Vaticano

Che cosa si aspetta il Kenya da papa Francesco

Una foto di Papa Francesco in uno degli slum di Nairobi (afp)
Un Paese di contrasti, profondamente ferito dal terrorismo, i cui abitanti hanno atteso con ansia la visita del Pontefice. Anche e soprattutto i più giovani, anche nello slum più grande del mondo
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Quarantasei milioni di abitanti, due volte più grande dell'Italia, in Kenya ha vissuto ed è morto il fondatore degli scout, Robert Baden-Powell; qui la scrittrice Karen Blixen ha scritto La mia Africa; qui verso la costa c'è Malindi, la zona turistica con i cartelli in italiano (e il club esclusivo Billionaire); c'è il Mount Kenya, la seconda montagna più alta dell'Africa dopo il Kilimangiaro; nei parchi naturali puoi trovare i "big five", i cinque animali più grandi della savana... Qui la ferita della strage dei 147 studenti di Garissa è ancora aperta, così come l'assalto al centro commerciale Westgate dove sono state uccise dai terroristi 68 persone innocenti è fresco nella memoria. I controlli della sicurezza sono altissimi, con metaldetector ovunque, al supermercato, al ristorante, nelle chiese... A parte i "matatu", gli autobus kenioti, che hanno sempre diritto di precedenza o meglio possono fare quello che vogliono, un poliziotto potrebbe metterti in carcere perché non dai una precedenza o bevi un goccio di più quando guidi o perché ti accendi una sigaretta all'aeroporto.

In questo Paese di contrasti è arrivato Papa Francesco. Da mesi non si fa che parlare di lui. I cattolici, che sono il 23% della popolazione, sono in festa, ma anche i protestanti (il 60%) e i musulmani (l'11%) lo attendevano con ansia. Il presidente Kenyatta ha stabilito che il giorno della messa con il Papa, il 26 novembre, sarà festa e giornata nazionale di preghiera e riflessione. Si attendono più di 1 milione e mezzo di persone; la gente si è organizzata, faranno anche 24 ore di "matatu" per essere presenti. Saranno schierati più di 10.000 poliziotti; l'ambasciata italiana ha già fatto girare un allerta per rischio attentati.

L'attrazione di Francesco è forte, perché tutti lo riconoscono come autorevole, tanto più qui dove la corruzione dilaga, un ministro si è dovuto dimettere e un politico di livello è stato accusato di aver usato fondi pubblici per l'acquisto di giochi erotici.

Francesco era atteso da chi vive a Kibera, il più grande slum del mondo, circa 700.000 persone, dove tra povertà, violenza e degrado, da una iniziativa di AVSI è nata quindici anni fa  la scuola Little Prince. All'inizio era  solo una baracca con 15 studenti, poi è cresciuta e ha permesso a ragazzi come Ignatius, un bambino di strada, di arrivare fino alla Kenyatta University.

Francesco era atteso da chi vive a Dadaab, il più grande campo profughi al mondo con 350.000 abitanti. Si trova a 80 chilometri da Garissa ed è il campo dal quale sono partiti i miliziani di Al-Shabab che hanno colpito l'Università. Qui vivono Khadija e Abdullahh, due gemelli di 14 anni, nati in Somalia, e gli amici coetanei Abdullahi e Lydia, fratelli nati in Etiopia. Questi quattro ragazzi insieme ad altri 82 di 40 scuole del campo di Dadaab hanno trascorso per la prima volta alcuni giorni fuori dal campo, si sono incontrati in un accampamento scout promosso da AVSI, hanno cantato e ballato, giocato e pregato insieme, cucinato e installato le tende.

Abdullah ha confidato ai suoi amici: "Saremmo dovuti andare a Nairobi per partecipare a un ritrovo nazionale scout, ma non è stato possibile perché siamo rifugiati; però ho le mostrine degli scout del Kenya, allora perché non ci fanno andare?". La situazione del Paese è sempre più tesa, le autorità hanno ristretto la possibilità dei movimenti fuori dal campo e hanno ritirato il permesso inizialmente concesso a causa di un innalzamento del livello di sicurezza. Ma la domanda di Abdullah resta emblematica, getta luce sulla vita di un Paese intero.

Come Abdullah e Ignatius che vogliono crescere, tutti i kenioti che chiedono di incontrare Francesco desiderano un lavoro, una risposta all'ingiustizia. Ignatius vuole diventare presidente del Kenya e lui, con tutti i suoi concittadini, chiede al Papa un incoraggiamento, che gli dica: "Non c'è violenza che tenga: coraggio, vai avanti, sono con te".

(L'autore è cooperante dell'AVSI a Nairobi)