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Agile, ibrido e smart: ecco come cambia il lavoro dopo il Covid

Agile, ibrido e smart: ecco come cambia il lavoro dopo il Covid
L’accelerazione nell’uso della tecnologia porterà dei mutamenti: un lavoratore su 16 dovrà cercare una nuova occupazione entro il 2030 perché quella attuale non esisterà più
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Buona parte del lavoro del futuro sarà agile (cioè a distanza, ma con orari precisi), ibrido (in parte in ufficio e in parte no) e smart (da casa e senza vincolo di orario). Secondo la società di recruitment internazionale PageGroup, il lavoro da remoto sarà adottato dal 54% delle grandi aziende, dal 40% delle medie e dal 37% delle piccole. E le imprese hanno già pianificato di ridurre lo spazio per le scrivanie del 30% in media, secondo un sondaggio dell'agosto 2020 compiuto su 278 manager e citato tra le pagine dell’ultimo studio di McKinsey Global Institute sulla domanda di forza lavoro in Cina, Francia, Germania, India, Giappone, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Paesi che insieme hanno il 62% della popolazione globale. Un fenomeno che, in seguito al boom della digitalizzazione, non comporterà solo spostamenti geografici dei lavoratori, ma anche perdite di posti: un lavoratore ogni 16 dovrà cambiare occupazione entro il 2030 per un totale di oltre 100 milioni di lavoratori, perché il loro ruolo verrà cancellato.

Non solo gli impiegati, ma persino i medici potranno essere messi in lavoro a distanza. Ad esempio, in India, le consultazioni mediche online attraverso la società di telemedicina Practo sono cresciute più di dieci volte tra aprile e novembre 2020. In Cina, i posti di lavoro nell'e-commerce, nelle consegne e nei social media sono aumentati di oltre 5,1 milioni di unità nella prima metà del 2020. Secondo McKinsey, circa il 20-25% della forza lavoro nelle economie avanzate potrebbe lavorare da casa da tre a cinque giorni a settimana, con un probabile spostamento dei lavoratori e delle imprese dalle grandi città alle periferie. L'ampio uso di videoconferenze potrebbe ridurre del 20% i viaggi d'affari, il segmento più redditizio per le compagnie aeree. Questo avrebbe significativi effetti a catena sull'occupazione nel settore aerospaziale commerciale, negli aeroporti, nell'ospitalità e nella ristorazione. In compenso, i viaggi di piacere e il turismo rimbalzeranno dopo la crisi.

Il maggiore impatto negativo ricadrà sui lavoratori dei servizi alimentari e del customer service, così come sui lavoratori meno qualificati negli uffici. Al tempo stesso potrebbero aumentare i posti di lavoro nei magazzini e nel settore dei trasporti, per via della crescita dell'e-commerce. Aumenti che difficilmente compenseranno l'interruzione di molti lavori a basso stipendio. Negli Stati Uniti, per esempio, i posti di lavoro nel customer service e nella ristorazione potrebbero diminuire di 4,3 milioni, mentre quelli nei trasporti potrebbero crescere di quasi 800 mila.

La domanda di lavoratori nel settore sanitario e nelle occupazioni Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) potrebbe crescere più di prima della pandemia: le figure su cui le aziende stanno puntando, rileva PageGroup, sono quelle informatiche: dal cto (chief technology officer), già inserito dal 62% delle aziende in Europa, fino al data analyst già presente nel 45% delle aziende europee. Percentuali destinate a salire nei prossimi anni.

“Oggi la creazione di valore non può non passare attraverso un uso sempre più strategico dei dati, i quali vanno prima protetti e poi soprattutto monetizzati al fine di conseguire un reale vantaggio economico e competitivo”, osserva Fabrizio Travaglini, senior executive director di PageGroup. Secondo McKinsey, la domanda di lavoro aumenterà soprattutto per quei lavori ad alto stipendio. Mentre più della metà dei lavoratori a basso salario potrebbe aver bisogno di essere riqualificata e passare a occupazioni in fasce salariali più alte per rimanere impiegata. “Durante la pandemia nell'Unione europea - scrive McKinsey - le aziende e le istituzioni hanno destinato 7 miliardi di euro per la riqualificazione di circa 700mila lavoratori del settore automobilistico, mentre negli Stati Uniti, le aziende hanno messo più di 100 milioni di dollari per perfezionare le competenze dei lavoratori neri senza un'istruzione universitaria e creare posti di lavoro che essi possano occupare”.