Cinquanta milioni di euro per produrre più satelliti, accelerare negli Stati Uniti e costruire macchine capaci di decidere in autonomia. Argotec, la space company torinese fondata nel 2008 da David Avino, ha chiuso un aumento di capitale da 50 milioni di euro interamente sottoscritto da NUO Space, veicolo della holding milanese guidata da Tommaso Paoli.
Per la società — profittevole fin dalle origini e finora cresciuta reinvestendo le proprie risorse in ricerca e sviluppo — è una svolta strategica. E non sarà l'unica. «Questo è solo il primo passo», spiega Avino a Italian Tech, anticipando un nuovo aumento di capitale «molto più grosso» e inedite partnership industriali. «Fino a oggi abbiamo voluto dimostrare sul campo la nostra affidabilità tecnica ed economica, chiudendo sempre i bilanci in utile nonostante i continui investimenti. Ora che tutti hanno visto la nostra solidità, ci sono decine di fondi interessati a entrare: sta arrivando una bella onda e stiamo già preparando il prossimo maxi round».
Dalla missione singola alle costellazioni
La scelta di aprire il capitale proprio ora risponde a un cambio d’epoca per il settore: «Il mondo dello spazio è cambiato radicalmente negli ultimi anni: non si fa più la singola missione scientifica, oggi servono costellazioni di satelliti», racconta Avino. «In più, la geopolitica post-2022 ha imposto una nuova domanda di sicurezza e difesa. Le istituzioni e i governi hanno bisogno di flotte dual use subito operative e noi ci siamo preparati per tempo».
Il piano strategico poggia su quattro pilastri: l'aumento della produzione in Europa, le tecnologie di frontiera, i servizi basati sui dati satellitari e l'espansione negli Stati Uniti. Nello SpacePark di San Mauro Torinese, inaugurato nel 2024, le linee parallele permettono di assemblare 52 satelliti all'anno, con l'obiettivo di salire a quota 80: satelliti nella fascia tra i 30 e i 350 chili, una taglia che si muove in modo complementare rispetto ai giganti storici dell'aerospazio come Leonardo. «Il nostro stabilimento è completamente integrato: da una parte entra l'alluminio grezzo ed esce il satellite finito», spiega il ceo. «I satelliti volano sui vettori di SpaceX; nella nostra sede americana inseriamo il propellente e curiamo l'integrazione sul lanciatore, e una volta in orbita la costellazione viene controllata direttamente dalla nostra sala operativa di Torino. Chiudiamo l’intera catena del valore».
«I satelliti saranno una commodity: vincerà la testa»
La vera scommessa tecnologica punta a satelliti cooperanti dotati di edge computing, capaci cioè di elaborare i dati direttamente nello spazio. «Oggi molti presentano l'IA a bordo come una novità, ma noi ci lavoriamo da anni: abbiamo già 15 o 16 satelliti in orbita dotati di un computer secondario dedicato a far girare algoritmi intelligenti», sottolinea Avino.
La visione è netta: «Tra qualche anno l'hardware dei satelliti sarà quasi una commodity. La vera differenza la farà la "testa", cioè il software che ci gira sopra». L'obiettivo è elaborare le informazioni a bordo in pochi secondi senza saturare le bande di trasmissione verso terra: «Se con un'immagine individuiamo un principio d'incendio o una frana, possiamo allertare immediatamente la protezione civile. Lo stesso vale per la difesa, dalle coste ai confini: l'elaborazione deve avvenire in near real-time, perché pochi secondi possono fare la differenza tra salvare delle vite o perderle».
350 dipendenti under 30: l’asse con la California
I nuovi capitali serviranno ad accelerare lo sviluppo e ad assumere: l'organico conta oggi circa 350 persone tra Italia e Stati Uniti, con oltre 60 posizioni aperte. «L'età media complessiva è sotto i 33 anni, e se guardiamo solo la divisione ingegneristica scende a 29 anni», racconta il fondatore. «Professionisti giovanissimi che hanno già visto decine di loro progetti volare nello spazio».
Sul fronte americano, oltre all'hub di Melbourne in Florida — dove Argotec guida lo sviluppo di MiniCOR per la NASA, il CubeSat da 32 chili (piattaforma 12U HAWK Lite con coronografo miniaturizzato di Johns Hopkins APL e Naval Research Laboratory per studiare le tempeste solari, che ha superato la Critical Design Review) —, cresce il presidio aperto a fine 2023 in California. «È la nostra sede di riferimento per le telecomunicazioni. Lì stiamo sviluppando un transponder, una radio per lo spazio profondo capace di operare a decine di milioni di chilometri, verso la Luna e Marte, richiesta dal Giappone agli Stati Uniti. Parte del round servirà a scalare la produzione di questo componente tra l'Italia e la California».
L'addestramento degli astronauti e il monito su Musk
Dietro la rotta di Argotec c'è il percorso del suo fondatore: 55 anni, laurea in informatica, un passato da ufficiale nella Brigata Paracadutisti e poi una lunga carriera tra l'ESA a Colonia e la NASA a Houston, dove come istruttore certificato ha addestrato gli astronauti della classe di Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti per le missioni sulla ISS. Nel 2008 il rientro in Italia per partire da zero: «All'inizio ero da solo a montarmi le scrivanie».
Oggi il suo sguardo è puntato sull'autonomia del continente: «Gli eventi degli ultimi anni ci hanno dato una sveglia: la geopolitica cambia in fretta e gli alleati possono mutare dall'oggi al domani. L'Europa non può svegliarsi all'improvviso e scoprire che c'è un solo privato, Elon Musk, a controllare da solo le telecomunicazioni globali e i vettori di lancio. Dobbiamo correre per costruire una vera sovranità tecnologica e industriale europea: se esitiamo ancora, quel divario diventerà incolmabile». La partnership con Rheinmetall Italia — che lo scorso 1° ottobre ha visto il lancio del primo satellite per la sorveglianza militare e la difesa aerea, primo passo verso una costellazione al 2028 — va esattamente in questa direzione.
A scommettere su Argotec è NUO, la holding milanese fondata nel 2016 e presente anche in marchi come Venchi, Slowear e Montura. «Abbiamo conosciuto David e il suo team molti anni fa e seguito il loro percorso di grande successo», spiega il ceo di NUO Tommaso Paoli, rivendicando l'obiettivo di creare campioni globali: «Vogliamo sostenere realtà italiane d'eccellenza per trasformarle in player globali indipendenti, come abbiamo già fatto con Bending Spoons di cui siamo stati i primi investitori».