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Il cardinale George Pell, 77 anni (ansa)

Pedofilia: la caduta di Pell, il cardinale che aveva le chiavi del Vaticano

L'ex numero tre della Santa Sede condannato: rischia cinquant'anni. Il Papa lo rimuove da ministro e gli vieta contatti con minori
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CITTÀ DEL VATICANO. Ascolta la sentenza di condanna e china il capo. Poi si riprende e sprona il suo avvocato Paul Galbally a non cedere: "Ricorriamo in appello". Il cardinale australiano George Pell, 77 anni, ieri sospeso da Francesco da ogni incarico e senza possibilità di celebrare né di avere contatti con minori dopo che nel suo Paese è stato giudicato colpevole di violenza sessuale su due ragazzini del coro nella sacrestia della cattedrale di Saint Patrick, negli anni Novanta, quando era arcivescovo a Melbourne, ha un attimo di smarrimento alle parole del giudice, forse anche pensando al rischio di scontare 50 anni di carcere (oggi la lettura della sentenza), ma un secondo dopo ritrova forza e decide per la linea di sempre: "Si è sempre dichiarato innocente e continuerà a farlo", dice non a caso Galbally.

E fa nulla se i dettagli dell'accusa sono raccapriccianti: nel 1996, nella sagrestia della cattedrale, una dom…
CITTÀ DEL VATICANO. Ascolta la sentenza di condanna e china il capo. Poi si riprende e sprona il suo avvocato Paul Galbally a non cedere: "Ricorriamo in appello". Il cardinale australiano George Pell, 77 anni, ieri sospeso da Francesco da ogni incarico e senza possibilità di celebrare né di avere contatti con minori dopo che nel suo Paese è stato giudicato colpevole di violenza sessuale su due ragazzini del coro nella sacrestia della cattedrale di Saint Patrick, negli anni Novanta, quando era arcivescovo a Melbourne, ha un attimo di smarrimento alle parole del giudice, forse anche pensando al rischio di scontare 50 anni di carcere (oggi la lettura della sentenza), ma un secondo dopo ritrova forza e decide per la linea di sempre: "Si è sempre dichiarato innocente e continuerà a farlo", dice non a caso Galbally.

E fa nulla se i dettagli dell'accusa sono raccapriccianti: nel 1996, nella sagrestia della cattedrale, una domenica, dopo la Messa, due ragazzini, che frequentavano il prestigioso college St. Kevin, sarebbero stati costretti a compiere atti sessuali. Una delle due vittime ha fatto sapere di aver provato "vergogna, solitudine, depressione" per anni e che "non è ancora finita". L'altro è morto nel 2014 di overdose, una fine secondo la famiglia direttamente collegabile al trauma.
Oltretevere prendono tempo, in scia alle dichiarazioni attendiste dei vescovi del Paese. Ma è ormai certo che Pell non tornerà più a guidare il superdicastero vaticano per l'Economia il cui mandato quinquennale è scaduto tre giorni fa. Mentre per sanzioni canoniche più dure (si parla della possibilità della rinuncia al cardinalato fino alle dimissioni dallo stato clericale in scia al caso McCarrick), occorrerà aspettare la sentenza di appello.

In ogni caso, l'ipotesi di una istruttoria interna è dietro l'angolo, forse guidata dal maltese Charles Scicluna. In Vaticano conoscono la testardaggine del "canguro", come chiamano il porporato non solo per le sue origini, ma anche per l'ostinazione. E ancora oggi, nonostante per l'opinione pubblica non sia altro che un orco - ieri, all'uscita del tribunale di Victoria, è stato accolto da una folla inferocita che gli urlava "mostro" augurandogli di "marcire all'inferno" - parte della Chiesa continua a credere in lui. Non a caso la Santa Sede in un comunicato dichiara la volontà di "attendere l'esito del processo d'appello" e ricorda che Pell "ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all'ultimo grado". 

Certo, non tutti sono dalla sua parte. Pell, fin dai tempi della nomina in Vaticano, cercando di avocare a sé la gestione delle finanze si è fatto qualche nemico in segreteria di Stato. Mentre molto hanno fatto discutere le sue uscite intransigenti in tema di morale. Esigere obbedienza, elencare i peccati e condannare i peccatori, sono stati il suo mantra quotidiano. Diceva spesso che il peccato originale era "vivo e fiorente", e in scia a un conservatorismo in voga nelle stanze che contano, condannava contraccezione, omosessualità, ingegneria genetica, divorzio, aborto: "No alla comunione ai divorziati, nemmeno caso per caso", disse andando in controtendenza perfino rispetto al Papa. Pell si è mostrato sempre duro con le persone omosessuali. Quando una corona fu posata fuori da Saint Patrick in memoria degli studenti gay spinti al suicidio in alcuni istituti cattolici manifestò disprezzo: "Non ho una buona statistica sulle ragioni di questi suicidi", disse. "Se sono connessi con l'omosessualità, è motivo in più per scoraggiare le persone che vanno in quella direzione. L'attività omosessuale è un rischio per la salute molto più grande del fumo".

Figlio di un pubblicitario di Ballarat che gestiva un centro di scommesse vicino al Royal Oak, Pell è salito in alto velocemente. Venne mandato a studiare a Roma, ordinazione in San Pietro, dottorato a Oxford. Tornato in Australia, a Ballarat, scelse di non decidere sui casi di abusi: "Era una storia triste e di non molto interesse per me", disse poi. Senza capire che non decidere può voler dire coprire. Giovanni Paolo II lo stimava, forse anche per le sue prese di posizione intransigenti, tanto da promuoverlo ausiliare di Melbourne nell'87, poi arcivescovo nonostante lo stupore di chi lo accusava di insabbiamenti. Non si curò delle critiche. Aveva l'appoggio di Roma. Gli bastava.

Quindi l'arrivo a Sydney e la promozione a cardinale. Divenne una delle figure più influenti della Chiesa, capace di raggiungere il terzo gradino più alto della Santa Sede. Fino alla disfatta di queste ore. Seppure per lui la battaglia sia tutt'altro che all'epilogo.
 Papa Francesco, 82 anni, con il cardinale Pell 

Il giudice: "Neanche i vertici sono immuni dal male"

Vittorio Gepponi: "I processi vanno fatti in modo serio, è sbagliato trasformare gli imputati in colpevoli Ma nessuno può sentirsi al sicuro" 

Monsignor Vittorio Gepponi, presidente del Tribunale d'appello della diocesi di Roma, uno degli organi nevralgici nello scacchiere giudiziario ecclesiale. Cosa pensa di quanto sta accadendo al cardinale Pell?
"Indipendentemente dagli sviluppi giudiziari, considerato che siamo al primo grado a cui seguirà l'appello, penso che il male non risparmia nessuno. Nessuno è immune, nemmeno il Papa. Nessuno può sentirsi al sicuro se non vive sempre in comunione col Signore. Non c'è un vertice che può sentirsi al sicuro, anche nella Chiesa. Tutti, a qualsiasi livello, ci dobbiamo sentire investiti di una responsabilità che poi inevitabilmente ha ricadute su tutto il corpo. Se un membro soffre tutto il corpo soffre".
Se deve trattare un caso di abusi sessuali da parte di un prete, come arriva a sentenza?
"L'istruttoria è svolta con la massima cura acquisendo testimonianze e documenti. Bisogna valutare la credibilità sia dell'accusato che dell'accusatore. In un contesto dove l'informazione facilmente trasforma imputati in colpevoli, ho l'obbligo di avviare un'inchiesta seria e approfondita. E puntare alla verità oggettiva".

Come si svolge l'istruttoria?
"Vengono chiamati sia gli accusati sia chi accusa. Li si ascolta a lungo. Si cerca di fare un profilo delle persone. Poi si cercano riscontri".
Quale la difficoltà maggiore?
"Quando i casi sono avvenuti anni addietro: i ricordi sono rimossi o alterati. E non è facile trovare testimoni attendibili".
 Papa Francesco 

I fedelissimi di Francesco e la maledizione degli abusi

L’ultimo indagato per insabbiamenti è il vescovo Coleridge. Ma prima di lui molti altri sono stati travolti dalle inchieste

Sostiene che "elitismo" e "clericalismo", l'incapacità di vicinanza al popolo di Dio, sono due mali possibili a tutti, porte aperte verso gli abusi. Per questo non si scandalizza se qualcuno dei suoi fedelissimi cade. Tuttavia, se la corruzione è verificata, non ha pietà: devono lasciare, espiare. Affronta così, Francesco, la "desolazione" che sembra attorniarlo. Da quando è al soglio di Pietro, diversi uomini a lui vicini sono stati accusati di abusi sessuali e di coperture, e su alcuni pesa il sospetto che lui sapesse da tempo.

Così sulla vicenda forse più delicata, quella dell'arcivescovo argentino Gustavo Zanchetta. Alla fine del 2017 Francesco lo nomina assessore all'Apsa, l'ente che gestisce gli immobili della Santa Sede. Subito dopo arrivano dal suo Paese le accuse di abusi economici, di potere, e anche sessuali da parte di tre sacerdoti. Le denunce sono presentate alla nunziatura di Buenos Aires e indicano abusi in seminario. Non si sa ancora se si possa parlare di pedofilia. Per il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Ma secondo quanto racconta il giornale El Tribuno di Oran, la diocesi di provenienza di Zanchetta, ci sono alcuni preti della diocesi che affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015, e che di ciò si parlava apertamente nella diocesi e fra i preti. Il Papa, sottintende El Tribuno, non poteva non sapere.

Più del caso Zanchetta, fa parlare in queste ore un'altra notizia, e cioè che l'arcivescovo di Brisbane e presidente dei vescovi australiani, monsignor Mark Benedict Coleridge, che ha tenuto l'omelia finale al recente summit sulla pedofilia, è sotto indagine. A quanto riferisce l'emittente nazionale australiana Abc, la denuncia contro il prelato riguarda un incontro avvenuto nel 2006 con una donna che aveva offerto informazioni su abusi sessuali a minori nella diocesi di Canberra e Goulburn allora guidata dal presule. Secondo la donna, Coleridge la chiamò "pettegola" e agì aggressivamente verso di lei. Asserzioni che l'arcivescovo respinge fermamente, ma che alimentano la sensazione che nessuno sia immune dall'errore.

Un'altra caduta recente è quella del cardinale Donald Wuerl dalla diocesi di Washington. Punto di riferimento cruciale per il Papa negli Stati Uniti, "il più influente ecclesiastico nel cattolicesimo americano negli ultimi cinquanta anni", scrive su Crux John Allen, il porporato americano non è personalità di secondo piano. Eppure, anch'egli è stato costretto a lasciare, inchiodato dal Report del Grand Jury della Pennsylvania per le coperture concesse ai preti pedofili quando amministrava la diocesi di Pittsburgh. Dossier che unito ad altri mostra come a essere inchiodati sono anche i cosiddetti bergogliani: è di prima di Natale la decisione del Papa di dimettere dallo stato clericale due vescovi cileni accusati di abusi, José Cox Huneeus, arcivescovo emerito di La Serena, e Marco Antonio Ordenes Fernandez, vescovo emerito di Iquique.

Settimane fa è stato il C9, il consiglio dei nove cardinali che coadiuvano Francesco nel lavoro di riforma della curia romana, a subire un rimpasto importante. Oltre a Pell lasciano il cardinale emerito di Santiago del Cile, Francisco Javier Errázuriz, travolto dalle accuse di insabbiamento dei crimini pedofili e, per ragioni di età, il cardinale di Kinshasa Laurent Monsengwo Pasinya.

L'ala mediatica anti bergogliana, della quale si è servito l'ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò per chiedere le dimissioni di Francesco, spinge l'acceleratore su accuse riguardanti un altro cardinale importante, Kevin J. Farrell. Sul nuovo prefetto del dicastero per i laici, la famiglia e la vita, infatti, c'è chi afferma esista un dossier in Vaticano nel quale si dice che quando era negli Stati Uniti, pur vivendo nello stesso appartamento di Theodore McCarrick - il porporato al centro del dossier Viganò a cui Francesco ha prima tolto il cardinalato e poi lo stato clericale - non abbia fatto nulla per denunciarne la doppia vita. Accuse a cui è stato lo stesso Farrell a rispondere: "Mai saputo di comportamenti inappropriati di McCarrick".

Sotto accusa c'è infine il cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga. Nel luglio scorso Francesco ha accettato le dimissioni di Juan Josè Pineda, vice di Maradiaga a Tegucigalpa, "per comportamenti non appropriati".