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Rischio numero uno: la scomposizione del lavoro

In Italia raddoppiano le aziende che adottano l’IA, ma le Pmi restano al palo. Bentivogli: «È una trasformazione totale, non un nuovo software»

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La buona notizia è che in un anno, dal 2024 al 2025, è raddoppiato il numero di aziende italiane che adottano l’intelligenza artificiale; le cattive sono due: la prima è che la diffusione di questa tecnologia resta molto bassa nelle piccole e medie imprese, e la seconda è che, anche quando adottano l’IA, le aziende italiane lo fanno senza mettere in atto la profonda trasformazione aziendale necessaria per metterla davvero a frutto. Parola di Marco Bentivogli, coordinatore nazionale di Base Italia, docente e senior advisor della Graduate School of Management del Politecnico di Milano, dove fa ricerca sull’impatto dell’IA sul lavoro e sulla produttività.

«In termini di introduzione e integrazione, il contesto italiano è particolarmente messo male – spiega –, perché molte aziende si stanno avvicinando all’IA come se fosse l’acquisto di un nuovo pacchetto software». Invece secondo Bentivogli il punto è che l’adozione di tool e servizi IA deve coincidere con una strategia che rinnova e trasforma profondamente i processi aziendali, altrimenti si rischiano forti delusioni.

«Chi comprende che devono evolversi anche ruoli, funzioni, modello di business e cultura oranizzativa – aggiunge – ha invece molte più possibilità di ottenere ritorni dagli investimenti». E non è solo questione di soldi: le nuove tecnologie basate sull’IA impattano la struttura profonda delle professioni, generando un cambiamento che va governato passo passo, altrimenti si perdono posti di lavoro, competenze e tanto valore.

Marco Bentivogli è coordinatore di Base Italia; docente e senior advisor alla Graduate School of Management del Polimi. 

Qual è l’effetto dell’IA sul modo in cui lavoriamo?

«L’IA entra in maniera pervasiva nella scomposizione del lavoro, con il rischio della cosiddetta taskificazione. Facciamo l’esempio del lavoro di giornalista e immaginiamo che abbia vari compiti (task) giornalieri, dal documentarsi al consultare le fonti, passando per la riunione di redazione e la scrittura di un pezzo. Ora immaginiamo che una parte significativa di questi task venga automatizzata con tool di IA: i compiti che restano vanno ripensati completamente per essere valorizzati, altrimenti la persona si sente demansionata, e alla lunga il suo ruolo scompare. In più c’è il “paradosso della seniority”, che cambia tutto: i ruoli junior, quelli da cui si passa per iniziare una carriera, sono quelli più facilmente sostituibili dalla nuova automazione e il rischio è che, a forza di tagliare i percorsi di accesso al lavoro, tra un po’ non si avranno più neanche i senior».

Quali funzioni aziendali cambiano?

«Tutte: dal servizio al consumatore al marketing, fino al legal – con l’automazione del drafting iniziale (la bozza preliminare di documenti o contratti), della ricerca e dell’analisi documentale – e fino alla finanza, dove dai controlli periodici si passa al controllo continuo in tempo reale. Lo stesso vale per le operation, con ad esempio la manutenzione predittiva e il settaggio automatico delle macchine: non esiste una funzione immune dall’adozione dell’IA e questo cambia l’assetto, la cultura organizzativa e il modello di business perché si passa ancora più decisamente dal prodotto all’esito».

Cioè?

«Significa che il processo di determinazione del prezzo finale di un prodotto è sempre meno legato al costo del singolo bene ed è sempre più vicino a tutto ciò che gli ruota attorno, perché con l’IA la “servitizzazione”, cioè la fornitura di servizi integrati o basati sull’uso, diventa pervasiva e componente fondamentale del prezzo».

Le aziende italiane preferiscono l’IA statunitense o cinese?

«Alcune aziende usano modelli cinesi perché possono risiedere in locale e sono “open weights”, ma le aziende strutturate preferiscono i modelli americani proprietari, ritenuti più affidabili per questioni di sicurezza dei dati e sovranità. Intanto proprio negli Stati Uniti stanno emergendo i primi casi di tokenizzazione del lavoro, dove cioè l’azienda fornisce uno stipendio base e una quota in token per automatizzare specifici task che poi il dipendente deve gestire in autonomia».

Quali sono le professioni più a rischio?

«È il middle management a subire l’attrito maggiore dall’adozione dell’IA. Una parte importante del suo ruolo e fare intermediazione informativa: raccogliere informazioni, sintetizzarle e far salire le questioni più importanti verso i vertici. Più l’IA entra in azienda, più quella parte evapora».

C’è una soluzione?

«Io propongo la figura del work architect, l’architetto del lavoro. Se utilizziamo un approccio tech-first, il risultato è che diamo agli esseri umani solo i compiti che l’IA non sa ancora fare senza ripensare e rafforzare il ruolo della persona, e così il lavoro scompare. L’architetto del lavoro serve a ridisegnare i ruoli mentre l’automazione avanza, ed è una funzione di progettazione, non di controllo, che sta a monte della scelta dei tool, non a valle. Del resto, con l’evoluzione delle tecnologie di IA nelle organizzazioni tradizionali bisogna ripensare tutto: dallo scopo aziendale fino alla cultura organizzativa. Le aziende organizzate a silos falliscono mentre quelle virtuose creano una cabina di regia con l’architetto del lavoro, appunto, che unisce le varie funzioni. Servono costruttori di ponti tra le funzioni, perché l’IA è liquida e si spalma su tutta l’azienda».

In concreto, quali sono i passaggi?

«Chi fa bene ne segue tre: il primo è l’alfabetizzazione, cioè diffondere la competenza di base sull’IA in tutta l’azienda. Il secondo è lo sviluppo delle competenze per individuare i tool e capire che cosa automatizzare e che cosa potenziare. Il terzo è la strategia di adoption, che deve essere orizzontale, cioè condivisa e concertata con tutta l’azienda. Il tutto mantenendo sempre attiva una “sandbox”, uno spazio in azienda per continuare a sperimentare. Servono idee, diffusione e consapevolezza, e quando l’azienda è una piccola impresa, per diffondere la literacy serve anche un intervento a livello territoriale da parte delle associazioni come Confindustria, Confartigianato, Confcommercio, e anche i sindacati dei lavoratori. Insegnare l’IA oggi è fondamentale per qualsiasi mansione, compresa quella del saldatore».