"Un nome dopo Paolo VI? Un certo Luciani"
di Alberto MelloniAnniversari / È l'agosto del 1978, Montini sta morendo, la miglior intelligence di cose vaticane è quella francese. Dai documenti segreti del Quai d'Orsay i retroscena, in tre puntate su "Repubblica" dell'anno che sconvolse la Chiesa: i due conclavi e i tre pontefici.
Se c'è qualcuno che deve qualcosa alla breccia di Porta Pia è il conclave. La presa di Roma ha contribuito a creare un mito attorno a questo sistema elettorale, adottato alla metà del secolo XI per limitare il numero di fedeli che a Roma avevano diritto di partecipare alla scelta del vescovo canonicamente riservata "al clero e al popolo". Il mito del conclave è infatti figlio di una segretezza che s'è accresciuta fino al parossismo proprio dopo il 1870 per il timore che le manomissioni politiche avverse potessero inquinare la procedura: il segreto è diventato il principale attrattore di interesse, e ha affascinato fino alla vertigine atei e bigotti. Così la pignoleria di un procedimento che aveva come scopo quello di non dar scampo ai ricorsi, è diventata il sigillo di una sacralità specifica, diversa da quella che riguarda ogni vescovo e ogni chiesa: e ha fatto dimenticare che tutti i papi a ridosso dell…
Se c'è qualcuno che deve qualcosa alla breccia di Porta Pia è il conclave. La presa di Roma ha contribuito a creare un mito attorno a questo sistema elettorale, adottato alla metà del secolo XI per limitare il numero di fedeli che a Roma avevano diritto di partecipare alla scelta del vescovo canonicamente riservata "al clero e al popolo". Il mito del conclave è infatti figlio di una segretezza che s'è accresciuta fino al parossismo proprio dopo il 1870 per il timore che le manomissioni politiche avverse potessero inquinare la procedura: il segreto è diventato il principale attrattore di interesse, e ha affascinato fino alla vertigine atei e bigotti. Così la pignoleria di un procedimento che aveva come scopo quello di non dar scampo ai ricorsi, è diventata il sigillo di una sacralità specifica, diversa da quella che riguarda ogni vescovo e ogni chiesa: e ha fatto dimenticare che tutti i papi a ridosso della elezione ringraziano i "fratelli cardinali" del loro voto; perché sono i porporati che fanno una scelta davanti a Dio e se ne assumono la responsabilità, non Dio... È dunque naturale che il mito del conclave e il suo segreto nel Novecento abbia attirato l'interesse di tutti i servizi di informazione: i servizi segreti, i servizi giornalistici e non ultimo il servizio diplomatico.
Uno stuolo di ambasciatori accreditati presso la santa Sede, cresciuti molto di numero dal pontificato di Pio XI in qua, deve riferire di questioni spesso marginali per i governi: ma che diventano essenziali quando devono informare sul conclave apparati che temono o sperano qualcosa dall'avvicendarsi dei pontefici. Spesso i loro dispacci sono di una commovente ingenuità: e il tempo consente di decodificare le loro fonti (spesso giornalisti che spillano confidenze a ecclesiastici furbi) e di capire che la comprensione di un conclave - o di due di seguito, come fu nel 1978 - richiede un metodo.
Non bastano i mezzi tecnici, che pure sarebbero serviti alle spie fasciste che nel 1939 volevano pedinare i cardinali francesi che viaggiavano in auto pedalando con fascistissima virilità sulle loro inutili biciclette. Non basta sempre l'intelligenza personale dell'ambasciatore, come quella del diplomatico oristanese Francesco Giorgio Mameli, che nel 1956 intuisce che il cardinale Roncalli, diplomatico e vescovo, può sostituire lo statuario Pacelli. Non basta la fortuna di Adenauer che ha come consigliere ecclesiastico un prelato, monsignor Höfer, che il giorno dell'annuncio del Vaticano II, a inizio 1959, è in piedi dietro il trono del papa di transizione e vede i fogli manoscritti in cui rifulge la parola "concilio". Non bastano neppure istruzioni maniacali, come quelle del generale Franco, che nel giugno 1963 comanda di far sapere che si chiuderà in cappella a pregare per sventare il rischio di vedere un democratico come Montini sul trono di Pietro e non sarà esaudito. Serve una macchina efficace e sperimentata, capace di collegare i rumors del villaggio vaticano con la visione globale, attenta a non farsi inghiottire dalle confidenze: e quella che ha il metodo più fine e sperimentato è la diplomazia francese, il Quai d'Orsay.
È quella che più di ogni altra cura l'ambasciata presso la Santa Sede e da essa più ricava. La "figlia primogenita della chiesa" che aveva fatto della laicità la religione di Stato, segue con una attenzione metodica tutto quello che accade in Vaticano: nomine, pronunciamenti, condanne, incidenti. E dà il meglio di sé nei conclavi, e in particolare nei conclavi epocali come quelli del 1978 - l'anno dei tre papi - che vede concludersi l'esperienza secolare del papato italiano.
La carte di quell'ambasciata di Francia - che ha sede a Roma, a Villa Bonaparte, ma è distinta da quella presso il Quirinale insediata a Palazzo Farnese - sono ormai disponibili nell'archivio modello di La Courneuve, alle porte di Parigi, dove è migrato proprio dagli uffici del ministero degli Esteri. Carte preziosissime per capire il rapido percorso che fa diventare il papato italiano un ricordo lontano e le dinamiche di un collegio cardinalizio anche allora frammentato.
Se infatti oggi il collegio dei porporati è frammentato dalla ferrea volontà di papa Francesco di fare dei cappelli cardinalizi una sorta di premio Nobel all'umiltà, rompendo lo schema della gerarchia delle "sedi" che risaliva al modello patristico della pentarchia, allora, nel 1978, chi guardava il collegio vedeva un'altra frammentazione: quella determinata dalla logica di "internazionalizzare" gli organi centrali della chiesa, col non celato scopo di forzare l'equilibrio fra le funzioni di vescovo di Roma, patriarca d'Occidente e pastore della chiesa universale e fare del papa il prescelto da un consesso dal carattere mondializzato.
Ma l'ambasciata di Francia presso la Santa Sede ha un metodo, memorizzato al Quai d'Orsay e applicato con scrupolo. Perché Parigi sa che nei collegi frammentati emergono sempre i tessitori: "papabili" temporanei, che servono ad aggregare piccoli gruppi. E guardando a questi la diplomazia francese non ha come obiettivo quello di "indovinare" un giorno prima chi verrà eletto, ma di capire a fondo il perché delle scelte, sapendo che quei perché daranno forma al papato.
Quel congegno politico-ecclesiastico non si attiva il 6 agosto 1978 quando Paolo VI si spegne in poche ore, "discreto come ha vissuto", annota un dispaccio. Scatta già l'anno prima, quando si affacciano quelli che Andrea Riccardi chiama "i giorni della debolezza", nei quali il sovrano pontefice deve negoziare con le prime insufficienze e ogni creazione cardinalizia si prospetta come "l'ultima prima del conclave". Sembra essere così a giugno del 1977 quando Paolo VI fa il concistoro per fare quattro cardinali: il suo ex sostituto Giovanni Benelli, ora arcivescovo di Firenze; Bernardin Gantin, già arcivescovo di Cotonou e venuto in curia; Joseph Ratzinger, preso dalla carriera accademica per fare l'arcivescovo di Monaco; Luigi Ciappi, antico esponente della curia antironcalliana. E su questo fa rapporto l'ambasciatore George Galichon - militare di carriera passato dai lager nazisti, capo di gabinetto di Bidault e poi di De Gaulle in persona, presidente di Air France, molto sensibile al tradizionalismo lefebvriano e infine inviato a rappesentare la République in Vaticano dal 1976.
Galichon manda un dispaccio il 27 giugno 1977 dopo un colloquio col cardinale Villot: il segretario di Stato (senza dubbio il più insignificante segretario di Stato del Novecento, ma francese e dunque di più facile accesso per il diplomatico) gli dice che "la successione non è aperta", perché Paolo VI "sconcerta" per quel suo apparire un giorno "un vegliardo lasso e stanco" e un altro "vivo, attento, giocoso". Ma nonostante queste premesse sciorina i nomi dei candidati che il bravo diplomatico manda subito a Parigi. Villot cita il conservatore Baggio che è descritto come un papa "possibile"; il montiniano Pignedoli, "charmeur ma superficiale"; l'argentino Pironio, che potrebbe entrare in partita solo se Paolo VI "tiene" perché ha solo 57 anni; e Benelli, l'ex sostituto che il segretario di Stato teme. Sono nomi, inclusi quelli di "Bertoli e Poletti non menzionati" da Villot, che girano a Villa Bonaparte, dove Galichon vive, e attorno a padre Antoine Wenger, patrologo, redattore capo del quotidiano cattolico La Croix dal 1957 al 1969 e dal 1971 consigliere ecclesiastico dell'ambasciata: a lui si deve una lunga nota sul primo conclave dal quale saranno esclusi gli ultraottantenni e nel quale il collegio ha ancora molte libertà, fra cui quella del ballottaggio, che suona famigliare alla Quinta Repubblica. In coda una lista di cardinali con pochissime note: fra le quali una singolare "il card. Luciani di Venezia è dottrinale e fermo". Per un uomo preoccupato della velocità delle riforme conciliari sono due complimenti che ignorano molto del prete che si era laureato su Rosmini: ma quel che conta è il cognome. Fuochino.
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Uno stuolo di ambasciatori accreditati presso la santa Sede, cresciuti molto di numero dal pontificato di Pio XI in qua, deve riferire di questioni spesso marginali per i governi: ma che diventano essenziali quando devono informare sul conclave apparati che temono o sperano qualcosa dall'avvicendarsi dei pontefici. Spesso i loro dispacci sono di una commovente ingenuità: e il tempo consente di decodificare le loro fonti (spesso giornalisti che spillano confidenze a ecclesiastici furbi) e di capire che la comprensione di un conclave - o di due di seguito, come fu nel 1978 - richiede un metodo.
Non bastano i mezzi tecnici, che pure sarebbero serviti alle spie fasciste che nel 1939 volevano pedinare i cardinali francesi che viaggiavano in auto pedalando con fascistissima virilità sulle loro inutili biciclette. Non basta sempre l'intelligenza personale dell'ambasciatore, come quella del diplomatico oristanese Francesco Giorgio Mameli, che nel 1956 intuisce che il cardinale Roncalli, diplomatico e vescovo, può sostituire lo statuario Pacelli. Non basta la fortuna di Adenauer che ha come consigliere ecclesiastico un prelato, monsignor Höfer, che il giorno dell'annuncio del Vaticano II, a inizio 1959, è in piedi dietro il trono del papa di transizione e vede i fogli manoscritti in cui rifulge la parola "concilio". Non bastano neppure istruzioni maniacali, come quelle del generale Franco, che nel giugno 1963 comanda di far sapere che si chiuderà in cappella a pregare per sventare il rischio di vedere un democratico come Montini sul trono di Pietro e non sarà esaudito. Serve una macchina efficace e sperimentata, capace di collegare i rumors del villaggio vaticano con la visione globale, attenta a non farsi inghiottire dalle confidenze: e quella che ha il metodo più fine e sperimentato è la diplomazia francese, il Quai d'Orsay.
È quella che più di ogni altra cura l'ambasciata presso la Santa Sede e da essa più ricava. La "figlia primogenita della chiesa" che aveva fatto della laicità la religione di Stato, segue con una attenzione metodica tutto quello che accade in Vaticano: nomine, pronunciamenti, condanne, incidenti. E dà il meglio di sé nei conclavi, e in particolare nei conclavi epocali come quelli del 1978 - l'anno dei tre papi - che vede concludersi l'esperienza secolare del papato italiano.
La carte di quell'ambasciata di Francia - che ha sede a Roma, a Villa Bonaparte, ma è distinta da quella presso il Quirinale insediata a Palazzo Farnese - sono ormai disponibili nell'archivio modello di La Courneuve, alle porte di Parigi, dove è migrato proprio dagli uffici del ministero degli Esteri. Carte preziosissime per capire il rapido percorso che fa diventare il papato italiano un ricordo lontano e le dinamiche di un collegio cardinalizio anche allora frammentato.
Se infatti oggi il collegio dei porporati è frammentato dalla ferrea volontà di papa Francesco di fare dei cappelli cardinalizi una sorta di premio Nobel all'umiltà, rompendo lo schema della gerarchia delle "sedi" che risaliva al modello patristico della pentarchia, allora, nel 1978, chi guardava il collegio vedeva un'altra frammentazione: quella determinata dalla logica di "internazionalizzare" gli organi centrali della chiesa, col non celato scopo di forzare l'equilibrio fra le funzioni di vescovo di Roma, patriarca d'Occidente e pastore della chiesa universale e fare del papa il prescelto da un consesso dal carattere mondializzato.
Ma l'ambasciata di Francia presso la Santa Sede ha un metodo, memorizzato al Quai d'Orsay e applicato con scrupolo. Perché Parigi sa che nei collegi frammentati emergono sempre i tessitori: "papabili" temporanei, che servono ad aggregare piccoli gruppi. E guardando a questi la diplomazia francese non ha come obiettivo quello di "indovinare" un giorno prima chi verrà eletto, ma di capire a fondo il perché delle scelte, sapendo che quei perché daranno forma al papato.
Quel congegno politico-ecclesiastico non si attiva il 6 agosto 1978 quando Paolo VI si spegne in poche ore, "discreto come ha vissuto", annota un dispaccio. Scatta già l'anno prima, quando si affacciano quelli che Andrea Riccardi chiama "i giorni della debolezza", nei quali il sovrano pontefice deve negoziare con le prime insufficienze e ogni creazione cardinalizia si prospetta come "l'ultima prima del conclave". Sembra essere così a giugno del 1977 quando Paolo VI fa il concistoro per fare quattro cardinali: il suo ex sostituto Giovanni Benelli, ora arcivescovo di Firenze; Bernardin Gantin, già arcivescovo di Cotonou e venuto in curia; Joseph Ratzinger, preso dalla carriera accademica per fare l'arcivescovo di Monaco; Luigi Ciappi, antico esponente della curia antironcalliana. E su questo fa rapporto l'ambasciatore George Galichon - militare di carriera passato dai lager nazisti, capo di gabinetto di Bidault e poi di De Gaulle in persona, presidente di Air France, molto sensibile al tradizionalismo lefebvriano e infine inviato a rappesentare la République in Vaticano dal 1976.
Galichon manda un dispaccio il 27 giugno 1977 dopo un colloquio col cardinale Villot: il segretario di Stato (senza dubbio il più insignificante segretario di Stato del Novecento, ma francese e dunque di più facile accesso per il diplomatico) gli dice che "la successione non è aperta", perché Paolo VI "sconcerta" per quel suo apparire un giorno "un vegliardo lasso e stanco" e un altro "vivo, attento, giocoso". Ma nonostante queste premesse sciorina i nomi dei candidati che il bravo diplomatico manda subito a Parigi. Villot cita il conservatore Baggio che è descritto come un papa "possibile"; il montiniano Pignedoli, "charmeur ma superficiale"; l'argentino Pironio, che potrebbe entrare in partita solo se Paolo VI "tiene" perché ha solo 57 anni; e Benelli, l'ex sostituto che il segretario di Stato teme. Sono nomi, inclusi quelli di "Bertoli e Poletti non menzionati" da Villot, che girano a Villa Bonaparte, dove Galichon vive, e attorno a padre Antoine Wenger, patrologo, redattore capo del quotidiano cattolico La Croix dal 1957 al 1969 e dal 1971 consigliere ecclesiastico dell'ambasciata: a lui si deve una lunga nota sul primo conclave dal quale saranno esclusi gli ultraottantenni e nel quale il collegio ha ancora molte libertà, fra cui quella del ballottaggio, che suona famigliare alla Quinta Repubblica. In coda una lista di cardinali con pochissime note: fra le quali una singolare "il card. Luciani di Venezia è dottrinale e fermo". Per un uomo preoccupato della velocità delle riforme conciliari sono due complimenti che ignorano molto del prete che si era laureato su Rosmini: ma quel che conta è il cognome. Fuochino.
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