L'IGNOTO FINANZIATORE si è fatto avanti. E dopo il "Facebook affair", per cui il social network è stato accusato da alcuni ex dipendenti di censurare le news d'impronta conservatrice, si riaccende il dibattito. Che vede fronteggiarsi da un lato editori e libertà di stampa e, dall'altro, il sempre più pervasivo potere dei colossi hi-tech della Silicon Valley. Il caso: Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e uno dei primi investitori della rete di Mark Zuckerberg, ha ammesso di aver foraggiato la causa dell'ex wrestler Hulk Hogan contro il blog di notizie Gawker. Una battaglia iniziata per violazione della privacy, dopo che nel 2012 il media statunitense ha pubblicato il breve estratto di un video in cui si vede Hogan, pseudonimo di Terry Bollea, fare sesso con la moglie di un amico.
L'esito, al momento, vede quest'ultimo in vantaggio: lo scorso 18 marzo una giuria della Florida ha sentenziato che gli spetta un risarcimento danni da capogiro, ben 115 milioni di dollari. Una decisione che ha messo in difficoltà il sito, che già temeva il rischio bancarotta, tanto che prima del processo aveva venduto parte delle proprie azioni per tamponare le eventuali perdite dovute a una sentenza negativa. Adesso starebbe addirittura valutando la vendita. Ciò che i giudici non sapevano, però, era che a pagare segretamente le spese legali di Hogan fosse un pezzo grosso del mondo della tecnologia. In realtà, la voce relativa alla presenza di un terzo soggetto che stava sostenendo l'ex wrestler per motivi personali era in circolo già da tempo. Non senza delle motivazioni a supporto: gli avvocati dell'accusa, per esempio, avevano deciso di far cadere l'imputazione per "aver inflitto traumi emotivi" che avrebbe addebbitato i costi della difesa e della potenziale compensazione economica alla compagnia assicurativa di Gawker.
Una mossa che sembrava essere più interessata a danneggiare il media che altro. Eppure lo stesso ideatore del blog e della compagnia Gawker Media (a cui fanno capo anche diversi altri siti), Nick Denton, aveva bollato il rumor come inattendibile: una teoria complottista. Si sbagliava. Ora la rivelazione ufficiale di Thiel, forse, potrebbe riaprire i giochi. Di certo farà discutere molto nella Valley e fuori. Perché se è vero che oltreoceano è perfettamente lecito sostenere le spese legali di altre persone, è anche vero che, come annota il New York Times, questo caso solleva una serie di nuove domande sul primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, quello che garantisce il diritto alla libertà di stampa e di parola. Così come riguardo al ruolo dei soldi nel sistema giuridico statunitense. Il co-fondatore di PayPal ha dichiarato al New York Times di aver preso la decisone "non tanto per vendetta, ma più per creare uno specifico deterrente" contro "il bullismo" di Gawker che pubblica "articoli molto dannosi e paralizzanti per le persone che vengono prese di mira". Il motivo che l'ha indotto a scendere in campo è personale: lo stesso blog, infatti, nel 2007 ha rivelato al mondo la sua omossesualità. Il titolo del pezzo: "Peter Thiel è completamente gay, gente". Un'informazione che fino ad allora il miliardario aveva mantenuto strettamente riservata.
Da quel momento in poi ha iniziato a supportare economicamente chi subiva e subisce lo stesso tipo di trattamento. "Molte delle persone che attaccano non appartengono alla mia categoria. Di solito vanno contro individui meno potenti e danarosi che semplicemente non possono difendersi con le loro forze. Persino qualcuno come Terry Bollea, che è milionario, famoso e di successo, non aveva le risorse necessarie per farcela da solo". E a chi lo accusa di minare l'autonomia della stampa risponde: "Mi rifiuto di credere che giornalismo significhi massive violazioni della privacy. È proprio perché rispetto i giornalisti che non credo siano minacciati dalla lotta contro Gawker".
Sulla sponda opposta della barricata si parla, invece, di un pericoloso precedente. Anche per via della vicinanza dell'uomo d'affari, che detiene diversi fondi di investimento che si occupano di startup tecno, al candidato repubblicano alla presidenza della Casa Bianca: Donald Trump, di cui Thiel è un sostenitore e potenzialmente pure un delegato. Dan Gillmor, direttore della Knight Foundation (fondazione no-profit che promuove il giornalismo di qualità), ha suggerito sulla rivista Slate una pericolosa vicinanza tra i due: "Entrambi hanno dichiarato guerra a un giornalismo che non gli piace. Trump che ha citato in giudizio, o minacciato di citare, i giornalisti che non è riuscito a sedurre, dice che una delle sue missioni è frenare la stampa. Thiel gli ha offerto un caso di studio su come farlo".
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A essere chiamato in causa è pure Facebook, dato che questa storia s'inserisce nel più ampio contesto di un crescente controllo da parte della piattaforma su ciò che si dice online, e il co-fondatore di PayPal siede proprio nel consiglio di amministrazione della rete in blu. Il suo finanziamento alla causa di Hogan, secondo Gillmor, non gli permette di rimanere ancora nel direttivo di "alcuna organizzazione che millanta di valorizzare la libertà di espressione. Per il momento Mark Zuckerberg e la sua compagnia sono rimasti in silenzio. Se alla fine lo lascerà rimanere, conosceremo l'attitudine del Ceo - che detiene assoluto controllo sulla più potente media-company del mondo - nei confronti della libertà di stampa. Vuole sfruttarla ma non onorarla". Se pensiamo che sotto l'egida di Gawker Media c'è pure Gizmodo, autore dell'inchiesta che ha puntato i riflettori sui parametri usati dal social per gestire le notizie, possiamo immaginare come andrà a finire.
L'esito, al momento, vede quest'ultimo in vantaggio: lo scorso 18 marzo una giuria della Florida ha sentenziato che gli spetta un risarcimento danni da capogiro, ben 115 milioni di dollari. Una decisione che ha messo in difficoltà il sito, che già temeva il rischio bancarotta, tanto che prima del processo aveva venduto parte delle proprie azioni per tamponare le eventuali perdite dovute a una sentenza negativa. Adesso starebbe addirittura valutando la vendita. Ciò che i giudici non sapevano, però, era che a pagare segretamente le spese legali di Hogan fosse un pezzo grosso del mondo della tecnologia. In realtà, la voce relativa alla presenza di un terzo soggetto che stava sostenendo l'ex wrestler per motivi personali era in circolo già da tempo. Non senza delle motivazioni a supporto: gli avvocati dell'accusa, per esempio, avevano deciso di far cadere l'imputazione per "aver inflitto traumi emotivi" che avrebbe addebbitato i costi della difesa e della potenziale compensazione economica alla compagnia assicurativa di Gawker.
Una mossa che sembrava essere più interessata a danneggiare il media che altro. Eppure lo stesso ideatore del blog e della compagnia Gawker Media (a cui fanno capo anche diversi altri siti), Nick Denton, aveva bollato il rumor come inattendibile: una teoria complottista. Si sbagliava. Ora la rivelazione ufficiale di Thiel, forse, potrebbe riaprire i giochi. Di certo farà discutere molto nella Valley e fuori. Perché se è vero che oltreoceano è perfettamente lecito sostenere le spese legali di altre persone, è anche vero che, come annota il New York Times, questo caso solleva una serie di nuove domande sul primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, quello che garantisce il diritto alla libertà di stampa e di parola. Così come riguardo al ruolo dei soldi nel sistema giuridico statunitense. Il co-fondatore di PayPal ha dichiarato al New York Times di aver preso la decisone "non tanto per vendetta, ma più per creare uno specifico deterrente" contro "il bullismo" di Gawker che pubblica "articoli molto dannosi e paralizzanti per le persone che vengono prese di mira". Il motivo che l'ha indotto a scendere in campo è personale: lo stesso blog, infatti, nel 2007 ha rivelato al mondo la sua omossesualità. Il titolo del pezzo: "Peter Thiel è completamente gay, gente". Un'informazione che fino ad allora il miliardario aveva mantenuto strettamente riservata.
Da quel momento in poi ha iniziato a supportare economicamente chi subiva e subisce lo stesso tipo di trattamento. "Molte delle persone che attaccano non appartengono alla mia categoria. Di solito vanno contro individui meno potenti e danarosi che semplicemente non possono difendersi con le loro forze. Persino qualcuno come Terry Bollea, che è milionario, famoso e di successo, non aveva le risorse necessarie per farcela da solo". E a chi lo accusa di minare l'autonomia della stampa risponde: "Mi rifiuto di credere che giornalismo significhi massive violazioni della privacy. È proprio perché rispetto i giornalisti che non credo siano minacciati dalla lotta contro Gawker".
Sulla sponda opposta della barricata si parla, invece, di un pericoloso precedente. Anche per via della vicinanza dell'uomo d'affari, che detiene diversi fondi di investimento che si occupano di startup tecno, al candidato repubblicano alla presidenza della Casa Bianca: Donald Trump, di cui Thiel è un sostenitore e potenzialmente pure un delegato. Dan Gillmor, direttore della Knight Foundation (fondazione no-profit che promuove il giornalismo di qualità), ha suggerito sulla rivista Slate una pericolosa vicinanza tra i due: "Entrambi hanno dichiarato guerra a un giornalismo che non gli piace. Trump che ha citato in giudizio, o minacciato di citare, i giornalisti che non è riuscito a sedurre, dice che una delle sue missioni è frenare la stampa. Thiel gli ha offerto un caso di studio su come farlo".
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A essere chiamato in causa è pure Facebook, dato che questa storia s'inserisce nel più ampio contesto di un crescente controllo da parte della piattaforma su ciò che si dice online, e il co-fondatore di PayPal siede proprio nel consiglio di amministrazione della rete in blu. Il suo finanziamento alla causa di Hogan, secondo Gillmor, non gli permette di rimanere ancora nel direttivo di "alcuna organizzazione che millanta di valorizzare la libertà di espressione. Per il momento Mark Zuckerberg e la sua compagnia sono rimasti in silenzio. Se alla fine lo lascerà rimanere, conosceremo l'attitudine del Ceo - che detiene assoluto controllo sulla più potente media-company del mondo - nei confronti della libertà di stampa. Vuole sfruttarla ma non onorarla". Se pensiamo che sotto l'egida di Gawker Media c'è pure Gizmodo, autore dell'inchiesta che ha puntato i riflettori sui parametri usati dal social per gestire le notizie, possiamo immaginare come andrà a finire.