Italian Tech

Equilibri

Il Canada guarda all’Europa: perché gli Usa rischiano di avere un problema con le batterie

Il Canada guarda all’Europa: perché gli Usa rischiano di avere un problema con le batterie

Ottawa possiede nichel, litio, grafite e cobalto e controlla una rete globale di asset minerari. L’intesa con Bruxelles può spostare gli equilibri delle materie prime critiche proprio mentre cresce la domanda di accumulatori per la transizione energetica

4 minuti di lettura

Mark Carney ha fatto i conti. E uno dei numeri più interessanti riguarda quello che si trova sotto il suolo canadese. Parlando al Parlamento europeo a Strasburgo, il premier ha ricordato che il suo Paese possiede «una delle più grandi dotazioni al mondo di minerali critici». Non è soltanto una questione geologica: il Canada è uno dei pochi Paesi occidentali che può mettere insieme risorse minerarie, capacità estrattiva, stabilità politica e una filiera industriale che Stati Uniti ed Europa stanno cercando di costruire per ridurre la dipendenza dalla Cina. Ed è qui che il progressivo deterioramento dei rapporti fra Ottawa e l'amministrazione Trump assume anche una dimensione energetica. Per anni Stati Uniti e Canada hanno lavorato insieme a miniere, impianti di trasformazione e catene di approvvigionamento di grafite, cobalto e altri materiali strategici. Washington ha persino utilizzato il Defense Production Act per finanziare progetti minerari canadesi.

Il punto è che litio, grafite, nichel, rame, cobalto e terre rare non servono soltanto alle auto elettriche. Sono alla base delle reti elettriche, degli accumulatori stazionari, dell'eolico, dell'elettronica, dei data center e di molte tecnologie militari. In altre parole, una parte crescente dell'infrastruttura materiale della transizione energetica e digitale. E mentre Ottawa guarda con maggiore interesse verso l'Europa, per Washington perdere progressivamente un partner così vicino potrebbe avere un costo.

Fame di nichel: perché il Canada conta

«Per favore, estraete più nichel». Nel 2020 Elon Musk utilizzò la presentazione dei risultati di Tesla per rivolgere un appello alle compagnie minerarie. Dietro quella richiesta c'era un problema destinato a diventare sempre più importante: per produrre milioni di batterie servono enormi quantità di minerali, e il nichel è uno di questi. È utilizzato soprattutto nelle chimiche delle batterie agli ioni di litio ad alta densità energetica, ma trova applicazione anche nelle tecnologie dell'idrogeno, negli elettrolizzatori e in numerosi impieghi industriali ed energetici.

Secondo l'International Energy Agency, nel 2024 il mondo ha consumato circa 3,37 milioni di tonnellate di nichel. Nello scenario basato sulle politiche oggi dichiarate, nel 2040 si arriverebbe a circa 5,69 milioni. Ma è soprattutto la componente legata alle tecnologie pulite a cambiare scala: da 562 mila tonnellate nel 2024 a quasi 2,4 milioni nel 2040: quattro volte di più.

Il Canada non è il maggiore produttore mondiale di nichel, ma possiede un vantaggio che sta diventando sempre più prezioso: è un produttore inserito nel sistema economico e politico occidentale e dispone, oltre al nichel, di risorse di litio, grafite, cobalto, rame e terre rare. Un mix difficile da trovare in un solo Paese occidentale (a parte l’Australia).

Il problema per Stati Uniti ed Europa, infatti, non è soltanto quanto minerale esiste nel mondo. È dove si estrae e, soprattutto, dove si raffina. E per volumi, Canada a parte, le nazioni che possiedono in assoluto le più grandi quantità di nichel nel proprio sottosuolo e la capacità di raffinarlo sono l’Indonesia e la Russia: entrambe solidamente sotto la sfera d’influenza cinese.

Dalle miniere alle raffinerie: l'alleanza costruita da Usa e Canada

Le aree del mondo più strategiche dal punto di vista estrattivo dei materiali critici sono in Sud America, nell’Africa subsahariana, in Australia e in Nord America: soprattutto, in Canada.

Gli Usa hanno investito recentemente in Louisiana oltre 100 milioni di dollari per un impianto di lavorazione della grafite, elemento di cui Ottawa è una grande produttrice, così come possiede grandi riserve di litio. Sia grafite che litio sono essenziali per le batterie elettriche. Fino alle recenti evoluzioni nei rapporti tra Ottawa e Washington, in realtà il Nord America marciava più coeso di quanto potesse sembrare sui progetti relativi alle estrazioni di minerali critici. Tanto per fare un esempio, Canada e Stati Uniti stanno sostenendo insieme un progetto di raffineria di cobalto in Ontario, uno dei minerali più strategici per la transizione energetica data l’estrazione concentrata in Congo.

A proposito dell’Africa, la presenza statunitense nelle estrazioni dei raw materials africani si estende molto tramite il friendshoring, quindi appoggiandosi alle nazioni alleate. E l’Africa è diventata la seconda destinazione di investimento dell’industria canadese dopo le Americhe: il Canada detiene 37 miliardi di dollari in attività minerarie nel continente, con un incremento recente degli investimenti nella Repubblica Democratica del Congo, in Mali, Sudafrica, Tanzania e Zambia. Il Congo rimane il cuore mondiale del cobalto e uno dei grandi produttori di rame, mentre lo Zambia dispone di alcuni dei giacimenti di rame più importanti del continente. E il rame sarà uno dei metalli decisivi dell'elettrificazione: l’unica materia prima critica di cui anche la Cina avrà bisogno in futuro. Il valore strategico del Canada, dunque, non coincide soltanto con quello che estrae dentro i propri confini. Comprende anche una rete globale di società, capitali e progetti minerari.

Dalla Groenlandia agli abissi, la nuova corsa ai minerali

E poi ci sono le nuove frontiere estrattive. La tanto agognata Groenlandia ha finora concesso un centinaio di licenze per l’estrazione mineraria: in prima fila ci sono Regno Unito, Canada e Australia. E visto che al momento è calata la smania di conquiste militari, gli Usa potrebbero perdere parte del ruolo legittimo nella rivendicazione di giacimenti minerari che oggi hanno anche grazie ai permessi concessi ad Ottawa.

Dalla perforazione dei ghiacciai, l'industria punta ancora più in basso: nei fondali oceanici. In questo campo industriale uno dei protagonisti è The Metals Company (TMC), società con sede legale in Canada che punta a raccogliere i noduli polimetallici presenti sui fondali, ricchi di manganese, nichel, rame e cobalto. Supportata dalla presidenza Trump anche attraverso finanziamenti diretti del Pentagono, TMC è stata la prima al mondo a presentare domanda per estrarre minerali dai fondali in acque internazionali, dopo una decisione clamorosa del tycoon statunitense che ha messo in crisi la diplomazia estrattiva dai fondali. Secondo i nuovi equilibri geopolitici quell’investimento in un’azienda “amica” canadese potrebbe essere meno remunerativo del previsto.

L'Europa guarda a Ottawa

È in questo scenario che acquistano peso le parole pronunciate da Carney a Strasburgo. Canada ed Europa sono complementari: l'Unione europea dispone di un enorme mercato, capacità di ricerca, industria avanzata e tecnologie di trasformazione, ma dipende fortemente dall'estero per molte materie prime. Il Canada ha minerali, energia e un'industria estrattiva globale, ma ha bisogno di mercati e capitali per sviluppare nuove filiere. Per l'Europa significa poter aggiungere un altro grande fornitore alla strategia di diversificazione delle materie prime. Per il Canada significa ridurre una dipendenza economica dagli Stati Uniti che per decenni è sembrata quasi inevitabile.

La transizione energetica non dipende soltanto da quanti pannelli solari, turbine eoliche o batterie saremo capaci di costruire. Dipende anche da chi controlla le miniere, da dove sono raffinati i minerali e da quanto sono resilienti le catene che collegano un giacimento a una fabbrica. Rispetto dell’etica ambientale, affidabilità, vicinanza culturale e soprattutto grande disponibilità di materie prime legate alla filiera elettrica. Semplicemente, l’Unione Europea ha nel Canada (e nell’Australia) il Paese occidentale con il maggior potenziale per fornire un approvvigionamento aggiuntivo e a basso rischio per quasi tutte le materie prime delle batterie. Con il conflitto con la Russia in atto e i tentennamenti nei rapporti sino-europei, l’apertura di Ottawa a Bruxelles è una ciambella di salvataggio davvero vitale per consolidare tutta la filiera della transizione energetica. E di riflesso, un colpo devastante per la diversificazione del portfolio energetico statunitense.

Alcuni estratti di questo articolo sono contenuti nel libro “L’Età delle matrici” (Codice Edizioni) di Gianluca Schinaia.