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L’analisi

Social e minori, la vera battaglia delle Big Tech è sul diritto di monetizzare

Social e minori, la vera battaglia delle Big Tech è sul diritto di monetizzare

Meta, Google e TikTok contestano la legge californiana che limita l'utilizzo di alcune funzionalità dei social per chi ha meno di 16 anni. Dietro il confronto giuridico si profila uno scontro più ampio fra poteri pubblici e privati. In mezzo, i minori, che rischiano di diventare i danni collaterali di una guerra alla quale sono estranei

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L’azione legale promossa da Meta, Google e TikTok contro la legge californiana che restringe la modalità di interazione degli infrasedicenni con le piattaforme di social media e networking si inserisce nel tema più generale del tentativo di Big Tech di conservare gli spazi di autonomia nel decidere come devono funzionare i loro servizi conquistati in anni di inerzia di legislatori e autorità di controllo.

Il pendolo della regolazione torna verso gli Stati

Da qualche tempo, infatti, il pendolo della regolamentazione sta tornando ad oscillare verso il recupero di (quel po’ di) sovranità che è rimasta alle istituzioni politiche dopo che per decenni, in nome dell’internet per tutti, la scelta dei legislatori è stata essenzialmente basata sul laissez-faire, con delle conseguenze che non riguardano solo queste piattaforme, ma l’intero ecosistema digitale, come dimostra da ultimo l’isteria scatenata dall’“attacco ai frigoriferi” e la colpevolizzazione di chiunque, tranne di chi —le grandi software house— ha contribuito a costruire il colosso dai piedi d’argilla che regge tutti i servizi della società dell’informazione.

La tutela dei minori come terreno di scontro

Il casus belli, tornando al punto, è rappresentato dal mantra del momento, la “tutela dei minori” e il pericolo è rappresentato dalla scelta deliberata di progettare l’interazione con le piattaforme in modo da generare assuefazione e dipendenza.

Che questo pericolo esista, che sia frutto di una scelta deliberata e che funzioni in modo deterministico è lecito quantomeno dubitare, ma non è questo il punto perché siamo di fronte a un chiaro esempio di utilizzo della legge per perseguire obiettivi politici —negli USA questo approccio si chiama lawfare— cioè il contenimento dell’influenza sociale delle piattaforme, in particolare sui futuri elettori.

Free Speech o sfruttamento dell’attenzione?

Analogamente, Big Tech si difende invocando un altro totem dei nostri tempi, la libertà di espressione.

Pur con qualche dubbio, il diritto statunitense riconosce anche alle aziende —nella forma del commercial speech —il diritto di pubblicizzare i propri prodotti o quello di prendere posizione su materie di interesse collettivo.

Dunque, l’argomento tecnico-giuridico usato da Big Tech è che impedendo di somministrare agli infrasedicenni dei contenuti corrispondenti ai loro interessi viene violato, appunto, il diritto di comunicare con i propri clienti, trascurando però il non irrilevante particolare che la selezione dei contenuti avviene sulla base di una profilazione estesa ma, soprattutto, interattiva e dinamica, cioè continua. Inoltre, è appena il caso di notare che, a stretto rigore, i feed non veicolano messaggi della piattaforma social ma contenuti di terze parti selezionati e poi segnalati.

Certo, anche in questo caso si può teoricamente parlare di libertà di espressione, ma allora si dovrebbe entrare nel merito del criterio con il quale vengono selezionati i contenuti. Se, infatti, la scelta è motivata dalla loro capacità di suscitare reazioni e di consentire la monetizzazione, allora è un po’ più complicato parlare di free speech e di diritto di comunicare con gli utenti minorenni perché sarebbe più corretto parlare del diritto di monetizzare la loro attenzione.

Dunque, anche se è certamente vero che, nell’immediato, una legge del genere può incidere negativamente (ma nessuno sa realmente quanto) sui guadagni delle piattaforme basati sulla pubblicità e sulla profilazione, è ragionevole ipotizzare che le preoccupazioni di lungo periodo di Big Tech riguardino l’imposizione di limiti sempre più stringenti al loro modello di business che più che sull’assuefazione, è basato sul capitalismo della solitudine.

Nuove leggi per problemi già risolti

La natura strumentale di queste azioni legali, sia quelle azionate dagli Stati, sia quelle promosse da Big Tech si comprende molto chiaramente se si pensa che i temi in discussione (verifica dell’età, tutela dei minori, diffusione di contenuti illegali ecc.) sono già ampiamente regolati da leggi vigenti, alcune delle quali da qualche decennio.

Con qualche differenza derivante dalle particolarità nazionali, tutti gli ordinamenti giuridici prevedono che l’interlocutore debba avere una certa età minima per stipulare contratti, e che al di sotto di quell’età solo i genitori possono e devono intervenire nella transazione.

E già che si parla di genitori, rimanendo in Italia, la loro responsabilità per quanto consentono di fare ai figli è stabilita nel Codice civile fin dalla sua prima versione, risalente al 1942 (tecnicamente, all’epoca si chiamava patria potestà per diventare poi responsabilità genitoriale, ma a prescindere dai distinguo giuridici il concetto è chiaro). Risale allo stesso anno il principio generale secondo cui “chi rompe paga” (tecnicamente: responsabilità per fatto illecito, prevista dall’articolo 2043 del Codice civile), mentre la diffusione di materiale osceno era già punita dal 1930, nella prima versione del Codice penale, e quella di contenuti raccapriccianti dal 1948. Se l’obiettivo perseguito da politici e aziende fosse veramente quello di proteggere i minori, di cos’altro ci sarebbe bisogno dal punto di vista normativo?

Dove finisce l’engagement e dove inizia la manipolazione

Si potrebbe eccepire che la legge AB1709 non si occupa di questi aspetti ma “soltanto” di impedire la creazione di una dipendenza, ma questa contestazione non sarebbe del tutto efficace. Difficilmente la somministrazione di feed di musica barocca o di arte di avanguardia o ancora di letture dantesche potrebbe generare assuefazione in un numero elevato di persone.

Dunque, perché questo accada i contenuti, non tutti e non sempre ma abbastanza spesso, devono essere attrattivi e polarizzanti cioè, appunto, quantomeno “discutibili”.

Ma, dall’altro lato, se i contenuti somministrati agli utenti sono, sì, attrattivi ma del tutto leciti come si può considerare fuori legge quella che diventa, a tutti gli effetti, una tecnica per la costruzione dinamica di un palinsesto? E se consideriamo la capacità attrattiva di serie come Game of Thrones, La Casa de Papel o Stranger Things, dove si pone il limite fra l’engagement e la manipolazione deliberata dello spettatore che si immerge in lunghe sessioni di binge watching?

Torniamo, allora, sul versante politico per chiederci se la preoccupazione delle parti in causa sia realmente la tutela dei minori oppure, se la domanda sia dove debba fermarsi il potere dello Stato di regolamentare e, vista dall’altro lato, fino a dove può spingersi il diritto di Big Tech di non esserne condizionato.

In mezzo, i minori, trasformati in danni collaterali del conflitto fra poteri pubblici e privati combattuto in loro nome ma non nel loro interesse.