Giubileo detenuti, appello ergastolani a Papa contro "tortura del carcere a vita"
Andrea Gualtieri, di ANDREA GUALTIERI
Arrivano dalle prigioni di tutta Italia in Vaticano: dalla Sicilia c'è anche un musulmano. La preghiera composta nel penitenziario di Padova dall'ex 41bis che in cella ha preso 3 lauree: “Dio, fai capire agli 'umani' che l'ergastolo è ingiusto. O facci morire presto”
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CITTA' DEL VATICANO – Si presentano come "i cattivi, i maledetti e i colpevoli per sempre". Sono gli ergastolani, "quelli che devono vivere nel nulla e marcire in una cella per tutta la vita". E per il Giubileo dei detenuti, convocato da papa Francesco per domenica 6 novembre, pregano così: "Dio, dillo tu agli 'umani' che l’ergastolo è una vera e propria tortura, che umilia la vita e il suo creatore. E se proprio non puoi aiutarci, o se gli umani non ti danno retta, facci almeno morire presto".
Il testo lo ha composto Carmelo Musumeci, un detenuto la cui storia è diventata emblema della battaglia contro le pene ostative, quelle che impediscono qualsiasi beneficio ai condannati. Ex boss della Versilia, ex recluso al 41bis, dopo 24 anni di carcere durissimo ha ottenuto di passare al regime di media sorveglianza e finalmente ha potuto parlare con sua moglie e i suoi figli attorno ad un tavolino anziché die…
CITTA' DEL VATICANO – Si presentano come "i cattivi, i maledetti e i colpevoli per sempre". Sono gli ergastolani, "quelli che devono vivere nel nulla e marcire in una cella per tutta la vita". E per il Giubileo dei detenuti, convocato da papa Francesco per domenica 6 novembre, pregano così: "Dio, dillo tu agli 'umani' che l’ergastolo è una vera e propria tortura, che umilia la vita e il suo creatore. E se proprio non puoi aiutarci, o se gli umani non ti danno retta, facci almeno morire presto".
Il testo lo ha composto Carmelo Musumeci, un detenuto la cui storia è diventata emblema della battaglia contro le pene ostative, quelle che impediscono qualsiasi beneficio ai condannati. Ex boss della Versilia, ex recluso al 41bis, dopo 24 anni di carcere durissimo ha ottenuto di passare al regime di media sorveglianza e finalmente ha potuto parlare con sua moglie e i suoi figli attorno ad un tavolino anziché dietro alla vetrata.
Nel frattempo ha studiato, ha conseguito tre lauree, ha rielaborato la sua vita precedente. "Però più studiavo e più vivevo il travaglio di scontrarmi con un sistema carcerario diverso da quello che dovrebbe essere. E mi chiedevo: io sono in carcere perché non ho rispettato le leggi, possibile che nemmeno il carcere non riesce a rispettarle?".
E così insieme agli altri detenuti, attraverso la rivista Ristretti Orizzonti, realizzata nel istituto di Padova dove adesso è rinchiuso, e il suo blog, curato grazie all'associazione Ergastolani.org della Comunità Papa Giovanni XXIII, ha avviato le prime battaglie. Per concedere ai carcerati maggiori contatti con le proprie famiglie, ma soprattutto per cancellare quella che definiscono "la tortura del fine pena mai".
"Quando ho sentito che papa Francesco ha eliminato l'ergastolo dal codice penale vaticano e poi lo ha definito una pena di morte nascosta, ho capito che lui ha realizzato quello che noi viviamo", spiega Musumeci. E al pontefice ora chiede di tornare a pronunciarsi: "Lui solo, con le sue parole, può ottenere più di tante lotte. Perché è un uomo giusto e vicino alla gente. Ed è il primo che si esprime senza badare alla diplomazia, ma avendo a cuore la parte più debole dell'umanità".
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Finora, in realtà, Bergoglio non ha avuto ascolto quando si è espresso sul tema dei carcerati. Non ha avuto fortuna l'auspicio di un'amnistia giubilare invocata nella bolla di indizione dell'Anno Santo. E non è riuscito nel 2015 il tentativo di salvare dal braccio della morte prima Kelly Renee in Georgia e poi Richard Glossip in Oklahoma. Ma il pontefice non si arrende e in questi mesi – ha rivelato giovedì l'arcivescovo Rino Fisichella – è stato in contatto telefonico altri condannati alla pena capitale degli Stati Uniti. E le sue parole intanto portano conforto.
Hanno toccato il cuore anche di un giovane albanese rinchiuso nel carcere di Giarre, in Sicilia. Si chiama Anis e nonostante sia musulmano ha chiesto di partecipare al raduno di domenica nella basilica di San Pietro. Partirà con altri detenuti, con gli agenti penitenziari, i volontari e il cappellano don Paolo Giurato che risaliranno fino a Roma sul pullman autofinanziato con il sostegno del vescovo. "In papa Francesco – spiega – vedo la voglia di far convivere tutti nella pace e nel rispetto reciproco, l'idea di costruire una società che non è divisa dalle religioni e che non dimentica nessuno. E questo mi dà speranza per il mio futuro".
Ma il discorso che sta più a cuore ai detenuti è quello che Francesco ha rivolto il 23 ottobre 2014, nella sala dei Papi, all'Associazione internazionale di diritto penale. È in quell'occasione che ha messo in guardia dalla 'incitazione alla vendetta' e dal 'populismo penale'. E ha formulato quello che Patrizio Gonnella e Marco Ruotolo - nell'introduzione al saggio 'Giustizia e carceri secondo papa Francesco' (in uscita in questi giorni per Jaca Book) - definiscono un "pressante invito alla cautela nell’applicazione della pena e all’inderogabile rispetto della dignità della persona" rivolto anzitutto ai giuristi, ma anche "alle donne e gli uomini di cultura, affinché compiano il loro dovere, accompagnato dalla consapevolezza che il non farlo pone in pericolo vite umane, che hanno bisogno – aggiungono citando le parole di Francesco - di essere curate con maggior impegno di quanto a volte non si faccia nell’espletamento delle proprie funzioni".