In Vaticano c’è “una forte cultura clericale” ma lo Spirito Santo fa “casino”, i gesuiti devono fare “chiasso”. Così papa Francesco nei diversi incontri che ha avuto con i gesuiti dell’Indonesia, Timor Est e Singapore nel corso del suo recente viaggio in Asia e Oceania.
“Fate chiasso”
Nei colloqui raccolti da padre Antonio Spadaro e pubblicati oggi dalla Civiltà Cattolica Jorge Mario Bergoglio, in risposta alle domande dei gesuiti, parla dello “scherzo” dello Spirito Santo: “Che cosa fa?”, domanda, “dopo la risurrezione di Cristo, la prima cosa che ha fatto è stata fare un “casino”. Dovete leggere bene gli Atti degli Apostoli, ve lo ripeto. Lo Spirito «inventa», e così ci accompagna per tutta la vita. Che cosa ci dice il libro degli Atti degli Apostoli? Che a Gerusalemme c’era gente di ogni nazione: c’erano parti, medi, elamiti. Erano tutti diversi gli uni dagli altri. E tutti parlavano la propria lingua. E questa è stata la grazia dello Spirito: facevano «chiasso», parlavano la propr…
In Vaticano c’è “una forte cultura clericale” ma lo Spirito Santo fa “casino”, i gesuiti devono fare “chiasso”. Così papa Francesco nei diversi incontri che ha avuto con i gesuiti dell’Indonesia, Timor Est e Singapore nel corso del suo recente viaggio in Asia e Oceania.
“Fate chiasso”
Nei colloqui raccolti da padre Antonio Spadaro e pubblicati oggi dalla Civiltà Cattolica Jorge Mario Bergoglio, in risposta alle domande dei gesuiti, parla dello “scherzo” dello Spirito Santo: “Che cosa fa?”, domanda, “dopo la risurrezione di Cristo, la prima cosa che ha fatto è stata fare un “casino”. Dovete leggere bene gli Atti degli Apostoli, ve lo ripeto. Lo Spirito «inventa», e così ci accompagna per tutta la vita. Che cosa ci dice il libro degli Atti degli Apostoli? Che a Gerusalemme c’era gente di ogni nazione: c’erano parti, medi, elamiti. Erano tutti diversi gli uni dagli altri. E tutti parlavano la propria lingua. E questa è stata la grazia dello Spirito: facevano «chiasso», parlavano la propria lingua, e tutti si capivano tra di loro. Questo è proprio dei gesuiti: essere strumenti dello Spirito Santo per fare tutto questo chiasso”.
Il dito nella piaga
A un gesuita di Timor Est che gli parla del rischio che i sacerdoti locali cadano nel clericalismo, “hai messo il dito nella piaga”, risponde il Papa: “Il clericalismo, che è ovunque. Per esempio, in Vaticano c’è una forte cultura clericale, che si sta lentamente cercando di cambiare. Il clericalismo è uno dei mezzi più sottili che il diavolo usa”. Secondo il Papa, “per voi, per noi sacerdoti, questa mondanità spirituale è la malattia più difficile da superare” e “il modo di combattere è quello di essere pastori del popolo”.
“Io diverso da un tedesco”
Nei tre colloqui avvenuti a Giacarta, Dili e Singapore, il Papa torna sulla sua elezione nel 2013 per ribadire che “quello che i cardinali avevano detto nelle riunioni prima del Conclave era ciò che sentivo di dover valorizzare e farlo diventare programma” e aggiungere: “Certo, io vengo dall’America Latina e, ad esempio, un tedesco potrebbe non capirmi subito, perché io e lui abbiamo culture diverse. Il criterio è sempre quello: assumere la missione perché ti è stata data. A chi è eletto Papa chiedono se accetta o meno. Ma una volta che hai accettato, non hai scelta: o vai avanti con i tuoi criteri astratti e personali, o vai avanti con quello che ti chiede la Chiesa. Così ho sviluppato il mio programma”. Il Papa cita un libro del giornalista Gerald O’Connell sul Conclave (The election of Pope Francis, 2019), per raccontare: “Ho letto che, quando sono stato eletto, un cardinale ha detto a un altro di me: “Questo sarà un disastro!”. Il Signore dirà se sarò stato un disastro!”.
La contro-preghiera
Il Papa racconta un aneddoto che ha già raccontato più volte, quando si fermò a parlare con una donna anziana che aveva visto nella folla: “”Prega per me!”, le ho detto. “Lo faccio tutti i giorni”, mi ha risposto. E io le ho chiesto: “Ma preghi a favore o contro?”. La signora mi ha guardato e ha indicato il Vaticano e ha detto: “Contro di lei pregano lì dentro!””.
Aung San Suu Kyi
Rispondendo a una domanda sul Myanmar, il Papa afferma: “Io ho chiesto la liberazione della signora Aung San Suu Kyi e ho ricevuto il figlio a Roma. Ho offerto il Vaticano per accoglierla nel nostro territorio. In questo momento la signora è un simbolo. E i simboli politici sono da difendere”.
La figura di Arrupe
In ognuno dei tre colloqui, papa Francesco ricorda la figura di padre Pedro Arrupe, storico preposito generale della Compagnia di Gesù nei difficili anni successivi al Concilio vaticano II, da giovane missionario in Giappone. “Ricordo anche che padre Arrupe fu richiamato dalla Segreteria di Stato a causa di una certa preoccupazione per il cammino che stava prendendo la Compagnia. E lui è stato sempre obbediente. Quello è stato un momento molto difficile”, racconta Bergoglio. “Ho conosciuto direttamente quella situazione, perché avevo nella Provincia argentina un gesuita coinvolto con coloro che facevano resistenza alla Congregazione Generale e al padre Arrupe. Erano gruppi molto militanti. Io l’ho chiamato. Una volta mi ha detto: “Il giorno più felice della mia vita sarà quando vedrò il padre Arrupe impiccato in Piazza San Pietro”. Padre Arrupe soffriva con perdono e misericordia”. Alcune volte, racconta il Papa, “sono andato di nascosto al Gesù per pregare, e sono sempre passato dalla tomba di padre Arrupe”.