Italia: l’innovazione ha la tuta blu
di Giuditta MoscaIl possibile vantaggio italiano nasce dalla struttura produttiva: distretti industriali, aziende esportatrici e filiere meccaniche, farmaceutiche, aerospaziali ed energetiche consentono a una tecnologia di essere provata, ingegnerizzata e prodotta
L’Italia è un Paese tecno logicamente difficile da classificare. Secondo lo European Innovation Scoreboard 2026 del la Commissione europea rimane “innovatore moderato”, raggiunge il 96,2% della performance media dell’Unione e occupa il tredicesimo posto fra i Ventisette. Eppure, dentro una classifica dal risultato non eccellente, emergono punti di forza: l’Italia è prima nell’Unione per le domande di registrazione di design e per la produttività delle risorse, mentre le pubblicazioni scientifiche realizzate insieme da ricercatori pubblici e imprese sono nettamente sopra la media europea. Questa contraddizione suggerisce che il modello con cui giudichiamo un ecosistema tecnologico non sia sempre adatto all’Italia.
La domanda ricorrente è perché il Paese non abbia creato una propria Silicon Valley. Forse la domanda utile è un’altra: perché dovrebbe farlo? La struttura produttiva italiana è diversa da quella californiana. La quota di occupazione nella manifattura è il 18,1%, contro il 15,4% dell’Unione. Il Paese possiede distretti industriali, aziende esportatrici e filiere meccaniche, farmaceutiche, aerospaziali ed energetiche nelle quali una tecnologia nata in laboratorio può essere provata, ingegnerizzata e prodotta. È un vantaggio potenziale soprattutto nel deep tech, cioè nelle imprese fondate su risultati scientifici o ingegneristici difficili da replicare e costosi da portare sul mercato.
I soldi cominciano ad arrivare
Secondo Growth Capital e Italian Tech Alliance, gli investimenti italiani nel deep tech sono passati da 59 milioni di euro nel 2021 a 244 milioni nel 2025. Nello stesso periodo il loro peso sul venture capital italiano è salito da circa il 5% a oltre l’11%. Nel primo semestre del 2026 il settore aveva già raccolto altri 97 milioni. Cresce anche il trasferimento tecnologico, cioè il processo che porta una scoperta di università o centri di ricerca verso brevetti, licenze o nuove imprese. Il Venture Capital Monitor di LIUC e AIFI ha censito nel 2025 investimenti per 592 milioni di euro attraverso 93 operazioni. Una parte della crescita è legata ai fondi e ai poli costruiti intorno a CDP Venture Capital, il braccio di Cassa Depositi e Prestiti dedicato agli investimenti in startup e innovazione.
Ma contare il denaro serve a poco se non si misura ciò che produce. Nel bilancio 2025, CDP Venture Capital indica sei poli nazionali di trasferimento tecnologico attivi in 13 regioni, sviluppati con 20 università e centri di ricerca; 138 milioni di euro impegnati; oltre 40 partner e 147 fra iniziative e startup sostenute. Gli ambiti comprendono biofarmaceutica, sostenibilità, aerospazio, robotica, automazione, IA e agrifood. Questi numeri descrivono soprattutto l’infrastruttura costruita.
Per capire se stia producendo nuova industria bisogna misurare brevetti concessi in licenza, startup capaci di raccogliere round successivi, contratti con grandi aziende, ricavi, esportazioni e acquisizioni: il numero dei programmi finanziati, da solo, non dimostra l’efficacia del sistema.
Dalla ricerca alla fabbrica
Nella robotica, Generative Bionics nasce da oltre vent’anni di ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), che ha concesso all’azienda licenze esclusive sulle tecnologie fondamentali. Dopo un primo investimento attraverso RoboIT, nel dicembre 2025 la società ha raccolto 70 milioni di euro in un round guidato dal Fondo Artificial Intelligence di CDPVenture Capital. Circa 70 ingegneri provenienti dall’IIT sono confluiti nell’azienda e il finanziamento deve sostenere anche il primo stabilimento produttivo.
Nell’aerospaziale, Titan4 mostra un percorso simile su scala minore. La startup, che usa dati satellitari e sensori per monitorare infrastrutture, aveva ricevuto nel 2023 un investimento seed da Galaxia, il polo nazionale per l’aerospazio. Nell’ottobre 2025 ha chiuso una Serie A da 4 milioni di euro guidata da CDP Venture Capital e Vertis: un passaggio dalla fase iniziale a nuovo capitale per crescita e internazionalizzazione.
Nelle scienze della vita la strada è più lunga. Extend, il polo dedicato al biofarmaceutico, riunisce università e centri di ricerca con CDP Venture Capital, Evotec e Angelini Ventures; nel 2025 si è aggiunto il Ceinge di Napoli. In questo settore prototipi e nuove società contano poco se non riescono a superare verifiche sperimentali, attrarre capitale specializzato e arrivare a partnership, licenze e sviluppo clinico.
Materiali ed energia mostrano lo stesso problema: per passare dal laboratorio alla fabbrica servono impianti, macchinari e capitale. K3RX, che sviluppa materiali ceramici compositi per temperature estreme, ha raccolto nel febbraio 2026 1,65 milioni di euro per industrializzare la tecnologia. Pochi giorni dopo Sinergy Flow, che sviluppa batterie a flusso per l’accumulo energetico di lunga durata, ha raccolto 7 milioni per arrivare alla scala industriale. Nel deep tech il capitale deve finanziare anche il passaggio fisico dal prototipo alla produzione.
Il nodo del trasferimento tecnologico
Il Country Report 2026 della Commissione europea descrive il trasferimento della ricerca italiana come un sistema a due velocità. Nel 2023 dalla ricerca pubblica sono nati 86 nuovi spin-off, contro 162 nel 2018. Gli addetti degli uffici di trasferi mento tecnologico sono in media 5,7, contro 11 nell’Unione europea, e resta debole la capacità di ottenere ricavi dai brevetti. Questi uffici devono individuare scoperte con potenziale commerciale, proteggere la proprietà intellettuale, negoziare licenze e trovare imprenditori, investitori e aziende partner. Se dispongono di metà del personale della media europea, aumentare i programmi a monte rischia di allargare l’imbuto senza migliorare l’uscita verso il mercato.
Anche le imprese devono spendere di più
Esiste una debolezza che nessun acceleratore può correggere. Nel 2024 la spesa in ricerca e sviluppo sostenuta dalle imprese italiane era pari allo 0,79% del Pil, quasi la metà dell’1,49% dell’Unione europea. La Commissione osserva inoltre che la ricerca privata italiana rimane concentrata soprattutto nei settori a tecnologia intermedia, come meccanica e trasporti. Migliorare università e venture capital non basta. Per trasformare il patrimonio scientifico in un vantaggio industriale servono aziende disposte a comprare tecnologia, sperimentarla negli stabilimenti, cofinanziarne lo sviluppo e assumersi parte del rischio.
Le corporate ci sono. Bisogna capire cosa fanno
Un segnale incoraggiante arriva dalle grandi aziende. Nel 2025 le corporate hanno partecipato a circa il 27% dei round iniziali di venture capital censiti dall’Università Carlo Cattaneo (LIUC). Il dato, però, registra la loro presenza come investitori e non misura la profondità del rapporto industriale. Nel deep tech la distinzione è decisiva. Una grande impresa può acquistare una piccola quota di una startup e limitarsi ad aspettare, oppure diventare cliente, finanziare la sperimentazione, sottoscrivere un contratto di sviluppo o integrare la tecnologia nella propria filiera. Entrambe le opzioni compaiono nelle statistiche del corporate venture capital, ma solo la seconda costruisce davvero industria. Per questo ai dati sugli investimenti andrebbe affiancato un indicatore capace di misurare quanti contratti industriali seguono il capitale investito dalle corporate. Sarebbe un modo per distinguere il capitale di rischio usato come vetrina da quello impiegato per innovare davvero l’impresa.
Pochi soldi al Sud
La geografia dell’innovazione rende questa trasformazione ancora più urgente. Le startup innovative sono molto più distribuite del capitale. A fine 2025 il Mezzogiorno ospitava il 28,2% del totale italiano, secondo le elaborazioni di SRM-Intesa Sanpaolo su dati Infocamere. Il venture capital segue una mappa quasi opposta: il bilancio 2025 di CDP Venture Capital rileva che, escludendo le aziende estere fondate da italiani, oltre l’80% del denaro investito in Italia è finito al Nord, circa il 13% al Centro e soltanto la quota residua al Sud. Il divario suggerisce che al Mezzogiorno non servano soltanto altre startup. Il problema arriva dopo: capitale per i round successivi, gestori locali capaci di accompagnare operazioni più grandi, laboratori, strutture di industrializzazione, grandi clienti e collegamenti con filiere produttive e investitori internazionali. La Commissione rileva inoltre che gli spinoff della ricerca pubblica restano concentrati soprattutto nel Nord. CDP dispone di un Fondo Imprese Sud da 150 milioni rivolto a startup e Pmi innovative meridionali nelle fasi successive al seed. Il successo si misurerà sulla capacità delle imprese di raccogliere capitale privato nazionale e internazionale.
Dagli incentivi alla domanda
L’Italia ha già costruito molti strumenti per sostenere l’offerta tecnologica: crediti fiscali, fondi pubblici, acceleratori, competence center e poli di trasferimento. La Commissione europea indica fra le priorità italiane il rafforzamento degli acquisti pubblici innovativi.
Nell’Innovation Scoreboard la quota di procurement pubblico destinata all’innovazione è al 10,2%, appena sotto il 10,5% europeo. Per robotica, biotech, spazio, nuovi materiali ed energia la politica industriale può creare domanda con appalti innovativi, commesse, laboratori condivisi, impianti dimostrativi e contratti di sperimentazione. Un incentivo paga un’impresa perché sviluppi qualcosa. Un cliente paga perché quel prodotto gli serve. La prima operazione può far nascere una startup; la seconda può trasformarla in un’azienda.
Sognando la California
L’Italia difficilmente vincerà cercando di diventare una versione ridotta della California. Possiede però università scientifiche, competenze ingegneristiche, manifattura, filiere produttive e imprese abituate a esportare. Collegare questi elementi può creare un modello di innovazione diverso e competitivo.