Pacchetto Adobe clonato con l'IA, applicazioni acerbe ma gli sviluppatori dovrebbero preoccuparsi
di Dario D'EliaArtCraft ha pubblicato alternative open source ai programmi Adobe, e il catalogo è già arrivato a dodici app. Sono incomplete e piene di limiti, ma il modo in cui sono nate dice molto sul futuro del software
Photoshop, Premiere, Lightroom, Illustrator. Il quadrumvirato della genesi digitale è stato clonato grazie all'intelligenza artificiale. Dietro ognuno di questi nomi ci sono decenni di sviluppo e squadre enormi di ingegneri, designer e collaudatori. Non c'è azienda o professionista della creatività che ne possa fare a meno, eppure a inizio ottobre Brandon Thomas, ingegnere del software con 15 anni di esperienza e fondatore del progetto ArtCraft, ha pubblicato versioni gratuite e open source, cioè con il codice consultabile e modificabile da chiunque, per sette delle applicazioni più famose di Adobe. La notizia, raccontata il 7 ottobre dal sito di fotografia PetaPixel e ripresa da molte testate specializzate, ha fatto rumore soprattutto per il metodo, Thomas ha infatti spiegato su Reddit di aver scritto i programmi con l'aiuto di Claude Opus 5.5, il modello di intelligenza artificiale di Anthropic.
L’elemento che colpisce non è la qualità del risultato, ma il tempo e le risorse con cui ci si è arrivati. Le prime app sono comparse su GitHub, la piattaforma più usata dagli sviluppatori per condividere il codice, tra il 30 settembre e i primi giorni di ottobre. Oggi il catalogo ufficiale ne conta già dodici istallabili su molti sistemi operativi oppure impiegabili online. PhotoCraft, VectorCraft, FilmCraft, LightCraft, PdfCraft, EffectCraft e DesignCraft ricalcano Photoshop, Illustrator, Premiere, Lightroom, Acrobat, After Effects e InDesign. WordCraft, GridCraft e DeckCraft guardano invece a Word, Excel e PowerPoint, mentre SoundCraft e CADCraft si spingono verso l'audio e la progettazione tecnica.
Imperfette, ma non è questo il punto
Non siamo davanti a sostituti di Creative Cloud, il pacchetto in abbonamento con cui Adobe offre più di 20 programmi e servizi. Gli stessi sviluppatori collocano ad esempio PhotoCraft in una fase di early alpha, cioè di prima sperimentazione, e avvertono che non è ancora adatto al lavoro professionale di tutti i giorni: mancano diversi strumenti, le funzioni generative e il supporto alle estensioni di terze parti. LightCraft, stando ai calcoli del progetto, replica circa l'81% delle funzioni di Lightroom, ma la percentuale scende parecchio se lo si usa ogni giorno. FilmCraft fatica con alcuni formati video, con i progetti creati in Premiere e con i montaggi più pesanti. PdfCraft, per sua stessa ammissione, offre per ora circa metà delle funzioni di Acrobat Pro che non richiedono una connessione. In sintesi: è tutto molto acerbo, ma si vedono germogli.
Thomas, a dire il vero, ha alternato proclami e frenate. Il post di lancio su Reddit prometteva di raggiungere "il 100% di parità entro un mese", cioè di replicare ogni funzione dei programmi originali. In un altro commento si era spinto ancora più in là: "Il software è finito", aveva esultato, sostenendo di aver rifatto Photoshop "in un colpo solo. Tutto intero". Poi è arrivato il bagno di realtà. Il 5 ottobre, quando il progetto è approdato su Hacker News, uno dei forum più seguiti dagli sviluppatori, Thomas ha scritto che le app "sono ancora in una fase alpha estremamente precoce" e che il lavoro "non è nemmeno lontanamente pronto". Anche i tempi si sono dilatati: per il 99% di parità, ha precisato secondo Ars Technica, "ci vorrà del tempo, ma sono sicuro che si misurerà in mesi e non in anni". Chi usa questi programmi per lavoro, insomma, farebbe bene a non cancellare l'abbonamento. Ma fermarsi ai difetti significa perdere il senso della svolta.
Il vero segnale
Il punto dell’intera vicenda è che un ingegnere esperto, affiancato da agenti di intelligenza artificiale capaci di scrivere e correggere codice in autonomia, è riuscito in poche settimane ad avvicinarsi, con approssimazioni anche grossolane, a prodotti che richiedono il lavoro di centinaia di professionisti. Thomas stesso lo rivendica in un post su X: "I modelli di IA mi permettono di lavorare come un'intera azienda". Non è ancora un'equivalenza, ma la distanza si è accorciata a una velocità che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile.
L’esperto dice di avere alle spalle un team che sviluppa software per filmmaker e di poter contare su un progetto "completamente finanziato". Il codice pubblicato, inoltre, è accompagnato da test, manuali e segnalazioni di errori arrivate dagli utenti. L'IA ha accelerato la scrittura dei programmi, ma non ha reso superfluo chi li progetta, li controlla e li aggiorna. Proprio questo rende il caso istruttivo. Thomas ha tenuto a precisare di non essere un vibe coder occasionale, cioè chi programma dando istruzioni all'IA senza padroneggiare il codice. "Sono un veterano del settore con 15 anni di esperienza e ho scritto di tutto, dai sistemi di pagamento che movimentano miliardi di dollari di transazioni al giorno alla robotica avanzata e all'automazione ottica", ha scritto su Reddit. Non un dilettante, dunque, ma uno sviluppatore esperto che, con gli agenti, ha ridotto drasticamente la squadra necessaria. A essere in discussione non è il valore della competenza, ma quante persone servano per metterla a frutto.
Cambia tutto: gli effetti collaterali saranno devastanti?
Per anni la complessità del software è stata una barriera d'ingresso: replicare un grande programma richiedeva budget e squadre fuori portata per chiunque non fosse un colosso. Thomas, che dice di programmare soltanto con l'IA da febbraio, è convinto che quel muro sia già caduto: "Ora puoi semplicemente creare equivalenti funzionali identici agli originali, ricostruiti da zero, veloci e capaci di girare su qualunque sistema. Niente ti ferma". Se la barriera si abbassa davvero, le conseguenze toccano tre piani.
Il primo è il lavoro. Se un singolo professionista con gli strumenti giusti può fare ciò che prima richiedeva un reparto, la domanda di sviluppatori, soprattutto per le attività più ripetitive, rischia di ridursi o di cambiare natura. Restano più preziose la capacità di decidere cosa costruire, di valutare la qualità e di garantire affidabilità. Nel settore, però, c'è chi segnala un rischio meno evidente. A pagare per primi potrebbero non essere i colossi come Adobe, protetti da marchi noti e uffici legali, ma i piccoli sviluppatori indipendenti. Una software house di cinque o dieci persone investe mesi per ideare e progettare un'app. Chi la clona con l'IA salta quella fase, lavora in uno o due e può ripetere l'operazione a ogni nuova versione dell'originale.
Il secondo è il modello economico. Gli abbonamenti dei software proprietari si fondano anche sul costo, e sul tempo, necessari per replicarli. Se quel costo scende, la pressione sui prezzi cresce. Thomas lo ha detto in modo diretto, promettendo la fine degli abbonamenti con penali di cancellazione, e su Reddit ha spiegato il motivo: "Mi hanno addebitato la penale di cancellazione in più occasioni e da allora li detesto". A chi gli chiedeva quanto costasse far lavorare l'IA su un'impresa simile, ha risposto che "il prezzo si paga una volta sola". È una tesi, non una dimostrazione: correggere, aggiornare e mantenere compatibile un programma è una spesa che si ripete ogni anno. La gratuità, inoltre, non copre tutto: il progetto si finanzia vendendo l'accesso alle funzioni di IA generativa integrate nelle app.
Il terzo è la proprietà intellettuale. ArtCraft sostiene di aver ricostruito i programmi "in camera bianca", come si dice in gergo: da zero, studiando la documentazione pubblica e osservando dall'esterno come funzionano gli originali, senza attingere al codice o alla grafica di Adobe. Nel settore c'è chi contesta proprio questa definizione. La camera bianca, si osserva, presuppone due gruppi distinti: uno studia l'originale e ne descrive il funzionamento, l'altro scrive il codice senza averlo mai visto. Se a osservare e a riscrivere è lo stesso agente di IA, quella separazione viene meno. Ars Technica ricorda che ricostruire un programma senza copiarne il codice è stato in genere considerato lecito, ma che il rischio può spostarsi sull'aspetto delle app: FilmCraft, per esempio, ricalca da vicino l'interfaccia di Premiere. PetaPixel aggiunge il fronte dei brevetti, che Adobe possiede a migliaia, e coglie il punto più sottile: le regole su queste ricostruzioni sono nate quando copiare un programma costava così tanto, in soldi e in tempo, che la complessità del codice faceva già da protezione. L'IA sta sgretolando questa difesa implicita.
La prova decisiva
La parola chiave in questa fase è alpha. Il responso dal campo arriverà quando fotografi, grafici e montatori metteranno alla prova questi programmi con il proprio materiale, dagli scatti della loro fotocamera ai progetti video di diverse ore, e quando si capirà se il progetto saprà garantire nel tempo aggiornamenti, assistenza e stabilità. Il codice, da solo, non basta: un'applicazione vive di tutto ciò che le sta intorno.
Ma anche se ArtCraft dovesse fermarsi domani, resterebbe l'indicazione di una direzione. Non perché l'IA abbia "rifatto Photoshop", ma perché ha reso meno impensabile provare a farlo.