PRIMA il Lussemburgo, poi l'Irlanda e oggi l'Austria: Max Schrems incasella una vittoria dopo l'altra nel "grande scacchiere" della privacy d'Europa. La Corte d'appello di Vienna ha deliberato che la stragrande maggioranza dei reclami rigettati dalla Corte regionale deve essere invece recepita. Facebook quindi dovrà presentarsi in Tribunale. Schrems, al momento, sembra inarrestabile. Lo studente di legge viennese vuole difendere i dati personali degli europei dai giganti del web - Facebook anzitutto - e dall'occhio della National Security Agency. Ma sin dal 2011, e fino a due settimane fa, il suo è sempre stato un percorso a ostacoli. L'Authority per la privacy d'Irlanda (dove ha sede Facebook Europa) si era rifiutata di aprire un'indagine sul trasferimento dei dati verso gli Usa, nonostante le rivelazioni di Edward Snowden sul programma di sorveglianza Prism. Intanto Schrems aveva provato a "giocare in casa", nella sua Austria: nel 2014 è riuscito a imbastire la più grande class action europea contro Facebook, raccogliendo sotto l'unica bandiera della privacy ben 25mila ricorrenti. Ma la sua corsa è stata piena di frenate e di stop.
LUSSEMBURGO. Questo fino al 6 ottobre, quando la Corte di giustizia dell'Unione europea gli ha dato ragione. Le grandi compagnie come Facebook o Google non possono più trasferire in automatico i dati dei cittadini europei in America, visto che - il Datagate lo dimostra - quei dati non sono protetti a sufficienza. Ora che Schrems è diventato il ragazzo che ferma i giganti (del web) e che la Corte lo incorona vincitore, anche le altre aule di tribunale rivedono la loro posizione. Ieri in Irlanda, oggi in Austria.
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AUSTRIA. Oggi, dunque, la Corte d'appello austriaca ha deliberato che 20 dei 22 reclami rigettati in precedenza dalla Corte regionale di Vienna devono essere invece recepiti, quantomeno come istanza individuale di Schrems (mentre sull'ammissibilità del ricorso collettivo dovrà esprimersi la Corte suprema austriaca). Ora quindi l'azienda di Zuckerberg dovrà comparire in tribunale. In aula si deciderà se le politiche di Facebook in fatto di privacy siano compatibili o meno con la normativa europea. Sostiene di no Max Schrems, assieme ai 25mila ricorrenti che hanno aderito alla sua "FbClaim". "Ho dovuto fermarmi a 25 mila ricorrenti - ci aveva raccontato Schrems quando lanciò l'iniziativa - perché solo soletto col mio personal computer non potevo gestirne di più. Ma in pochi giorni le richieste erano almeno il triplo. Il fatto è che in Europa abbiamo leggi che formalmente ci tutelano, ma i big della Silicon Valley continuano a non rispettarle".
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IRLANDA. E se all'Austria Schrems affida la sua lotta contro l'utilizzo dei dati personali a scopo di profitto, in Irlanda torna in campo la battaglia contro la sorveglianza. La Corte di giustizia dell'Ue era stata chiara con la sentenza del 6 ottobre: le authority degli Stati membri devono valutare se i dati dei cittadini sono in mani sicure. E allora l'Alta Corte d'Irlanda ieri ha ordinato che l'autorità per la protezione dei dati personali irlandese faccia il suo dovere. Se prima aveva respinto la richiesta di Schrems, ora non può più rinviare: l'indagine deve partire. Bisogna investigare se quei dati di Schrems, passati da Facebook in America, nella patria dello spionaggio Nsa, siano al sicuro oppure no.
LUSSEMBURGO. Questo fino al 6 ottobre, quando la Corte di giustizia dell'Unione europea gli ha dato ragione. Le grandi compagnie come Facebook o Google non possono più trasferire in automatico i dati dei cittadini europei in America, visto che - il Datagate lo dimostra - quei dati non sono protetti a sufficienza. Ora che Schrems è diventato il ragazzo che ferma i giganti (del web) e che la Corte lo incorona vincitore, anche le altre aule di tribunale rivedono la loro posizione. Ieri in Irlanda, oggi in Austria.
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AUSTRIA. Oggi, dunque, la Corte d'appello austriaca ha deliberato che 20 dei 22 reclami rigettati in precedenza dalla Corte regionale di Vienna devono essere invece recepiti, quantomeno come istanza individuale di Schrems (mentre sull'ammissibilità del ricorso collettivo dovrà esprimersi la Corte suprema austriaca). Ora quindi l'azienda di Zuckerberg dovrà comparire in tribunale. In aula si deciderà se le politiche di Facebook in fatto di privacy siano compatibili o meno con la normativa europea. Sostiene di no Max Schrems, assieme ai 25mila ricorrenti che hanno aderito alla sua "FbClaim". "Ho dovuto fermarmi a 25 mila ricorrenti - ci aveva raccontato Schrems quando lanciò l'iniziativa - perché solo soletto col mio personal computer non potevo gestirne di più. Ma in pochi giorni le richieste erano almeno il triplo. Il fatto è che in Europa abbiamo leggi che formalmente ci tutelano, ma i big della Silicon Valley continuano a non rispettarle".
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IRLANDA. E se all'Austria Schrems affida la sua lotta contro l'utilizzo dei dati personali a scopo di profitto, in Irlanda torna in campo la battaglia contro la sorveglianza. La Corte di giustizia dell'Ue era stata chiara con la sentenza del 6 ottobre: le authority degli Stati membri devono valutare se i dati dei cittadini sono in mani sicure. E allora l'Alta Corte d'Irlanda ieri ha ordinato che l'autorità per la protezione dei dati personali irlandese faccia il suo dovere. Se prima aveva respinto la richiesta di Schrems, ora non può più rinviare: l'indagine deve partire. Bisogna investigare se quei dati di Schrems, passati da Facebook in America, nella patria dello spionaggio Nsa, siano al sicuro oppure no.