Pio XII, aprono gli archivi ma resta il silenzio
di ALBERTO MELLONIIl caso / Papa Francesco ha annunciato che dal 2 marzo 2020 si potranno consultare i documenti sul pontificato di Pacelli. E approfondire quegli anni cruciali in cui la Santa Sede preferì tacere sugli ebrei deportati e il nazismo
Il 2 marzo 2020 il Vaticano aprirà l'archivio segreto del pontificato di Pio XII. Lo ha annunciato lo stesso papa Francesco. Manca un anno. Ne sono passati ottanta da quel 2 marzo 1939 nel quale, al termine di un fulmineo conclave, veniva eletto papa Eugenio Pacelli: e allora poco si sapeva di quello che aveva preceduto il voto. Non si sapeva che monsignor Costantini, visitatore apostolico in Cina, amico di Roncalli e di De Gasperi, aveva steso un memoriale per chiedere un concilio rimasto lettera morta per vent'anni. Non si sapeva che Pio XI aveva preparato un discorso durissimo per il decennale della conciliazione che la morte - il 10 febbraio 1939 - gli aveva impedito di leggere e che il suo successore non avrebbe mai rivelato e che Giovanni XXIII avrebbe letto vent'anni dopo. Non si sapeva che le tensioni dentro la macchina vaticana avevano fatto cadere nel 1938 l'ipotesi di un'enciclica contro il razzismo, che avrebbe forse bloccato le leggi fasciste co…
Il 2 marzo 2020 il Vaticano aprirà l'archivio segreto del pontificato di Pio XII. Lo ha annunciato lo stesso papa Francesco. Manca un anno. Ne sono passati ottanta da quel 2 marzo 1939 nel quale, al termine di un fulmineo conclave, veniva eletto papa Eugenio Pacelli: e allora poco si sapeva di quello che aveva preceduto il voto. Non si sapeva che monsignor Costantini, visitatore apostolico in Cina, amico di Roncalli e di De Gasperi, aveva steso un memoriale per chiedere un concilio rimasto lettera morta per vent'anni. Non si sapeva che Pio XI aveva preparato un discorso durissimo per il decennale della conciliazione che la morte - il 10 febbraio 1939 - gli aveva impedito di leggere e che il suo successore non avrebbe mai rivelato e che Giovanni XXIII avrebbe letto vent'anni dopo. Non si sapeva che le tensioni dentro la macchina vaticana avevano fatto cadere nel 1938 l'ipotesi di un'enciclica contro il razzismo, che avrebbe forse bloccato le leggi fasciste contro gli ebrei.
Si sapeva che Pacelli, nunzio in Baviera e nel Reich, allineato alla logica dei concordati dell'era Ratti, avrebbe portato al papato una concezione della diplomazia fatta di prudenza e di carta, che nella coscienza di essere "maestro di verità" si sarebbe espressa limando le parole e silenzi, nel graduare le sfumature, modulare le prese di distanza e mettere in linea quella gerarchia cattolica, di curia e di diocesi, nella quale convivevano entusiasmi disgustosi per le imprese del regime sbandierati ai quattro venti e giudizi severissimi tenuti nascosti. Quell'uomo, che vedeva nel nitore dei dispacci il solo modo per comprendere una realtà sanguinosa che stava rotolando verso l'abisso da tre lustri, sarebbe diventato suo malgrado il Papa della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Questione che, dall'inizio degli anni Cinquanta in poi, ha occupato la scena politica, giornalistica, storiografica. E che si riassume in una parola: silenzio. Parola attorno alla quale hanno fatto fortuna accusatori orientati da una vis ciarlatana e altrettanti avvocati difensori che avevano in comune con gli altri lo stesso pressapochismo.
Così il silenzio di Pacelli - che non disse mai la parola "ebrei" durante la guerra e che dopo la nascita dello Stato d'Israele era pronto a fornire soccorso a quelli che secondo lui sarebbero presto dovuti fuggire dalla Palestina - è stato abbastanza per chi voleva farne il "Papa di Hitler", e abbastanza per farne il "Papa che salvò gli ebrei". Due caricature litigiose e poco documentate. Perché il primo a interrogarsi sul "silenzio" fu proprio lo stesso Pacelli, in un colloquio riportato dalle agende del suo successore: si chiedeva, il 10 ottobre del 1941, cosa pensasse il mondo del suo "silenzio circa il contegno del nazismo". E quel "dilemma", come lo definì Giovanni Miccoli, rimase in attesa di una storiografia che potesse accedere non solo al grande materiale edito, di e su Pio XII, ma anche al suo archivio. Di cui a più riprese fu chiesta un'apertura che la Santa Sede ha alla fine accettato e che il Papa ora ha annunciato. Vedremo in capo a pochi decenni se questa apertura avrà lo stesso destino di quello degli archivi di Pio X, di Benedetto XV o di Pio XI: tutti volevano conoscerne i meandri quando erano chiusi e poi, una volta aperti, hanno avuto pochi visitatori e scarsi progetti di ricerca.
Le due cose più pregiate su Pio X e su Pio XI (le "carte del sacro tavolo" sulla repressione antimodernista e i quaderni di appunti del segretario di Stato di papa Ratti) li ha pubblicati proprio monsignor Sergio Pagano, prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano la cui apertura e finezza critica hanno surclassato la pigrizia paludata di tanti studiosi di storia. Un archivio come quello di Pio XII non fornirà la pistola fumante a chi cerca la colpevolezza di Pio XII in una fase o un episodio: perché dirà che anche nelle vicende più tragiche e più vicine - il rastrellamento degli ebrei di Roma del 16 ottobre 1943, il tradimento per soldi degli ebrei dei mesi successivi, l'eccidio delle Fosse Ardeatine - la questione non si riduce alla posizione solitaria del Papa. Ma coinvolge una rete di persone e anche quell'antisemitismo inerte che solo gli sciocchi sottovalutano, finché non si risveglia feroce come sempre. E non fornirà nemmeno il famoso ordine di "aprire i conventi agli ebrei" che si rifaceva a un diritto di asilo di cui avrebbero beneficiato anche i criminali nazisti in fuga verso il Sudamerica. Fornirà invece una faticosa serie di atti e passaggi, nodi complessi che meritano di essere conosciuti per quel che sono: e che non si possono tagliare accelerando una causa di beatificazione che apparentemente giudica delle indiscutibili virtù private di Eugenio Pacelli. Una causa che è propugnata da coloro che vogliono un'assoluzione generale per una colpa che la Chiesa cattolica denunciò il 28 ottobre 1965, deplorando nella dichiarazione Nostra aetate "l'antisemitismo di chiunque e di qualunque tempo".
Decidere, come ha fatto Francesco, di restituire Pio XII a un lavoro storico che non cerca di mettergli in testa aureole o cenere, ma di capire il percorso di negligenza spirituale che rese un'intera Chiesa inerte davanti al crimine dei nazisti e dei fascisti è un buon servizio alla Chiesa, un favore alla cultura pubblica di chi, come noi italiani, ha sciacquato in fretta la propria colpa. Una sfida alla storia, quella profonda.
Si sapeva che Pacelli, nunzio in Baviera e nel Reich, allineato alla logica dei concordati dell'era Ratti, avrebbe portato al papato una concezione della diplomazia fatta di prudenza e di carta, che nella coscienza di essere "maestro di verità" si sarebbe espressa limando le parole e silenzi, nel graduare le sfumature, modulare le prese di distanza e mettere in linea quella gerarchia cattolica, di curia e di diocesi, nella quale convivevano entusiasmi disgustosi per le imprese del regime sbandierati ai quattro venti e giudizi severissimi tenuti nascosti. Quell'uomo, che vedeva nel nitore dei dispacci il solo modo per comprendere una realtà sanguinosa che stava rotolando verso l'abisso da tre lustri, sarebbe diventato suo malgrado il Papa della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Questione che, dall'inizio degli anni Cinquanta in poi, ha occupato la scena politica, giornalistica, storiografica. E che si riassume in una parola: silenzio. Parola attorno alla quale hanno fatto fortuna accusatori orientati da una vis ciarlatana e altrettanti avvocati difensori che avevano in comune con gli altri lo stesso pressapochismo.
Così il silenzio di Pacelli - che non disse mai la parola "ebrei" durante la guerra e che dopo la nascita dello Stato d'Israele era pronto a fornire soccorso a quelli che secondo lui sarebbero presto dovuti fuggire dalla Palestina - è stato abbastanza per chi voleva farne il "Papa di Hitler", e abbastanza per farne il "Papa che salvò gli ebrei". Due caricature litigiose e poco documentate. Perché il primo a interrogarsi sul "silenzio" fu proprio lo stesso Pacelli, in un colloquio riportato dalle agende del suo successore: si chiedeva, il 10 ottobre del 1941, cosa pensasse il mondo del suo "silenzio circa il contegno del nazismo". E quel "dilemma", come lo definì Giovanni Miccoli, rimase in attesa di una storiografia che potesse accedere non solo al grande materiale edito, di e su Pio XII, ma anche al suo archivio. Di cui a più riprese fu chiesta un'apertura che la Santa Sede ha alla fine accettato e che il Papa ora ha annunciato. Vedremo in capo a pochi decenni se questa apertura avrà lo stesso destino di quello degli archivi di Pio X, di Benedetto XV o di Pio XI: tutti volevano conoscerne i meandri quando erano chiusi e poi, una volta aperti, hanno avuto pochi visitatori e scarsi progetti di ricerca.
Le due cose più pregiate su Pio X e su Pio XI (le "carte del sacro tavolo" sulla repressione antimodernista e i quaderni di appunti del segretario di Stato di papa Ratti) li ha pubblicati proprio monsignor Sergio Pagano, prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano la cui apertura e finezza critica hanno surclassato la pigrizia paludata di tanti studiosi di storia. Un archivio come quello di Pio XII non fornirà la pistola fumante a chi cerca la colpevolezza di Pio XII in una fase o un episodio: perché dirà che anche nelle vicende più tragiche e più vicine - il rastrellamento degli ebrei di Roma del 16 ottobre 1943, il tradimento per soldi degli ebrei dei mesi successivi, l'eccidio delle Fosse Ardeatine - la questione non si riduce alla posizione solitaria del Papa. Ma coinvolge una rete di persone e anche quell'antisemitismo inerte che solo gli sciocchi sottovalutano, finché non si risveglia feroce come sempre. E non fornirà nemmeno il famoso ordine di "aprire i conventi agli ebrei" che si rifaceva a un diritto di asilo di cui avrebbero beneficiato anche i criminali nazisti in fuga verso il Sudamerica. Fornirà invece una faticosa serie di atti e passaggi, nodi complessi che meritano di essere conosciuti per quel che sono: e che non si possono tagliare accelerando una causa di beatificazione che apparentemente giudica delle indiscutibili virtù private di Eugenio Pacelli. Una causa che è propugnata da coloro che vogliono un'assoluzione generale per una colpa che la Chiesa cattolica denunciò il 28 ottobre 1965, deplorando nella dichiarazione Nostra aetate "l'antisemitismo di chiunque e di qualunque tempo".
Decidere, come ha fatto Francesco, di restituire Pio XII a un lavoro storico che non cerca di mettergli in testa aureole o cenere, ma di capire il percorso di negligenza spirituale che rese un'intera Chiesa inerte davanti al crimine dei nazisti e dei fascisti è un buon servizio alla Chiesa, un favore alla cultura pubblica di chi, come noi italiani, ha sciacquato in fretta la propria colpa. Una sfida alla storia, quella profonda.