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L’IA ha progettato nuovi virus. È meno pericoloso di quanto sembra

llustrazione di un batteriofago (Getty Images) 

La ricerca con i modelli genomici Evo ha prodotto 16 batteriofagi, virus non pericolosi per l'uomo, al centro di uno studio molto discusso pubblicato su Science. In questo caso si tratta di un risultato scientifico rilevante

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Un’intelligenza artificiale ha creato virus. Una frase impressionante e abbastanza imprecisa da impedire di capire che cosa sia realmente accaduto. Alcuni ricercatori hanno utilizzato i modelli genomici Evo 1 ed Evo 2 per generare un numero molto elevato di possibili sequenze di DNA. Ne hanno selezionate circa 300 (302 secondo la prima versione dello studio pubblicata, “preprint”, a settembre del 2025), 285 sono state sintetizzate con successo (le altre sono fallite per l'eccessiva complessità della sintesi del DNA), e di queste 16 hanno prodotto batteriofagi funzionanti, ovvero virus capaci di infettare batteri.

Questi batteriofagi non infettano gli esseri umani, per definizione. I batteriofagi attaccano cellule batteriche, non cellule umane.

L'esperimento ha riguardato due ceppi non patogeni di Escherichia coli, chiamati E. coli C ed E. coli W, mentre i batteriofagi non sono riusciti a crescere sugli altri sei ceppi esaminati.

Lo studio pubblicato su Science non descrive un virus umano, un agente pandemico o una macchina capace di trasformare autonomamente un progetto digitale in materia biologica.

Figura 4."I batteriofagi generati rivelano informazioni sulla sequenza e sulla struttura". In basso ricostruzioni della struttura del batteriofago generate con Evo. Immagine contenuta nel primo studio (preprint) degli stessi ricercatori: King, S.H., Driscoll, C.L., Li, D.B. et al., bioRxiv (2025), https://doi.org/10.1101/2025.09.12.675911. CC BY 4.0. 

La novità c’è, dei modelli generativi hanno contribuito alla progettazione di genomi virali nuovi e funzionanti. È un risultato importante, il cui significato però rischia di essere frainteso se letto come l'annuncio di una minaccia imminente alla sicurezza biologica.

Il verbo che inganna

Il problema comincia dal verbo “creare”. Infatti, affermare che “l’IA ha creato dei virus” comprime una lunga catena di operazioni in un’unica azione apparentemente compiuta dalla macchina.

Il modello ha generato le sequenze, i ricercatori hanno definito l’obiettivo, preparato i dati, specializzato Evo, costruito i filtri, scelto i genomi, acquisito il DNA sintetico e condotto le prove. Una sequenza digitale, di per sé, non è un virus. Sono serviti la sintesi e l’assemblaggio del DNA, l’introduzione nelle cellule batteriche, la coltivazione e la verifica della replicazione.

In filosofia morale la responsabilità richiede intenzione, comprensione e capacità di rispondere delle conseguenze. Evo non possiede queste facoltà: riconosce e genera regolarità nelle sequenze di DNA. Dire che ha “creato” i virus non è completamente falso sul piano tecnico, ma è fuorviante se trasforma uno strumento nel soggetto morale dell’azione.

Questo antropomorfismo lascia sullo sfondo sviluppatori, finanziatori, aziende che sintetizzano il DNA, laboratori e autorità di controllo. Il rischio non scompare, ma viene descritto male e diventa più difficile individuare chi debba risponderne.

Non è la prima volta che l’uomo crea virus

La capacità di sintetizzare virus precede l’intelligenza artificiale.

Nel 2002 il gruppo guidato dal virologo Eckard Wimmer produsse un poliovirus infettivo partendo dalla sequenza genetica e da DNA sintetizzato chimicamente, come documenta lo studio pubblicato su Science.

Nel 2003 un gruppo coordinato dal genetista Craig Venter assemblò il genoma del batteriofago ΦX174 con frammenti di DNA sintetico e il risultato è stato pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences.

Nel 2005 sono stati ricostruiti gli otto segmenti genomici del virus influenzale responsabile della pandemia del 1918 (l’influenza spagnola), in un lavoro pubblicato su Science. Nel 2018 ricercatori dell’Università dell’Alberta (Canada) hanno ottenuto un virus infettivo del vaiolo equino da frammenti di DNA sintetico acquistati sul mercato, provocando un dibattito internazionale con lo studio apparso su PLOS One.

In quei casi le sequenze da ricostruire erano già note. Evo introduce la possibilità di generare configurazioni genomiche nuove sulla base delle regolarità apprese dai dati.

È un salto scientifico significativo, ma non il momento in cui l’umanità ha acquisito la capacità di creare virus, soglia di fatto superata almeno un quarto di secolo fa e senza l’ausilio delle intelligenze artificiali.

Lo stesso strumento con scopi opposti

La questione etica centrale è il duplice uso, quello secondo cui la stessa conoscenza può sostenere finalità benefiche o dannose.

Un modello genomico esplora uno spazio di possibilità e combinazioni troppo ampio per essere esaminato manualmente. Lo stesso esperimento mostra una possibile applicazione terapeutica. I ricercatori hanno messo insieme diversi batteriofagi progettati con Evo e dalla loro combinazione sono emersi, per ricombinazione, nuovi fagi capaci di infettare ceppi di E. coli diventati resistenti al batteriofago naturale ΦX174.

Non è ancora una terapia per gli esseri umani. Il risultato indica però che la diversità biologica generata dai modelli potrebbe contribuire allo sviluppo di strumenti contro le infezioni batteriche.

La responsabilità non può essere delegata

Il duplice uso crea un conflitto reale fra apertura della conoscenza e precauzione. Pubblicare modelli, dati e risultati consente di verificare gli esperimenti e sviluppare applicazioni terapeutiche; la stessa apertura può diffondere capacità pericolose. Limitare l’accesso riduce alcuni rischi, ma concentra il potere e rende la ricerca meno controllabile dall’esterno.

Non basta quindi scegliere fra libertà totale e segretezza totale. Occorre definire quali capacità limitare, chi possa accedervi e come controllare la sintesi genetica. Il quadro elaborato dall’Organizzazione mondiale della sanità attribuisce la gestione della ricerca biologica a duplice uso a scienziati, istituzioni, finanziatori, editori, imprese e autorità pubbliche.

In un commento pubblicato da Science, Thomas Inglesby, direttore del Center for Health Security della Johns Hopkins University, e il ricercatore Moritz Hanke osservano che la capacità di progettare genomi virali attraverso l’IA esiste già, mentre le regole per governarla in sicurezza non si sono sviluppate alla stessa velocità.

È questo l’aspetto che merita attenzione, non la fantasia di una macchina che decide di creare un virus, ma la possibilità che l’automazione ampli le capacità disponibili più rapidamente dei controlli.

L’esperimento, ridotto all’essenziale, racconta di sedici batteriofagi non patogeni per l’uomo ottenuti attraverso numerosi passaggi di laboratorio e non fa alcun riferimento alla possibile creazione da parte di un’IA di un agente pandemico.

La domanda importante è chi risponderà di esperimenti più potenti di quelli possibili oggi. Attribuire questa responsabilità all’intelligenza artificiale sarebbe la risposta più semplice e anche la più sbagliata.