CITTÀ DEL VATICANO. Francesco e i traditori interni alla Curia romana. Pochi ma capaci di fare male. Nomi e cognomi che il Papa non fa, seppure il riferimento sia di precisione chirurgica. A tre anni di distanza dalle quindici malattie enucleate nel divenuto famoso discorso del 22 dicembre del 2014, Jorge Mario Bergoglio muove un secondo durissimo affondo, scritto soppesando parola dopo parola, accuse non generiche ma circostanziate. Negli auguri natalizi di ieri alla Curia, infatti, il Papa parla senza mezzi termini di «traditori di fiducia» interni alla Santa Sede, di «approfittatori della maternità della Chiesa», di coloro che «si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e che, quando vengono delicatamente allontanati, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”».
A chi si riferisce? In molti non hanno dubbi. A scottare sulla scriv…
A chi si riferisce? In molti non hanno dubbi. A scottare sulla scriv…
CITTÀ DEL VATICANO. Francesco e i traditori interni alla Curia romana. Pochi ma capaci di fare male. Nomi e cognomi che il Papa non fa, seppure il riferimento sia di precisione chirurgica. A tre anni di distanza dalle quindici malattie enucleate nel divenuto famoso discorso del 22 dicembre del 2014, Jorge Mario Bergoglio muove un secondo durissimo affondo, scritto soppesando parola dopo parola, accuse non generiche ma circostanziate. Negli auguri natalizi di ieri alla Curia, infatti, il Papa parla senza mezzi termini di «traditori di fiducia» interni alla Santa Sede, di «approfittatori della maternità della Chiesa», di coloro che «si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e che, quando vengono delicatamente allontanati, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”».
A chi si riferisce? In molti non hanno dubbi. A scottare sulla scrivania di Santa Marta, come sui tavoli dei suoi principali collaboratori in Segreteria di Stato, sono le recenti uscite, avvenute nel 2017, di uomini sui quali lui e i suoi assistenti hanno riposto una fiducia a conti fatti non ripagata.
Il caso più eclatante è quello di Libero Milone, il Revisore Generale del Vaticano che lascia a giugno dopo che la Santa Sede ha parlato di un «comune accordo» raggiunto. Era in carica da soli due anni. Tutto sembra risolto con una uscita di scena inusuale, ma comunque concordata. E, invece, poche settimane dopo l’annuncio, il 24 settembre scorso, ecco che Milone interviene pubblicamente in un’intervista rilasciata a più media internazionali nella quale afferma che sono state costruite prove false contro di lui, in sostanza che abbia assunto una società privata di investigazioni per spiare alti esponenti vaticani.
Passano pochi mesi e le finanze vaticane sono scosse da un altro clamoroso licenziamento. Senza apparenti spiegazioni viene licenziato il numero tre dello Ior, Giulio Mattietti, responsabile per decenni della struttura It della banca vaticana. Sul suo siluramento la Santa Sede non fornisce dettagli. Anche su di lui i retroscena si sprecano. Si parla di un Pontefice ignaro e poco informato. Sarà vero? Chi conosce Bergoglio dice di no. E racconta che piuttosto c’era un elevato rischio di una nuova fuga di documenti riservati, azioni divenute intollerabili dopo i Vatileaks.
Sulle finanze Bergoglio scommette molto della sua opera di riforma. Ormai sembra aver capito che cambiare alcuni uomini non basta. E, infatti, nel silenzio generalizzato, assesta un altro colpo non da poco. Chiama dall’Argentina un vescovo suo amico, Gustavo Zanchetta. Per lui crea un incarico fino a oggi inesistente, quello di assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). In sostanza deve controllare i lavori interni: un commissariamento dell’organismo vaticano in grande stile.
Il Papa più volte ha tuonato contro la mondanizzazione degli ordini religiosi, travolti ciclicamente da dissesti e scandali finanziari. È, dunque, in generale anche contro un sistema malato, negli organismi e nelle persone che operano al loro interno, che si riferisce quando mette in guardia dal «cancro» presente nella Chiesa.
«Le coordinate delle parole del Papa sono su tutti i versanti; un richiamo a una conversione a livello globale», dice il cardinale Giuseppe Versaldi, capo dell’Educazione Cattolica ed ex presidente degli Affari Economici della Santa Sede.
Di qui anche la richiesta, ricevendo ieri i dipendenti laici del Vaticano, di prosciugare le sacche di lavoro nero: «È un problema di coscienza per me: non possiamo predicare la dottrina sociale e poi fare queste cose che non stanno bene», dice Francesco.
A chi si riferisce? In molti non hanno dubbi. A scottare sulla scrivania di Santa Marta, come sui tavoli dei suoi principali collaboratori in Segreteria di Stato, sono le recenti uscite, avvenute nel 2017, di uomini sui quali lui e i suoi assistenti hanno riposto una fiducia a conti fatti non ripagata.
Il caso più eclatante è quello di Libero Milone, il Revisore Generale del Vaticano che lascia a giugno dopo che la Santa Sede ha parlato di un «comune accordo» raggiunto. Era in carica da soli due anni. Tutto sembra risolto con una uscita di scena inusuale, ma comunque concordata. E, invece, poche settimane dopo l’annuncio, il 24 settembre scorso, ecco che Milone interviene pubblicamente in un’intervista rilasciata a più media internazionali nella quale afferma che sono state costruite prove false contro di lui, in sostanza che abbia assunto una società privata di investigazioni per spiare alti esponenti vaticani.
Passano pochi mesi e le finanze vaticane sono scosse da un altro clamoroso licenziamento. Senza apparenti spiegazioni viene licenziato il numero tre dello Ior, Giulio Mattietti, responsabile per decenni della struttura It della banca vaticana. Sul suo siluramento la Santa Sede non fornisce dettagli. Anche su di lui i retroscena si sprecano. Si parla di un Pontefice ignaro e poco informato. Sarà vero? Chi conosce Bergoglio dice di no. E racconta che piuttosto c’era un elevato rischio di una nuova fuga di documenti riservati, azioni divenute intollerabili dopo i Vatileaks.
Sulle finanze Bergoglio scommette molto della sua opera di riforma. Ormai sembra aver capito che cambiare alcuni uomini non basta. E, infatti, nel silenzio generalizzato, assesta un altro colpo non da poco. Chiama dall’Argentina un vescovo suo amico, Gustavo Zanchetta. Per lui crea un incarico fino a oggi inesistente, quello di assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). In sostanza deve controllare i lavori interni: un commissariamento dell’organismo vaticano in grande stile.
Il Papa più volte ha tuonato contro la mondanizzazione degli ordini religiosi, travolti ciclicamente da dissesti e scandali finanziari. È, dunque, in generale anche contro un sistema malato, negli organismi e nelle persone che operano al loro interno, che si riferisce quando mette in guardia dal «cancro» presente nella Chiesa.
«Le coordinate delle parole del Papa sono su tutti i versanti; un richiamo a una conversione a livello globale», dice il cardinale Giuseppe Versaldi, capo dell’Educazione Cattolica ed ex presidente degli Affari Economici della Santa Sede.
Di qui anche la richiesta, ricevendo ieri i dipendenti laici del Vaticano, di prosciugare le sacche di lavoro nero: «È un problema di coscienza per me: non possiamo predicare la dottrina sociale e poi fare queste cose che non stanno bene», dice Francesco.