NAPOLI. Chiede che cristiani e musulmani dialoghino per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città: “Siamo chiamati - dice - a considerarli partner per costruire una convivenza pacifica, anche quando si verificano episodi sconvolgenti a opera di gruppi fanatici nemici del dialogo, come la tragedia della scorsa Pasqua nello Sri Lanka”.
È uno sei passaggi chiave di un lungo intervento, come una lectio magistralis, compiuto oggi dal Papa a Napoli, all’interno della piccola Pontificia Facoltà Teologica del Mediterraneo, 400 studenti e 80 docenti. Francesco arriva nella città partenopea per la seconda volta dopo quattro anni. Sceglie un ateneo ai margini, ma simbolicamente importante perché localizzato nel cuore del quadrante mediterraneo. E nel giorno della memoria liturgica di san Luigi Gonzaga, il gesuita che si spese per gli ultimi, chiede in scia alla Costituzione apostolica “Veritatis Gaudium” un rilancio degli studi ecclesiastici al fine di aiutare lo stesso Mediterraneo a uscire dai suoi conflitti.
In sostanza, in un momento di forti identitarismi non soltanto religiosi, Francesco auspica dai teologi un cambio di passo che permetta loro di andare incontro a tutti senza “uno spirito di conquista”, senza “volontà di proselitismo e senza un intento aggressivo di confutazione”. La proposta è per una “teologia dell’accoglienza”, che dopo aver imparato “da molti errori e criticità del passato” e cioè doversi “atteggiamenti aggressivi e guerreschi” dei popoli cristiani verso altri popoli, possa tornare alle sue fonti originarie e aiutare così “la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria”.
Il messaggio del Papa, pochi mesi dopo l’incontro interreligioso di Abu Dhabi, è tutto finalizzato alla ricerca di “una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità autentica”, nell’accoglienza “dell’altro e di chi è diverso da noi perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa”, nell’abbattimento dei “muri di separazione”.
Ci sono “luminosi esempi” a cui guardare. Anzitutto “Charles de Foucauld”, quindi i “monaci di Tibhirine”, “il vescovo di Oran Pierre Claverie” e “tanti fratelli e sorelle che, con la grazia di Cristo, sono stati fedeli con mitezza e umiltà e sono morti con il nome di Gesù sulle labbra e la misericordia nel cuore”. Francesco dice chiaramente di pensare “alla nonviolenza come orizzonte e sapere sul mondo, alla quale la teologia deve guardare come proprio elemento costitutivo”. E spiega che in questo percorso non facile aiutano anche “gli scritti e le prassi di Martin Luther King e Lanza del Vasto e di altri ‘artigiani’ di pace”. E ancora: “Ci aiuta e incoraggia la memoria del Beato Giustino Russolillo, che fu studente di questa Facoltà, e di Don Peppino Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra, che pure studiò qui”.
Lo scopo, per tutti, è una teologia che sappia “sviluppare un dialogo autentico e sincero con le istituzioni sociali e civili, con i centri universitari e di ricerca, con i leader religiosi e con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per la costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e per la custodia del creato”.
Così, del resto, aveva fatto anche il santo a cui il Papa si è ispirato quando ha scelto il proprio nome alla fine del conclave del 2013, Francesco di Assisi che proprio all’indomani del suo viaggio nell’oriente mediterraneo ricordò come si vive da cristiani: “Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani”.
Francesco, in scia al santo di Assisi, vuole studenti di teologia che siano capaci di dialogare “con le altre forme del sapere e con le altre religioni, soprattutto l’Ebraismo e l’Islam”. Perì questo motivo nelle facoltà teologiche e nelle università ecclesiastiche, “sono da incoraggiare i corsi di lingua e cultura araba ed ebraica, e la conoscenza reciproca tra studenti cristiani, ebrei e musulmani”.
In questo lavoro non semplice può aiutare anche l’esempio di “Giorgio La Pira” che spinse per una teologia capace “di contribuire a costruire su tutto il bacino mediterraneo una ‘grande tenda di pace’, dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo”.
In questa strada di uscita da sé e di incontro con l’altro, “è importante che i teologi siano uomini e donne di compassione, toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo ‘mare comune’.
È uno sei passaggi chiave di un lungo intervento, come una lectio magistralis, compiuto oggi dal Papa a Napoli, all’interno della piccola Pontificia Facoltà Teologica del Mediterraneo, 400 studenti e 80 docenti. Francesco arriva nella città partenopea per la seconda volta dopo quattro anni. Sceglie un ateneo ai margini, ma simbolicamente importante perché localizzato nel cuore del quadrante mediterraneo. E nel giorno della memoria liturgica di san Luigi Gonzaga, il gesuita che si spese per gli ultimi, chiede in scia alla Costituzione apostolica “Veritatis Gaudium” un rilancio degli studi ecclesiastici al fine di aiutare lo stesso Mediterraneo a uscire dai suoi conflitti.
In sostanza, in un momento di forti identitarismi non soltanto religiosi, Francesco auspica dai teologi un cambio di passo che permetta loro di andare incontro a tutti senza “uno spirito di conquista”, senza “volontà di proselitismo e senza un intento aggressivo di confutazione”. La proposta è per una “teologia dell’accoglienza”, che dopo aver imparato “da molti errori e criticità del passato” e cioè doversi “atteggiamenti aggressivi e guerreschi” dei popoli cristiani verso altri popoli, possa tornare alle sue fonti originarie e aiutare così “la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria”.
Il messaggio del Papa, pochi mesi dopo l’incontro interreligioso di Abu Dhabi, è tutto finalizzato alla ricerca di “una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità autentica”, nell’accoglienza “dell’altro e di chi è diverso da noi perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa”, nell’abbattimento dei “muri di separazione”.
Ci sono “luminosi esempi” a cui guardare. Anzitutto “Charles de Foucauld”, quindi i “monaci di Tibhirine”, “il vescovo di Oran Pierre Claverie” e “tanti fratelli e sorelle che, con la grazia di Cristo, sono stati fedeli con mitezza e umiltà e sono morti con il nome di Gesù sulle labbra e la misericordia nel cuore”. Francesco dice chiaramente di pensare “alla nonviolenza come orizzonte e sapere sul mondo, alla quale la teologia deve guardare come proprio elemento costitutivo”. E spiega che in questo percorso non facile aiutano anche “gli scritti e le prassi di Martin Luther King e Lanza del Vasto e di altri ‘artigiani’ di pace”. E ancora: “Ci aiuta e incoraggia la memoria del Beato Giustino Russolillo, che fu studente di questa Facoltà, e di Don Peppino Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra, che pure studiò qui”.
Lo scopo, per tutti, è una teologia che sappia “sviluppare un dialogo autentico e sincero con le istituzioni sociali e civili, con i centri universitari e di ricerca, con i leader religiosi e con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per la costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e per la custodia del creato”.
Così, del resto, aveva fatto anche il santo a cui il Papa si è ispirato quando ha scelto il proprio nome alla fine del conclave del 2013, Francesco di Assisi che proprio all’indomani del suo viaggio nell’oriente mediterraneo ricordò come si vive da cristiani: “Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani”.
Francesco, in scia al santo di Assisi, vuole studenti di teologia che siano capaci di dialogare “con le altre forme del sapere e con le altre religioni, soprattutto l’Ebraismo e l’Islam”. Perì questo motivo nelle facoltà teologiche e nelle università ecclesiastiche, “sono da incoraggiare i corsi di lingua e cultura araba ed ebraica, e la conoscenza reciproca tra studenti cristiani, ebrei e musulmani”.
In questo lavoro non semplice può aiutare anche l’esempio di “Giorgio La Pira” che spinse per una teologia capace “di contribuire a costruire su tutto il bacino mediterraneo una ‘grande tenda di pace’, dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo”.
In questa strada di uscita da sé e di incontro con l’altro, “è importante che i teologi siano uomini e donne di compassione, toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo ‘mare comune’.