende i modelli cinesi e promette un’IA per tutti. Ma la sua è una lotta per il potere
Nell’intervista al Financial Times il CEO di Meta respinge l’idea di bandire i modelli cinesi. Sul Wall Street Journal descrive la superintelligenza come strumento di libertà individuale. La posizione protegge l’ecosistema aperto costruito attorno a Llama e sposta la competizione sul terreno più favorevole a Meta: distribuzione, potenza di calcolo e prodotti. Sullo sfondo, una causa intentata da 26 dipendenti mostra quanto l’uso aziendale dell’IA possa allontanarsi dalla promessa di emancipazione
Mark Zuckerberg ha scelto due delle tribune più influenti della finanza americana per raccontare la propria visione dell’IA, in un momento in cui lo sviluppo di modelli di frontiera aumenta tensioni geopolitiche, industriali ed economiche.
In un’intervista pubblicata dal Financial Times ha chiesto agli Stati Uniti di evitare un bando dei modelli cinesi più avanzati. Nelle stesse ore, in un editoriale sul Wall Street Journal, ha descritto la superintelligenza come una tecnologia destinata a migliorare il lavoro, la salute, le relazioni e la capacità delle persone di costruire imprese e scoprire nuove conoscenze.
Le due uscite sono profondamente legate.
Zuckerberg considera l’apertura dell’IA una condizione della prosperità e, insieme, una garanzia contro la concentrazione del potere nelle mani di poche aziende che sviluppano i modelli (chiusi) più potenti. Per questo ha definito l’idea del governo Usa di bloccare modelli cinesi una misura che difficilmente rappresenterebbe “una soluzione efficace”. Washington, ha aggiunto, dovrebbe identificare piuttosto i colli di bottiglia e gli ostacoli che rallentano l’industria americana, concentrandosi su capacità di calcolo, energia, semiconduttori, ricerca e disponibilità di talenti.
Il fondatore di Meta ha poi evocato il rischio di una regulatory capture, l’espressione usata quando le regole di un settore finiscono per essere influenzate dalle aziende dominanti e modellate intorno ai loro interessi.
Zuckerberg si è chiesto se i grandi laboratori americani di frontiera abbiano davvero interesse, come affermano pubblicamente, al successo dei modelli aperti. Si tratta di una domanda retorica, poiché le società che vendono l’accesso a sistemi proprietari avrebbero molto da perdere da un mercato popolato da alternative aperte e meno costose.
Una battaglia americana dietro il confronto con Pechino
La difesa dei modelli cinesi contiene quindi un messaggio indirizzato prima di tutto alla Silicon Valley e alla Casa Bianca.
Pochi giorni prima dell’intervista, il 24 luglio scorso, Meta aveva firmato insieme a Microsoft, Nvidia e altre società una lettera a favore dei modelli open-weight. Sono sistemi dei quali possono essere scaricati i “pesi”, cioè i parametri numerici appresi durante l’addestramento. Sviluppatori, università e imprese possono eseguirli sui propri server e adattarli senza dipendere continuamente dal fornitore originale.
La lettera invitava i politici americani a evitare restrizioni preventive, sostenendo che l’apertura aumenta la concorrenza, riduce i costi e permette a più soggetti di controllare e migliorare la sicurezza dei modelli. Riconosceva anche i rischi: una volta distribuiti, i pesi diventano difficili da ritirare e possono essere modificati senza l’autorizzazione di chi li ha creati. Nelle mani sbagliate, insomma, i modelli aperti potrebbero costituire una minaccia.
Le aziende firmatarie proponevano però interventi mirati contro furti e abusi, mantenendo separati questi reati dalle normali tecniche di sviluppo, come la distillazione, attraverso cui un modello viene addestrato anche usando gli output prodotti da un altro sistema.
La Cina come prova della libertà dell’IA
Un divieto rivolto alle tecnologie cinesi potrebbe creare un precedente utilizzabile in seguito contro qualunque modello aperto e sufficientemente potente.
La stessa logica potrebbe raggiungere Llama, la famiglia di modelli con cui Meta ha cercato per anni di costruire un’alternativa alle piattaforme chiuse. La Cina rappresenta dunque il caso più politicamente sensibile di una questione più ampia: stabilire se i modelli avanzati debbano circolare come infrastrutture adattabili oppure restare accessibili attraverso i server e le condizioni commerciali di pochi laboratori.
La recente ascesa di sistemi cinesi come Kimi K3, sviluppato da Moonshot AI, rende il confronto più urgente. Il modello ha attirato attenzione per le capacità nella programmazione e ha riaperto a Washington il dibattito sull’origine dei progressi delle aziende del Dragone: ricerca autonoma, distillazione appunto, acquisizione impropria di tecnologia americana o una combinazione di questi elementi.
Per Meta, però, le competenze nate in quell’ecosistema rappresentano anche una risorsa. L’azienda aveva cercato di acquisire Manus, società di agenti di IA fondata da imprenditori cinesi e trasferita a Singapore, con un’operazione superiore ai 2 miliardi di dollari. Pechino ha bloccato e ordinato di smantellare l’accordo nell’aprile del 2026, temendo il trasferimento verso gli Stati Uniti di tecnologia considerata strategica.
L’eredità di Llama
Zuckerberg aveva esposto apertamente la logica industriale di Meta già nel manifesto pubblicato nel 2024 in occasione del lancio del modello open-weight Llama 3.1.
L’apertura, spiegava, avrebbe permesso all’azienda di evitare la dipendenza da un concorrente capace di modificare prezzi, condizioni d’uso e accesso ai modelli. Un ecosistema costruito attorno a Llama avrebbe inoltre favorito lo sviluppo di strumenti, chip, servizi cloud e ottimizzazioni compatibili con la tecnologia di Meta.
La strategia di Meta ha senso perché il gruppo guadagna soprattutto attraverso la pubblicità e i servizi costruiti sopra i modelli.
La vendita di token attraverso un’API, il sistema che permette a un’applicazione di interrogare un modello, non rappresenta il cuore dei suoi ricavi ma quello di OpenAI e Anthropic.
Zuckerberg può permettersi di distribuire gratuitamente la sua IA senza indebolire direttamente il business principale, mentre ogni alternativa aperta riduce il potere commerciale dei fornitori proprietari. La difesa di modelli aperti e abbondanti permette al colosso di Menlo Park di conquistare lo strato successivo: quello in cui i modelli incontrano miliardi di persone, osservano i loro comportamenti e intervengono nelle loro decisioni.
Zuckerberg lega questa prospettiva - ne parleremo in seguito - all’“emancipazione individuale”. Ma per Meta rappresenta in realtà la chiave per restare il principale intermediario del futuro digitale.
La presenza di modelli cinesi competitivi mantiene viva questa speranza. Perché abbassa il costo dell’intelligenza di base, aumenta il numero di tecnologie disponibili e rende più difficile per OpenAI, Anthropic o qualsiasi altro laboratorio imporre un unico standard.
In un mercato in cui i modelli diventano abbondanti e progressivamente più economici, il vero valore può così spostarsi verso ciò che Meta possiede già: Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger, Threads, gli occhiali intelligenti e una rete pubblicitaria capace di trasformare l’attenzione e le intenzioni degli utenti in ricavi.
La bolla che sostiene Internet. 1000 miliardi di pubblicità su un’attenzione che nessuno sa misurare
La strategia industriale di Meta
Nell’editoriale pubblicato dal Wall Street Journal, Zuckerberg trasforma la strategia industriale di Meta in una filosofia politica. La questione decisiva della nostra epoca, scrive, riguarda chi avrà accesso alla “superintelligenza”, un termini che il fondatore di Meta ama utilizzare al posto del più comune AGI, l’intelligenza artificiale generale che secondo i principali innovatori sarà in grado di replicare le capacità cognitive e di adattamento umane.
Nel suo scritto, Zuckerberg presenta una visione dell’intelligenza artificiale fondata – come accennato in precedenza – sull’emancipazione individuale, sull’invenzione come motore del progresso e su una distribuzione del potere capace di creare nuovi equilibri e controlli reciproci.
Il CEO di Meta respinge le visioni cupe di altri innovatori del settore.
Non li nomina, ma tra le righe chiama in causa Dario Amodei (CEO di Anthropic) e Sam Altman (CEO di OpenAI). Fatica a comprendere perché chi, come loro, prevede la scomparsa della maggior parte dei lavori o la perdita di rilevanza dell’umanità continui a costruire sistemi IA a tutta velocità. Teme soprattutto la conclusione politica associata a queste previsioni: la convinzione che una tecnologia estremamente pericolosa debba essere concentrata nelle mani di poche istituzioni considerate competenti e responsabili.
La fiducia di Zuckerberg nasce da una lettura ottimistica della storia. Le precedenti trasformazioni tecnologiche hanno generato paura, disoccupazione e conflitti, ma hanno finito per allargare prosperità, salute e libertà. Zuckerberg ritiene che l’IA andrà nella stessa direzione.
“Abbiamo la fortuna di vivere in un momento straordinario della storia. Nei prossimi anni, le persone potranno utilizzare una superintelligenza superiore alle capacità umane per creare e scoprire cose eccezionali, avviare nuove imprese, esprimere le proprie idee, apprendere nuovi concetti e migliorare la propria vita, la salute, le relazioni e la carriera”, scrive il fondatore di Meta.
“La questione decisiva della nostra epoca non riguarda l’esistenza della superintelligenza, ma chi potrà accedervi. Sarà centralizzata e riservata a poche istituzioni - si chiede Zuckerberg tornando sulla polemica dei modelli open-weight - oppure diventerà uno strumento capace di dare più potere a tutti?”.
La distanza rispetto ad Anthropic, il colosso che ha raggiunto una valutazione di mercato superiore al trilione di dollari, e che in questo momento guida la corsa all’IA con i suoi sistemi proprietari, appare significativa.
L’azienda di Dario Amodei ha recentemente proposto la costruzione di un meccanismo globale che consenta di rallentare o sospendere lo sviluppo dei modelli di frontiera, qualora questi iniziassero a contribuire in modo decisivo alla progettazione dei propri successori.
Secondo Anthropic, la capacità dei sistemi di svolgere autonomamente compiti software complessi cresce a una velocità tale da poter restringere progressivamente il ruolo degli esseri umani nello sviluppo dell’IA.
Zuckerberg legge questo tipo di prudenza anche attraverso la lente della competizione e teme che le richieste di controllo finiscano per consolidare le aziende già abbastanza ricche da rispettare regole complesse.
L’ottimismo visto dall’alto
L’ottimismo di Zuckerberg acquista però un significato diverso quando viene pronunciato dal vertice di Meta, una delle pochissime società capaci di influenzare concretamente la velocità e la direzione dell’intelligenza artificiale.
L’azienda prevede per il 2026 investimenti in conto capitale compresi tra 125 e 145 miliardi di dollari, destinati in larga parte a server, data center e in generale infrastrutture necessarie all’IA. Possiede modelli propri, può reclutare alcuni dei ricercatori più costosi del settore e controlla canali di distribuzione frequentati ogni giorno da miliardi di utenti.
La promessa di mettere la superintelligenza nelle mani di tutti passa quindi attraverso un’azienda che controlla una parte significativa delle condizioni materiali di quell’accesso.
La contraddizione diventa ancora più evidente osservando l’uso dell’IA all’interno della stessa Meta. Una causa presentata in California da 26 dipendenti sostiene che il gruppo abbia utilizzato una costellazione di sistemi algoritmici per raccogliere indicatori sulle attività dei lavoratori, compresi dati sul rendimento, classifiche delle prestazioni, utilizzo degli strumenti di IA, battute sulla tastiera e altre forme di monitoraggio.
Secondo la denuncia, questi elementi sarebbero stati usati per assegnare punteggi e selezionare le persone da inserire nei licenziamenti annunciati lo scorso maggio. Tutti i ricorrenti avevano usufruito di congedi medici, familiari o parentali, oppure avevano richiesto accomodamenti legati a una disabilità. I loro avvocati sostengono che i sistemi abbiano interpretato le assenze protette come un segnale di rendimento insufficiente, penalizzando in modo sproporzionato donne e persone con problemi di salute.
La vicenda mostra una distanza fragile tra l’IA che promette di rafforzare l’autonomia individuale e l’IA che, invece, trasforma il lavoro umano in una sequenza di metriche. Zuckerberg attribuisce grande fiducia alla capacità degli individui di bilanciare il potere delle istituzioni. Ma dentro l’impresa da lui controllata le cose vanno diversamente.
La libertà secondo Meta
Zuckerberg immagina una superintelligenza personale capace di rendere ogni individuo più libero. Meta si prepara a fornirla attraverso le app, gli occhiali, i modelli e il cloud che già controlla.
La sua apertura riguarda la pluralità dei sistemi disponibili e la possibilità di costruire sopra di essi.
Ma il potere di stabilire come quella tecnologia raggiunge la vita quotidiana continua a concentrarsi nelle mani di grandi piattaforme, comprese quelle di Meta.