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Meta Glasses, la prova: meno moda, più IA. È questa la loro forza

L’azienda di Menlo Park porta avanti la collaborazione con EssilorLuxottica ma rinuncia per la prima volta ai suoi marchi iconici, come Ray-Ban e Oakley. L’obiettivo è dimostrare che gli occhiali IA possono reggersi sulle proprie gambe. Li abbiamo provati per due settimane e vi raccontiamo come vanno

15 minuti di lettura

Chi l'ha detto che un paio di occhiali smart debba essere per forza un oggetto di moda?

È una domanda che a questo punto bisogna porsi, perché fino a questo momento la nascente industria degli smart glasses ha seguito praticamente la stessa strada: nascondere la tecnologia dentro una montatura riconoscibile, possibilmente firmata da un marchio che abbia già una propria credibilità nel mondo dell'eyewear.

Meta è stata la prima a trasformare seriamente questa strategia in un prodotto di massa affidandosi a EssilorLuxottica e soprattutto a Ray-Ban, mettendo fotocamera, microfoni, altoparlanti e intelligenza artificiale dentro silhouette diventate iconiche molto prima dell'arrivo dell'IA. Poi è arrivata Oakley per intercettare il pubblico più sportivo. E anche Samsung sta procedendo nella stessa direzione: i loro futuri occhiali con piattaforma Android XR e intelligenza artificiale Google sono stati sviluppati coinvolgendo Gentle Monster e Warby Parker, due nomi molto diversi fra loro ma entrambi fortemente legati al concetto di occhiale come accessorio estetico.

Il ragionamento è comprensibile. Se un dispositivo deve stare sul viso per ore, deve prima di tutto sembrare qualcosa che si abbia voglia di indossare. Ray-Ban porta con sé quasi un secolo di riconoscibilità; Gentle Monster ha costruito un'estetica molto precisa e immediatamente identificabile. L'occhiale, del resto, è sempre stato anche un elemento di stile e talvolta uno status symbol.

Dopo aver utilizzato i nuovi Meta Glasses, però, ci siamo convinti che il problema possa essere affrontato al contrario. Se si acquista un normale paio di occhiali da sole, si cercano innanzitutto design, qualità delle lenti e comfort. Se si comprano degli occhiali con intelligenza artificiale, invece, devono essere soprattutto le funzioni smart a giustificarne l'esistenza.

Devono consentirci di ascoltare musica senza auricolari, telefonare senza prendere lo smartphone, fotografare quello che abbiamo davanti senza interrompere quello che stiamo facendo, ascoltare un messaggio appena arrivato, chiedere all’iA stiamo guardando o ottenere informazioni contestuali mentre camminiamo. Se tutto questo non funziona bene, il logo sulla stanghetta diventa improvvisamente secondario.

Ed è proprio per questo che la scelta di Meta di presentare dei Meta Glasses senza marchio Ray-Ban ci sembra interessante.

EssilorLuxottica rimane coinvolta nella progettazione e nella produzione, ma l'eliminazione del premium legato al brand permette a Meta di portare sostanzialmente la piattaforma hardware dei suoi modelli di ultima generazione su occhiali che partono da 309 euro, un prezzo decisamente inferiore a quello dei Ray-Ban Meta Gen 2.

Non sono necessariamente gli occhiali più desiderabili dal punto di vista della moda. Ma potrebbero essere tra i più sensati per chi vuole davvero utilizzare l'intelligenza artificiale sul viso.

Design ed ergonomia

Meta ha costruito questa nuova famiglia intorno a tre design principali.

Adventurer è quello più tradizionale e rettangolare, vicino all'idea di un classico occhiale da tutti i giorni; Fury è più grande, squadrato e visivamente importante: è il modello che abbiamo provato e che vedete nelle immagini di questa recensione.

Il terzo modello, sviluppato con Kylie Jenner e indicato anche come Starfire, ha invece una forma più piccola e allungata, con un'estetica volutamente più fashion. Complessivamente Meta parla di 26 combinazioni fra montature, materiali, colori e lenti.

Ci è piaciuto soprattutto il lavoro fatto sull'ergonomia. I naselli possono essere regolati su tre differenti posizioni, mentre le estremità delle aste possono essere leggermente modellate per adattarsi meglio alla testa. Le cerniere consentono inoltre una certa sovraestensione, utile per chi ha un viso più largo.

Una delle difficoltà storiche degli smart glasses è proprio questa: batterie, altoparlanti, fotocamera e componentistica devono finire dentro aste che dovrebbero contemporaneamente sembrare quelle di un paio di occhiali normali. Il compromesso continua a vedersi.

Il Fury, in particolare, arriva intorno ai 60 grammi e dopo diverse ore si percepisce chiaramente più di una montatura tradizionale. Noi abbiamo constatato anche una certa pressione delle aste ai lati della testa durante gli utilizzi più lunghi, nonostante avessimo allargato le estremità delle aste.

Nel nostro caso il sistema di regolazione ci ha permesso comunque di trovare facilmente una posizione stabile. Non abbiamo avuto continuamente la sensazione che gli occhiali volessero scivolare sul naso e, soprattutto, non abbiamo dovuto scegliere fra una montatura troppo stretta e una che si muove appena si abbassa la testa.

Perché scegliere le lenti Transitions

Il modello che abbiamo utilizzato è un Fury nero lucido con lenti Transitions, ed è la combinazione che suggeriamo di acquistare se si vuole sfruttare l’intelligenza artificiale in modo intensivo.

Le lenti fotocromatiche hanno un vantaggio determinante su un dispositivo di questo tipo: ne ampliano l’utilizzo oltre la protezione dalla luce solare. All’aperto, quando la luminosità è sufficientemente intensa, si scuriscono progressivamente. Una volta entrati in un ambiente chiuso tornano trasparenti, lasciando la vista libera pur continuando a indossare gli occhiali.

È una differenza fondamentale rispetto alle normali lenti da sole perennemente scure.

Meta AI non ha bisogno di una lente trasparente per funzionare - e questi Meta Glasses, è importante ricordarlo, non hanno alcun display davanti agli occhi - ma buona parte del loro valore dipende dalla possibilità di lasciarli sul viso durante tutta la giornata. Se entrando in un negozio o in ufficio fossimo costretti a toglierli, perderemmo esattamente quella continuità che rende interessanti funzioni come le chiamate e, soprattutto, l'assistente IA.

Con le Transitions, invece, si può passare dal sole all'interno di un locale continuando immediatamente a chiedere agli occhiali informazioni su ciò che si ha davanti, ascoltare musica oppure rispondere a una telefonata. Per noi è il modo più coerente di utilizzare un prodotto del genere.

Non sono perfette: la variazione di tonalità non è istantanea e in alcune situazioni intermedie possono rimanere leggermente colorate più a lungo di quanto vorremmo. Ma dopo averle usate insieme alle funzioni smart, tornare a una lente esclusivamente da sole ci è sembrato sconveniente.

Pulsanti fisici e superficie touch

L'interazione mantiene una combinazione che Meta ha ormai affinato nel corso di più generazioni: voce, pulsanti fisici e superficie touch sull'asta.

Ed è la scelta corretta.

Per fotografare o avviare una registrazione, un comando fisico rimane molto più affidabile del solo controllo vocale. Si sa esattamente quando lo si è premuto e non è necessario pronunciare qualcosa ad alta voce ogni volta che si vuole immortalare un momento.

La superficie touch permette invece di controllare rapidamente la riproduzione multimediale e il volume. Dopo qualche giorno non si pensa quasi più a dove si trovi: il movimento della mano verso l'asta diventa naturale quanto quello necessario per sistemarsi gli occhiali sul naso.

C'è inoltre un piccolo bottone programmabile, colorato di blu, che può essere associato a una funzione specifica: ascoltare gli ultimi messaggi ricevuti, per esempio, o avviare una traduzione in tempo reale. Lo stesso pulsante può permettere anche di attivare la Meta AI senza dover dire ad alta voce “Hey Meta”.

Ci piace proprio questa ridondanza dei sistemi di controllo. Se siamo soli possiamo parlare con Meta AI. In mezzo alle persone, invece, possiamo preferire un gesto o un pulsante.

Fotocamera: il vero vantaggio è avere sempre il punto di vista giusto

La fotocamera rimane, fin dai primissimi Ray-Ban Stories, un ottimo motivo per per utilizzare i Meta Glasses.

Il sistema utilizza un sensore da 12 megapixel e permette di registrare video fino alla risoluzione 3K, sostanzialmente la stessa piattaforma impiegata sugli altri modelli Meta di ultima generazione.

La qualità è buona considerando il formato del dispositivo, ma non è qui che questi occhiali cercano di sostituire uno smartphone top di gamma. Uno smartphone moderno conserva un evidente vantaggio in termini di dimensioni del sensore, ottiche, zoom e gestione delle situazioni di illuminazione più difficili.

Il punto è che il telefono deve essere estratto dalla tasca.

Gli occhiali no.

È una distinzione che sulla scheda tecnica non emerge ma che, dopo averli utilizzati, abbiamo considerato fondamentale. Quando succede qualcosa davanti a noi, basta un comando vocale o una pressione del pulsante per fotografarlo dal nostro effettivo punto di vista.

È particolarmente efficace con bambini e attività all'aperto, o semplicemente in quelle situazioni in cui prendere il telefono significherebbe perdere il momento.

Meta ha inoltre introdotto Dynamic Photo/Dynamic Capture, una funzione che registra più fotogrammi in rapida successione e permette successivamente di scegliere quello migliore. Non rivoluziona il comparto fotografico, ma aumenta le probabilità di ottenere uno scatto riuscito proprio nei contesti dinamici dove una fotocamera indossabile ha più senso.

Il limite rimane inevitabilmente l'inquadratura. Si fotografa sostanzialmente nella direzione verso cui stiamo guardando e non esiste un display attraverso il quale comporre accuratamente la scena. Dopo un po' si impara a compensare, ma chi pretende la precisione di uno smartphone dovrà cambiare approccio.Si sente inevitabilmente anche la mancanza dello zoom. Con i Meta Glasses quello che vedi è, effettivamente, quello che ottieni. E scordatevi di ingrandire dettagli in seguito, perché la risoluzione delle immagini non si presta a ritagli importanti. Un buon esempio è l’immagine qui sotto, scattata con gli occhiali: guardare il sole che tramonta dietro le montagnre non assicura uno scatto che lasci fuori elementi meno suggestivi come una porzione di terrazza:

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il formato dell’immagine: gli occhiali scattano foto e registrano video in verticale, una scelta adatta soprattutto a creator e utenti che condividono contenuti su Instagram. Chi preferisce invece il 16:9 dovrà abituarsi a comporre l’inquadratura pensando già al ritaglio successivo, perché tutto ciò che viene acquisito dagli occhiali dovrà essere tagliato per ottenere un’immagine in formato landscape.

Video: la comodità del POV è imbattibile

La registrazione in 3K è ormai sufficientemente definita per clip da condividere sui social o conservare come ricordo.

Non considereremmo i Meta Glasses un'alternativa a una action cam dedicata per qualità, stabilizzazione estrema o autonomia durante registrazioni molto lunghe, ma il POV rimane estremamente coinvolgente. Inoltre, se si avvia la registrazione mentre si cammina, le immagini risultano abbastanza stabili, più di quanto si riesca generalmente a ottenere effettuando la stessa ripresa con uno smartphone in mano

Soprattutto, si può continuare a usare entrambe le mani.

È difficile comprenderne completamente il valore finché non ci si trova, per esempio, ad avere in braccio un bambino, a pedalare lentamente o semplicemente a svolgere un'attività che si vorrebbe documentare senza dover impugnare un telefono.

È uno di quei casi nei quali la qualità assoluta dell'immagine passa in secondo piano rispetto alla possibilità stessa di ottenere quella ripresa.

Audio: la comodità di non indossare le cuffie

Dentro le aste trovano posto gli speaker open-ear, affiancati da un sistema di microfoni multipli. La filosofia è quella già sperimentata con successo sulle precedenti generazioni Meta: l'audio viene indirizzato verso le orecchie senza inserirvi nulla all'interno.

Per chiamate e musica sono una sicurezza, ci siamo trovati sorprendentemente bene.

Certo, non sostituiscono un paio di Apple AirPods Pro o Galaxy Buds 4 Pro se la priorità è ascoltare musica con bassi profondi oppure se si cerca l’isolamento acustico. Sarebbe irrealistico aspettarselo. Ma non è nemmeno questo il loro obiettivo.

Il vantaggio è che gli altoparlanti sono sempre lì.

Non bisogna ricordarsi gli auricolari, aprire una custodia, inserirli nelle orecchie e poi toglierli per parlare con qualcuno. Si chiede semplicemente agli occhiali di riprodurre Spotify e la musica parte.

Meta AI: finalmente all’altezza

L'intelligenza artificiale è il punto attorno al quale ruota ormai l'intero progetto.

Sui nuovi Meta Glasses arriva Muse Spark, il modello introdotto da Meta per rendere le conversazioni più naturali e le risposte contestuali più utili.

Abbiamo immediatamente notato un'interazione più fluida rispetto alle versioni precedenti, e risposte in generale più precise rispetto a quelle fornite dai modelli precedenti.

In generale gli errori e le incomprensioni dell’IA - a volte dovute a condizioni atmosferiche, come quando le abbiamo chiesto di parlarci de L’Ultima cena di Leonardo e invece, a causa del vento, ha capito che volessimo informazioni sull’ultima ‘scena’ di un altro Leonardo, DiCaprio - si possono tollerare se si considera la comodità estrema di avere un assistente che vede esattamente ciò che vediamo noi.

Lo smartphone può già analizzare immagini attraverso l’IA, sottoponendo a un chatbot una foto scattata dalla fotocamera. Ma deve essere preso in mano, sbloccato e orientato verso ciò che si vuole mostrare all'intelligenza artificiale.

Gli occhiali stanno già guardando dove guardiamo noi.

Possiamo quindi chiedere cosa abbiamo davanti, ottenere informazioni su un oggetto, leggere e tradurre del testo, ricevere una spiegazione o tenere addirittura una conversazione senza estrarre il telefono.

La traduzione live è stata ampliata fino a coprire 20 lingue, tra cui l’italiano. Durante una conversazione, gli occhiali ascoltano ciò che dice l’interlocutore, riconoscono la lingua e traducono le frasi in tempo reale. La traduzione viene poi riprodotta attraverso gli altoparlanti integrati, così da poter seguire il dialogo senza dover guardare continuamente lo smartphone.

Pregi e difetti della Meta AI sugli occhiali

L’IA continua occasionalmente a fraintendere ciò che la fotocamera sta osservando. Distesi sul lettino, abbiamo rivolto lo sguardo verso l’alto e chiesto all’assistente che cosa stessimo vedendo. La risposta è stata “due ombrelloni”: in realtà uno era una borsa appesa, interpretata erroneamente come parte della scena.

L’aspetto più significativo è stata la sicurezza con cui l’IA ha fornito la risposta, un buon promemoria del fatto che un tono convincente non garantisce necessariamente l’accuratezza di ciò che viene detto.Nel corso della stessa giornata, abbiamo fotografato dalla spiaggia un trabucco visibile su un promontorio e abbiamo chiesto alla Meta AI di riconoscere la struttura.

La prima risposta è stata piuttosto vaga. L'IA ha ipotizzato che potesse trattarsi di un faro oppure di una costruzione rustica italiana. Solo quando le abbiamo specificato che ci trovavamo in Puglia ha iniziato a restringere il campo, ma inizialmente ha suggerito addirittura che potesse essere un trullo, richiamando le tipiche costruzioni in pietra a secco della regione.

Il problema è che il profilo di un trabucco è estremamente diverso da quello di un trullo, e la risposta ci ha mostrato chiaramente quanto il contesto geografico possa aiutare l'intelligenza artificiale ma, allo stesso tempo, anche indirizzarla verso associazioni plausibili solo in apparenza.

Abbiamo quindi insistito, chiedendo se fosse in grado di distinguere meglio la struttura. A quel punto l'AI ha spiegato che la risoluzione e la distanza non le permettevano di identificarne con sicurezza i materiali. Soltanto quando le abbiamo fornito un ulteriore indizio, spiegandole che erano chiaramente visibili numerosi pali e che la struttura ricordava appunto una palafitta, Meta AI è arrivata finalmente all'ipotesi corretta: un trabucco.

Abbiamo poi chiesto direttamente perché non fosse riuscita a riconoscerlo fin dall'inizio. La risposta è stata onesta: Meta AI ci ha spiegato che la capacità di identificare ciò che appare in una fotografia dipende dalla chiarezza dell'immagine e dalla specificità dell'elemento osservato e che, nel caso di strutture meno comuni, può avere bisogno di indizi aggiuntivi per arrivare alla classificazione corretta. In sostanza, se un oggetto è poco rappresentato nei dati sui quali il sistema ha imparato oppure compare nell'immagine in modo poco evidente, la prima interpretazione può rimanere molto generica.

È una prova che ci ha fatto capire bene quale sia oggi il limite di questi occhiali. La possibilità di chiedere informazioni su ciò che abbiamo davanti è estremamente affascinante e, quando funziona, dà davvero l'impressione di avere una sorta di livello informativo aggiuntivo sovrapposto al mondo reale. Ma non bisogna confondere la fluidità della conversazione con la certezza della risposta.

Meta AI tende comunque a proporre un'interpretazione e può costruire una risposta plausibile sfruttando anche gli indizi che le forniamo durante la conversazione. Nel nostro caso, sapere che fossimo in Puglia l'ha portata inizialmente verso il trullo, mentre il riferimento ai pali l'ha successivamente indirizzata verso il trabucco. È proprio per questo che abbiamo trovato molto più utile trattarla come un assistente con cui ragionare progressivamente, piuttosto che come un sistema di riconoscimento visivo infallibile.

Anzi, paradossalmente, uno degli aspetti più interessanti è stato proprio poterla correggere continuando la conversazione. Non abbiamo dovuto ricominciare da zero: abbiamo aggiunto informazioni, contestato la risposta precedente e chiesto di rivalutarla. È questo tipo di interazione contestuale che ci sembra più promettente per gli smart glasses, anche se oggi richiede ancora una certa dose di spirito critico da parte di chi li utilizza.Una conversazione più “umana”

Tutto questo è reso più comodo dal fatto che, a differenza del passato, non è più necessario pronunciare “Hey Meta” prima di ogni nuova domanda. Con Muse Spark, l’intelligenza artificiale resta in ascolto fino a otto secondi dopo l’ultima risposta: un intervallo sufficiente per riflettere e porre una nuova domanda, mantenendo così la conversazione più naturale e continua.

Insomma al netto dei limiti nel riconoscimento visivo, la Meta AI ci ha convinto molto di più quando lo abbiamo utilizzato semplicemente per conversare e chiedere informazioni. L’IA è meno rigida e più naturale nelle interazioni, e sugli occhiali questa differenza si percepisce. Possiamo passare rapidamente da una domanda all'altra, chiedere spiegazioni su argomenti molto diversi e ottenere quasi sempre una risposta pertinente e sufficientemente completa per capire ciò che ci interessa.

C'è poi un dettaglio importante: Meta AI, come altri modelli vocali avanzati di OpenAI e Anthropic, si può interrompere mentre sta parlando. Non siamo costretti ad aspettare che la voce sintetica termini un'intera risposta prima di formulare la domanda successiva. Possiamo intervenire, correggere il tiro, aggiungere un dettaglio oppure passare direttamente a un altro argomento, esattamente come accadrebbe durante una conversazione con una persona. È una caratteristica fondamentale su un dispositivo privo di schermo, perché evita quella sensazione tipica dei vecchi assistenti vocali in cui ogni interazione sembrava composta da una sequenza rigida di domanda, attesa, risposta e nuova domanda.

Risposte utili, ma spesso troppo brevi

Dove invece ci aspettavamo qualcosa in più è nella profondità delle risposte. Sono generalmente corrette, chiare ed esaustive rispetto alla domanda, ma raramente diventano davvero lunghe o analitiche. Facendo una domanda che su un chatbot utilizzato da computer potrebbe generare diversi paragrafi di spiegazione, sugli occhiali abbiamo spesso ricevuto una sintesi molto più compatta. Non è necessariamente un difetto del modello.

Ci sembra più corretto interpretare questa concisione come una scelta legata al formato degli occhiali. Una risposta molto lunga può essere perfettamente accettabile davanti a un computer, dove si è seduti e si è scelto deliberatamente di interrogare un chatbot.

Diventa molto meno pratica mentre si cammina per strada o si sta facendo qualcos'altro. Non essendoci uno schermo sul quale scorrere velocemente il testo, ogni parola prodotta dall'IA deve essere ascoltata in tempo reale. Ridurre la risposta all'informazione essenziale diminuisce quindi il tempo durante il quale l'assistente occupa le nostre orecchie e ci permette di proseguire più velocemente la conversazione.

L'esigenza tecnica più plausibile è invece quella di mantenere bassa la latenza dell'intera catena, dalla registrazione della domanda alla sua elaborazione, fino alla generazione e riproduzione della risposta. Per un assistente vocale indossabile, mezzo secondo percepito in meno può essere più prezioso di un paragrafo in più.

Ed è probabilmente proprio qui che Muse Spark sugli occhiali mostra una filosofia differente rispetto all'IA che utilizziamo davanti a uno schermo. Non vuole necessariamente sostituire una lunga sessione con ChatGPT, Claude o Gemini. Punta invece a offrire all’utente l'informazione essenziale che serve in quel momento.

Il vero salto di qualità è fare tutto senza mani

In generale, dopo qualche giorno che li hai indosso, la funzione migliore dei Meta Glasses smette quasi di sembrare una funzione.

È semplicemente il fatto di non dover usare le mani.

Si può chiedere di avviare Spotify mentre si cammina. Si può effettuare una telefonata senza prendere lo smartphone dalla tasca. Si può ricevere un messaggio WhatsApp e farselo leggere senza interrompere quello che si sta facendo. Possiamo catturare una foto mentre abbiamo entrambe le mani occupate o domandare all'AI che cosa abbiamo davanti continuando a guardarlo.

Singolarmente, nessuna di queste operazioni è rivoluzionaria.

È la loro somma a cambiare il rapporto con il dispositivo.

Normalmente un wearable aggiunge un altro oggetto alla nostra giornata. I Meta Glasses cercano invece di sottrarne uno, almeno per brevi intervalli: lo smartphone.

Non ci riescono completamente, naturalmente. Il telefono continua a essere indispensabile e l'app Meta AI rimane parte dell'ecosistema. Ma ci siamo accorti che in diverse occasioni sapevamo perfettamente dove fosse lo smartphone e semplicemente non avevamo motivo di prenderlo.

Batteria: otto ore sulla carta, meno se Spotify suona a lungo

Meta dichiara oltre otto ore di autonomia per i nuovi occhiali, ma come sempre con questo tipo di wearable il dato dipende enormemente da ciò che si fa.

Registrare video o ascoltare musica in continuazione incide inevitabilmente sui consumi. Un utilizzo intensivo della Meta AI e di Spotify fa scendere l’autonomia quotidiana a circa quattro ore, la metà del valore nominale.

Si tratta comunque di un'autonomia sufficiente ad accompagnare buona parte della giornata, soprattutto se si considera che stiamo parlando di occhiali principalmente da sole, che si indossano all’esterno.

A questo si aggiunge che una fonte di ricarica immediata, anche in mobilità, è costituita dalla custodia stessa degli occhiali.

Il nuovo case ci è piaciuto molto: una volta estratti gli occhiali, può essere schiacciato fino a occupare pochissimo spazio. Esteticamente è meno elegante dell’iconico case dei Ray-Ban Meta, ma la maggiore praticità ci ha convinto.

Colori e finiture: molta più scelta rispetto al passato

Uno dei vantaggi dell'abbandono di una singola collezione fashion è la libertà di moltiplicare le configurazioni.

Meta propone Adventurer, Fury e Meta Glasses by Kylie/Starfire e parla complessivamente di 26 combinazioni fra colori, materiali e lenti.

Adventurer è il modello forse più universale: linee relativamente classiche e una montatura che non cerca necessariamente di dichiarare di essere un dispositivo tecnologico.

Fury ha invece una presenza maggiore sul viso, con profilo più spesso e squadrato. È anche quello sul quale il peso si percepisce maggiormente.

Starfire segue una logica completamente diversa: la collaborazione con Kylie Jenner punta esplicitamente sull'estetica, con una forma più allungata, versioni nera e tartarugata e perfino un piccolo elemento decorativo - un brillantino - vicino alla lente. Costa di più ed è chiaramente destinato a chi vuole che gli occhiali siano anche una dichiarazione estetica.

Curiosamente, è quasi la dimostrazione della tesi iniziale: Meta può ora offrire contemporaneamente modelli funzionali più accessibili e una variante fashion senza dover trasformare tutta la gamma in un prodotto premium.

La possibilità delle lenti graduate

Un paio di occhiali pensato per essere portato tutto il giorno deve necessariamente risolvere un problema che molti gadget tecnologici continuano a trattare come un dettaglio: tantissime persone hanno bisogno di lenti graduate.

I Meta Glasses supportano prescrizioni in un intervallo estremamente ampio, indicativamente da -12 a +2,25 diottrie. Per le correzioni superiori a -6 è necessario passare da un ottico, ma il supporto complessivo è decisamente più ampio di quello che ci aspetteremmo normalmente da un wearable tecnologico.

Privacy e LED di registrazione

La privacy rimane inevitabilmente uno dei punti più controversi degli occhiali dotati di fotocamera, e anche su questi Meta Glasses è un aspetto delicato.

Accanto alla fotocamera è presente un LED di segnalazione che si illumina quando si scatta una fotografia e rimane attivo in modo continuativo durante la registrazione di un video, proprio per rendere evidente alle persone davanti a chi li indossa che gli occhiali stanno acquisendo immagini.

Nelle nostre prove sulla spiaggia, in pieno giorno e con una luce solare particolarmente intensa, abbiamo verificato che il LED rimane visibile anche a circa tre/quattro metri di distanza da chi indossa gli occhiali.

C'è però una precisazione importante: la persona utilizzata per la prova sapeva già della presenza dell'indicatore e stava quindi prestando attenzione proprio a quel punto della montatura. La nostra impressione è che, superati all'incirca i due metri, una persona che non sappia che sugli occhiali è presente una fotocamera possa molto più facilmente non accorgersi del LED, soprattutto sotto un sole forte, se non sta guardando attentamente chi ha davanti.

L'indicatore è sufficientemente luminoso da essere riconoscibile quando lo si cerca, ma non tanto evidente da attirare necessariamente l'attenzione in ogni situazione reale. Ed è qui che emerge uno dei limiti strutturali di questa categoria: Meta può rendere visibile la registrazione attraverso un segnale luminoso, ma non può garantire che chi viene ripreso lo noti effettivamente o comprenda immediatamente che cosa significhi.

È per questo che la privacy continua a essere uno dei lati più delicati degli smart glasses con AI: una fotocamera integrata in una montatura molto simile a quella di normali occhiali rende la registrazione estremamente naturale per chi li indossa, ma potenzialmente molto meno evidente per chi si trova dall'altra parte dell'obiettivo.

Prezzi e disponibilità in Italia

Gli occhiali Meta partono da 309 euro per le lenti da sole e trasparenti standard. Le lenti Transitions e quelle graduate prevedono un costo aggiuntivo. I Meta Starfire Kylie Edition partono da 419 euro.

Il prezzo ci dice che questi Meta Glasses nascono espressamente come porta d'ingresso più economica alla piattaforma AI di Meta, mentre Ray-Ban e Oakley possono continuare a presidiare rispettivamente il segmento più iconico e quello sportivo a un costo superiore.

Conclusioni

Per anni il più grande successo di Meta nel mondo degli smart glasses è stato quello di farli sembrare il meno possibile un prodotto Meta.

Ray-Ban ha dato credibilità a una categoria che arrivava dal ricordo ingombrante dei Google Glass e di una lunga serie di prototipi dall'aspetto futuristico che nessuno avrebbe realmente voluto indossare nella vita quotidiana. È stata una scelta fondamentale per portare questa tecnologia fuori dalle fiere e sulle facce delle persone.

Oggi, però, la situazione è diversa.

Fotocamere, microfoni, speaker open-ear e soprattutto Meta AI sono diventati sufficientemente utili perché sia possibile chiedersi se serva davvero pagare un sovrapprezzo per avere un logo Ray-Ban sulla stanghetta.

È qui che i Meta Glasses ci hanno convinto.

Non perché siano più belli dei Ray-Ban. Non lo sono necessariamente. E modelli come Fury possono risultare più pesanti e meno raffinati di alcune alternative premium. Ma qui la tecnologia non sembra essere stata sacrificata per raggiungere il prezzo inferiore.

Possiamo ascoltare Spotify, telefonare, farci leggere un messaggio WhatsApp, registrare un video in prima persona, scattare una fotografia, tradurre una conversazione, chiedere informazioni su quello che stiamo osservando e interagire con Meta AI senza prendere in mano lo smartphone.

E nella nostra configurazione preferita, con lenti Transitions, possiamo fare tutto questo fuori sotto il sole e continuare a farlo entrando in casa o in un negozio senza dover cambiare occhiali.

La Meta AI, con l’introduzione del nuovo modello Muse Spark, è migliorata sensibilmente: errori e allucinazioni sono diminuiti rispetto al passato, mentre molte delle incomprensioni dipendono dalle condizioni ambientali. Per chi cerca un assistente capace di rispondere a curiosità e dubbi quotidiani, senza bisogno di grandi approfondimenti, gli occhiali Meta restano una scelta particolarmente efficace.

Cosa ci è piaciuto

  • Le lenti Transitions rendono gli occhiali realmente utilizzabili dentro e fuori casa
  • Meta AI è più naturale e utile nelle interazioni contestuali
  • Ottima comodità delle operazioni completamente hands-free
  • Speaker open-ear efficaci per musica e chiamate
  • Naselli, terminali delle aste e cerniere molto più adattabili
  • Ampia disponibilità di colori e configurazioni
  • Prezzo di ingresso sensibilmente inferiore rispetto ai Ray-Ban Meta equivalenti

Cosa non ci è piaciuto

  • Le montature più grandi, soprattutto Fury, possono risultare pesanti dopo molte ore
  • L'IA fornisce in genre risposte brevi e poco approfondite.
  • La fotocamera indossabile continua a porre interrogativi importanti sulla privacy
  • Quando gli occhiali sono collegati e arriva un messaggio, l’IA può leggerlo su richiesta. Ma se ne arriva subito dopo un altro, non sarà più possibile ascoltare il precedente.
  • Non essere mai certi dell’inquadratura, quando si scatta una foto, non avendo un display di riferimento.