Ripartiamo da Agostino (e Obama)
Paolo Rodari , di PAOLO RODARIMarilynne Robinson, l’autrice più amata da Barack, ha segnato la svolta religiosa della letteratura Usa: “Ma non chiamate cristiano chi erge muri”
Per molti è l’unica degna erede di Flannery O’Connor. Anche se lei dice di sentirsi vicina «soprattutto a Emily Dickinson». Statunitense, settantaquattro anni, cristiana congregazionalista, assidua lettrice di Giovanni Calvino, scrittrice e saggista preferita da Barack Obama, Marilynne Robinson ha saputo riportare Dio, o meglio le domande aperte del Nuovo Testamento, nella letteratura. Soprattutto nei tre romanzi scritti tra il 2004 e il 2014: Gilead (con cui ha vinto il Pulitzer), Casa e Lila. Oggi le sue raccolte sono in pubblicazione per minimum fax, compresa l’ultima uscita quest’anno, What we are doing here.
Lei ha riportato Dio al centro del romanzo. Perché questa necessità e cosa vuol dire mettere Dio al centro della propria azione creativa?
«Ritengo che Agostino abbia ragione, che le persone in generale abbiano un’intuizione primaria di Dio come presenza e realtà. Sono di questa idea. Se escludessi …
Per molti è l’unica degna erede di Flannery O’Connor. Anche se lei dice di sentirsi vicina «soprattutto a Emily Dickinson». Statunitense, settantaquattro anni, cristiana congregazionalista, assidua lettrice di Giovanni Calvino, scrittrice e saggista preferita da Barack Obama, Marilynne Robinson ha saputo riportare Dio, o meglio le domande aperte del Nuovo Testamento, nella letteratura. Soprattutto nei tre romanzi scritti tra il 2004 e il 2014: Gilead (con cui ha vinto il Pulitzer), Casa e Lila. Oggi le sue raccolte sono in pubblicazione per minimum fax, compresa l’ultima uscita quest’anno, What we are doing here.
Lei ha riportato Dio al centro del romanzo. Perché questa necessità e cosa vuol dire mettere Dio al centro della propria azione creativa?
«Ritengo che Agostino abbia ragione, che le persone in generale abbiano un’intuizione primaria di Dio come presenza e realtà. Sono di questa idea. Se escludessi Dio da ogni mio tentativo di rappresentare un personaggio, o il mondo stesso, farei un’azione forzata, molto artificiale. Se conosco le persone in generale, so che esse sono spesso in qualche modo indotte o costrette ad accettare qualcosa come vero — che il sacro è un concetto privo di significato, per esempio — pur non sentendo veramente e autenticamente che ciò sia vero. So che corro il rischio di generalizzare la mia esperienza troppo liberamente, ma per me non si tratta di portare Dio al centro, quanto semplicemente di abbracciare il fatto che Lui è già lì».
In un’epoca in cui una parte di religione presta il fianco di continuo alla violenza e al populismo, i suoi romanzi attingono la loro forza dal cuore del cristianesimo. Perché questa scelta?
«Amo il cuore del cristianesimo. Tuttavia il cristianesimo e tutto il cinismo e la brutalità che lo hanno caratterizzato, e a cui ora si è dato un nome, sono come la materia e l’antimateria. Per quanto riguarda la religione, c’è una tendenza a mediare le cose opposte, le cose che sono profondamente diverse e in contrasto tra loro. Gli insegnamenti della fede — per me, contenuti nella Bibbia — spiegano tutto ciò. Sono esigenti, a volte impossibili, ma la visione che offrono di verità e santità non può scendere a compromessi con l’avidità, l’odio e tutto il resto».
Oggi in tanti si professano cristiani e nello stesso tempo alzano muri e steccati. È cristianesimo?
«No, non è cristianesimo. È piuttosto l’unica e più grande minaccia per il cristianesimo stesso».
Non crede che per parlare di Dio sia necessario parlare anche della sua assenza?
«Non sono sicura di sapere cosa si intende per assenza. La mia metafisica non ammette questa possibilità. Direi, invece, che l’incapacità di percepire la sua presenza può significare che gli individui, e forse le culture, vengono guidati verso una concezione più ricca e più vera di Dio stesso. Il desiderio di Dio che lei ha menzionato sarebbe di per sé l’inizio di un rinnovato senso di lui, più essenziale, dettato dal desiderio stesso, non semplicemente sostenuto dall’abitudine o dalla convenzione».
Ames e Jack, Jack e Glory, infine Lila e Ames. I protagonisti di alcune delle sue storie attraversano il dolore senza risolverlo. Dov’è Dio in questo dolore?
«Il dolore è un grande mistero. La narrativa cristiana è un potente riconoscimento di questo dato di fatto. C’è il pericolo di ridurre il problema, anche dicendo qualcosa di vero, per esempio, che le persone hanno trovato saggezza e dignità nella sofferenza. Ma questo non è dato come risposta sufficiente alla domanda della sofferenza. Dov’è Dio? Nel Getsemani».
Qual è un autore del passato che sente più vicino?
«Emily Dickinson. È una perfetta fusione fra un poeta e un metafisico».
In quale leader mondiale o religioso crede di scorgere ancora la possibilità di una speranza?
«La mia speranza è nel nome del Signore, che ha fatto il cielo e la terra. In questi giorni siamo testimoni di infinite manifestazioni di fallibilità umana, non ultimo nella Chiesa. Sono piena di speranza perché Dio è buono e il mondo è sacro. Per quanto riguarda i leader, penso che dobbiamo solo aspettare tempi migliori».