Se i token fanno paura
di Alessio JaconaDi Deo (Osservatorio Polimi): «Le aziende comprano più modelli
di quanti ne usino. Preferiscono licenze fisse piuttosto che pagare a consumo»
Secondo l’ultimo report dell’Osservatorio AI del Politecnico di Milano, nel 2025 il mercato italiano dell’IA ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, con una crescita su base annua intorno al 50%. Circa il 63% della spesa viene dalle grandi imprese, il 19% dalla Pubblica Amministrazione, e poco più del 18% dalle Pmi, che restano indietro nell’adozione delle nuove tecnologie. Ma la domanda è: di che tipo di intelligenza artificiale stiamo parlando?
Secondo Irene Di Deo, ricercatrice senior dell’Osservatorio, per rispondere a questa domanda bisogna distinguere tra un prima e un dopo: «Prima dell’IA generativa – spiega –, in Italia le grandi e grandissime imprese avevano già in produzione diversi progetti di IA più tradizionale e predittiva: algoritmi di machine learning applicati a processi specifici come l’ottimizzazione dei processi produttivi, l’identificazione delle frodi o ancora la gestione dei portafogli finanziari». Progetti complessi e costosi, praticamente inaccessibili alle piccole e medie imprese italiane.
Le cose cambiano dopo il novembre 2022, quando ChatGpt fa il suo debutto e apre la strada a una nuova generazione di tecnologie IA che, molto rapidamente, hanno ampliato il panorama delle possibili applicazioni in azienda e creato nuove dinamiche organizzative, alcune delle quali anche problematiche: «L’IA generativa registra oggi un’adozione potenzialmente molto più diffusa – spiega Di Deo –, sostenuta sia da tool generalisti sia da funzionalità integrate nei software aziendali come i CRM».
La cosa notevole è che la diffusione e democratizzazione di questi strumenti ha messo le aziende di fronte a un nuovo paradosso: «Anche quando le imprese scelgono di non utilizzare l’IA, sono i singoli dipendenti a farne uso per conto proprio, tramite account personali, esponendo l’azienda a rischi a seconda di quali dati immettono in questi servizi». È il fenomeno della cosiddetta “Shadow AI”: l’uso non autorizzato dell’IA da parte di dipendenti: un fenomeno crescente che – spiega sempre la ricercatrice del Polimi – molte realtà stanno provando a gestire affiancando ai classici team di data science nuovi team di adoption della GenAI, responsabili di definire linee guida ed esaminare l’impatto economico.
E sempre parlando di AI adoption, dagli studi dell’Osservatorio emerge una peculiarità tutta italiana: «L’Italia si posiziona tra gli ultimi posti in Europa per aziende con progettualità IA proprie – svela infatti Di Deo –, ma ai primi posti per licenze attive acquistate».
Insomma, le aziende italiane comprano più IA di quanta ne usino, e invece che pagare a consumo di token «preferiscono andare su licenze fisse a costi prevedibili» con soluzioni come Microsoft Copilot. «L’accesso ai modelli a consumo di token viene così limitato a specifici ruoli IT o di sviluppo software, sui quali vengono comunque applicati rigidi budget di spesa».
L’orientamento a risparmiare giustificherebbe il ricorso ai modelli cinesi, più convenienti di quelli americani, o alle soluzioni Open Source: secondo Di Deo la prima opzione viene meno perché restano dubbi sulla tutela dei dati. Per quanto riguarda invece i modelli open, molte aziende «non avrebbero internamente le competenze per gestire questi modelli aperti e valutarne i risultati sui singoli processi».
Infine, l’IA agentica, che secondo la dottoressa Di Deo desta interesse ma viene vista ancora come una tecnologia in fase sperimentale: «Nelle aziende più avanzate vediamo diverse applicazioni di agenti ma sono agenti con un’autonomia molto limitata a task specifici e verticali, ad esempio l’intelligent document processing, ovvero l’uso dell’IA per automatizzare l’estrazione e la gestione dei dati da documenti cartacei o digitali».