Quando il cervello ci gioca uno scherzo
Un'immagine, una situazione, o una sensazione che sperimentiamo ci sembra familiare, come se l'avessimo già vissuta in passato. È il déjà vu, un fenomeno ritenuto per secoli magico, legato a premonizioni o sogni profetici, e che oggi viene inserito invece nelle cosiddette anomalie della memoria, o paramnesie. L'esatta spiegazione del déjà vu da un punto di vista neuropsicologico continua però a sfuggire. Le ipotesi più diffuse parlano di un'attivazione anomala dell'area cerebrale legata alla familiarità, di un mal funzionamento del sistema cerebrale che recupera le memorie, o di un'interruzione del sistema dell'attenzione che porta a riprocessare due volte una stessa percezione.
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Un motivetto che rimane in testa per giorni, tormentandoci. Un fenomeno capitato di certo a ognuno di noi, che in inglese viene definito earworm, letteralmente “un tarlo nelle orecchie”, la cui origine a livello cerebrale è stata indagata da un sorprendente numero di ricerche negli ultimi anni. Una spiegazione definitiva ancora non è stata trovata, ma una delle ipotesi più diffuse è che si tratti della nostra memoria di lavoro (o memoria a breve termine) che resta incastrata, come in un loop, quando ci viene in mente una parte particolarmente orecchiabile di un brano di cui non ricordiamo il seguito. Per il cervello il pensiero rimarrebbe in qualche modo interrotto, e questo lo riporterebbe più e più volte alla nostra attenzione. La soluzione però sembra essere stata individuata: un esperimento della Western Washington University indica infatti che il modo migliore è concentrarsi sulla soluzione di anagrammi, o altri rompicapi, che impegnano il cervello il tanto che basta per eliminare la fastidiosa melodia dai nostri pensieri. (Credits: Hilde Skjølberg/Flickr)
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Normalmente pensiamo che la memoria sia una rappresentazione affidabile di quello che accade intorno a noi. In verità, la scienza ha scoperto che il cervello ritocca continuamente i nostri ricordi per adattarli a nuove informazioni. Per questo motivo, secondo alcuni psicologi è estremamente facile impiantare nella memoria un ricordo completamente falso. Un esempio celebre è il controverso esperimento ideato da uno studente della University of Washington: con l'aiuto della madre, il giovane ricercatore ha convinto il fratello di 14 anni di essersi smarrito in un centro commerciale in tenera età. L'evento non era mai avvenuto, ma sollecitato dai familiari che continuavano ad asserirne la veridicità il ragazzo ha finito per credervi, e dopo qualche giorno ha iniziato a ricordare nuovi particolari dell'esperienza mai sperimentata. (Credits: digitalbob8/Flickr)
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Sostanze stupefacenti, alcol e problemi di salute possono provocare allucinazioni. Ma esiste anche una causa molto più comune, che sperimentiamo un po' tutti: il sonno. Nel breve intervallo di tempo in cui il nostro cervello si sta addormentando (o sta per risvegliarsi dopo una notte di sonno), un periodo che può durare da pochi secondi ad alcuni minuti, è possibile sperimentare le cosiddette allucinazioni ipnagogiche, illusioni visive e uditive estremamente vivide, spesso accompagnate da una paralisi (ipnagogica), ovvero l'incapacità di muoversi nonostante si sia però ancora coscienti. Si tratta di un fenomeno noto, ma le cui cause neurologiche presentano ancora diversi misteri, e che in passato ha generato leggende e superstizioni popolari su demoni, streghe e spiriti maligni, che visiterebbero i dormienti sedendosi sulla loro pancia mentre giacciono inermi nei loro letti.
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Esiste un altro modo, perfettamente legale, per sperimentare allucinazioni: la deprivazione sensoriale. Diversi esperimenti hanno dimostrato che in assenza di stimoli esterni (effetto che si raggiunge in speciali stanze pensate per bloccare completamente luce e suoni) gli esseri umani iniziano a sperimentare allucinazioni visive e uditive. Una delle teorie più diffuse è che il cervello sia abituato alla presenza costante di input sensoriali provenienti dal mondo esterno, e in loro assenza inizia a crearne da zero per riempire questo vuoto. (Credits: Jon Roig/Flickr)
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