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Gamindo raccoglie 1,4 milioni di euro e sfida i luoghi comuni sul mercato dei capitali italiani

Gamindo raccoglie 1,4 milioni di euro e sfida i luoghi comuni sul mercato dei capitali italiani

Dai quattro co-fondatori di Bending Spoons all’ex CFO di Apple Luca Maestri, fino a Riccardo Zacconi, fondatore di King.com (Candy Crush), alcuni protagonisti della tecnologia internazionale investono nella startup trevigiana. Una scommessa sulla formazione aziendale e sull’Intelligenza artificiale, ma anche sulla capacità di costruire dall’Italia un’impresa globale competitiva

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Quando Gamindo ha raggiunto il primo milione di euro di ricavi annuali, i suoi fondatori, Nicolò Santin (CEO) e Matteo Albrizio (CPO), si sono trovati davanti a una scelta tutt’altro che banale: continuare a sviluppare videogiochi e progetti personalizzati per alcune delle più grandi aziende del mondo oppure cambiare strada, rinunciando alle certezze di un modello di business che aveva dimostrato di funzionare. Non c’era un’azienda in crisi da salvare, ma un’attività redditizia da mettere in discussione, e forse è proprio questa una delle prove più difficili per un imprenditore, ossia trovare il coraggio di cambiare quando i risultati gli stanno dando ragione.

Santin e Albrizio hanno scelto di cambiare, trasformando Gamindo in una piattaforma tecnologica che utilizza l’Intelligenza artificiale per convertire documenti e contenuti aziendali in esperienze formative interattive, sfruttando le dinamiche dei videogiochi per rendere l’apprendimento più coinvolgente. Oggi quella scommessa ha portato la startup trevigiana a raccogliere 1,4 milioni di euro grazie a un nuovo round di investimenti, dopo il primo finanziamento da 500.000 euro raccolto nel 2021, guidato da Luiss Alumni 4 Growth (LA4G).

Quella decisione ha segnato il passaggio da una società che sviluppava progetti su commessa a un’impresa tecnologica con l’ambizione di proporre un prodotto scalabile, capace di raggiungere centinaia di aziende nel mondo. Ma la storia di Gamindo offre anche lo spunto per mettere in discussione uno dei luoghi comuni più radicati nell’ecosistema italiano delle startup, quello secondo cui, per costruire un’impresa tecnologica di successo, sia necessario trasferirsi a Londra o nella Silicon Valley. Gamindo, che è nata a Treviso nel 2019, oggi, di clienti ne conta oltre 50, tra cui Prada, L'Oréal Italia e Aon. Un portafoglio che si estende anche oltre i confini italiani, con aziende negli Stati Uniti, in Francia e in Svizzera.

Bending Spoons, l’ex CFO di Apple e gli altri investitori

Al round di 1,4 milioni hanno partecipato i soci del Club degli Investitori, Vento, Doorway, Zanichelli Venture e altri investitori strategici, insieme a un gruppo di angel investor di rilievo del panorama tech e imprenditoriale internazionale, tra cui i quattro co-fondatori di Bending Spoons (Luca Ferrari, Matteo Danieli, Francesco Patarnello e Luca Querella), Luca Maestri, ex CFO di Apple, Riccardo Zacconi, fondatore di King.com (Candy Crush), Claudio Erba, fondatore di Docebo, Alessio Artuffo, CEO di Docebo, e Duccio Vitali, CEO di Alkemy Group.

Le risorse raccolte saranno destinate principalmente allo sviluppo tecnologico della piattaforma e all'espansione commerciale internazionale, attraverso nuove assunzioni nei team di prodotto e vendita. Accanto alle risorse finanziarie, Gamindo potrà contare sull'esperienza di imprenditori e manager che hanno contribuito alla crescita internazionale di importanti aziende tecnologiche.

«Ho apprezzato che in quest'ultimo round molti angel investor si siano concentrati più su chi siamo e su quello che stiamo costruendo rispetto alle belle slide con numeri che diventano giganteschi - commenta il CEO Nicolò Santin -. Hanno guardato soprattutto al passato e al presente, naturalmente chiedendoci quale fosse la nostra visione futura».

(Nicolò Santin, ceo Gamindo)
(Nicolò Santin, ceo Gamindo) 

Nell'esperienza di Santin, gli investitori sembrano prestare maggiore attenzione alla solidità dei progetti rispetto alle sole previsioni di crescita. Vogliono capire se il prodotto funziona, se risolve un problema e soprattutto se qualcuno è disposto a pagare per utilizzarlo. Le proiezioni di fatturato e le promesse di conquistare mercati enormi contano ancora, ma devono essere accompagnate da risultati verificabili.

Sfida al mito della Silicon Valley

Per anni la scarsità di capitali è stata una delle spiegazioni più ricorrenti delle difficoltà incontrate dalle startup italiane, soprattutto nel confronto con ecosistemi più strutturati come quelli britannico e statunitense (Nel primo semestre del 2026, le startup italiane hanno raccolto 652 milioni di dollari in venture capital, + 29% rispetto allo stesso periodo del 2025. L’ecosistema Tech italiano, ad agosto 2026, ha raggiunto un valore stimato di 139,9 miliardi di dollari). Una narrazione che Nicolò Santin oggi mette apertamente in discussione. Le risorse per investire, sostiene, sono aumentate e arrivano anche dall'estero; la questione, semmai, è riuscire a costruire imprese capaci di convincere gli investitori con prodotti, clienti e risultati.

«Se cinque o dieci anni fa c'era una reale mancanza di capitali nell'ecosistema italiano, adesso non è assolutamente così. Se un'azienda ha difficoltà a raccogliere finanziamenti, non è necessariamente perché mancano i fondi o le persone disposte a investire. Può essere che quello che sta costruendo non sia abbastanza convincente o non sia adatto a determinati investitori».

È una posizione che Santin riconosce come personale e non predominante. Il mercato italiano continua ad avere dimensioni inferiori rispetto ad altri ecosistemi europei, ma la disponibilità di capitali, le reti internazionali di investitori e gli strumenti tecnologici per sviluppare e distribuire prodotti hanno modificato le condizioni nelle quali oggi può nascere una startup.

E chi continua a guardare alla Silicon Valley come alla destinazione obbligata per costruire una startup di successo? Anche in questo caso Santin mette in discussione un altro luogo comune. La geografia continua a contare, ma non può più essere considerata determinante per il successo o il fallimento di un progetto imprenditoriale. A sostegno della sua tesi cita la francese Mistral AI, la britannica Revolut e la svedese Spotify, aziende capaci di affermarsi a livello internazionale senza essere nate negli Stati Uniti. In Italia, il riferimento è soprattutto Bending Spoons, partita da Milano e diventata una realtà tecnologica di rilievo globale.

«Oggi si può fare la maggior parte delle aziende dall'Italia, senza troppe scuse», sostiene Santin. Con alcune eccezioni, come i laboratori impegnati nello sviluppo dell'IA di frontiera, per i quali l'accesso a talenti e infrastrutture altamente specializzati può ancora rendere determinante la localizzazione geografica.

Questo non significa, però, che costruire un'impresa di successo sia diventato semplice. Santin invita a non sottovalutare le difficoltà di un percorso imprenditoriale che oggi offre opportunità impensabili fino a pochi anni fa, grazie a strumenti tecnologici sempre più accessibili, ma espone anche a una concorrenza globale crescente. E per completare la maturazione dell'ecosistema italiano servirebbero più startup capaci di crescere fino a realizzare operazioni di vendita da centinaia di milioni, se non miliardi di euro. Sono queste operazioni, secondo Santin, a generare ritorni economici per gli investitori, che possono così reinvestire i capitali in nuove imprese.

Le aziende comprano l’IA, ma le licenze non sono competenze

Le aziende investono in strumenti di Intelligenza artificiale sempre più sofisticati, ma spesso faticano a trasformarli in nuove competenze e maggiore produttività. «Molte imprese hanno acquistato licenze software spinte dall'entusiasmo per l'IA, per poi scoprire che i dipendenti le utilizzano soltanto per scrivere le bozze delle email», racconta Santin. Per rispondere a questa esigenza, Gamindo ha lanciato AI Adoption, un nuovo verticale dedicato alla formazione sull'utilizzo efficace e responsabile dell'Intelligenza artificiale. La piattaforma valuta le competenze dei dipendenti, propone percorsi interattivi basati su casi d'uso aziendali e misura nel tempo l'effettiva adozione degli strumenti. Una necessità resa ancora più urgente dall'AI Act europeo, che prevede l'obbligo per le organizzazioni che forniscono o utilizzano sistemi di IA di adottare misure a sostegno dell'alfabetizzazione del personale.

Secondo una ricerca del 2025 della London School of Economics, realizzata con Protiviti, il 68% dei lavoratori intervistati non aveva ricevuto formazione sull'IA nei dodici mesi precedenti. Eppure, chi aveva seguito percorsi formativi dichiarava di risparmiare mediamente 11 ore di lavoro alla settimana grazie all'Intelligenza artificiale, contro le 5 ore di chi non aveva ricevuto formazione. Il problema, secondo Santin, è anche culturale. In Italia la formazione viene ancora troppo spesso misurata in ore anziché in competenze realmente acquisite. Non è raro, racconta, che un dipendente segua un corso online mentre guarda gli highlights della Serie A, purché alla fine risulti aver completato la formazione.

«Le persone non odiano la formazione aziendale. Odiano perdere tempo. Se un contenuto parla davvero del loro lavoro, chiede loro di prendere decisioni e gli permette di mettere subito alla prova ciò che hanno imparato, cambia completamente l'esperienza».