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Il Papa e Zelensky lasciano alle spalle le incomprensioni: riportare i bambini in Ucraina e lavorare a una “pace giusta”

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Il leader ucraino apprezza l’impegno umanitario degli uomini di Francesco, in Vaticano c’è consapevolezza delle difficoltà del presidente
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L’impegno umanitario per “riportare a casa” i bambini ucraini deportati in Russia, la necessità di arrivare a una pace “giusta e stabile”. L’incontro tra papa Francesco e Volodymyr Zelensky, il terzo dall’invasione russa dell’Ucraina, ha registrato una convergenza non scontata nei mesi passati.

Le polemiche del passato

Nel corso del tempo non sono mancate polemiche e incomprensioni. Fin dall’inizio della guerra la linea della Santa Sede è stata quella di non criticare frontalmente la Russia per non precludersi la eventualità di una mediazione: mai richiesta, però, dalla Russia, e rifiutata esplicitamente dall’Ucraina. Alla “equivicinanza” si sono poi aggiunte alcune dichiarazioni del Pontefice argentino (le donne russa e ucraina insieme alla Via Crucis al Colosseo, il rispetto per la storia della “grande Russia”, la “bandiera bianca” da sventolare per arrivare alla pace) che hanno sedimentato a Kiev l’impressione che Roma non comprendesse le istanze ucraine.

La terza guerra mondi…

L’impegno umanitario per “riportare a casa” i bambini ucraini deportati in Russia, la necessità di arrivare a una pace “giusta e stabile”. L’incontro tra papa Francesco e Volodymyr Zelensky, il terzo dall’invasione russa dell’Ucraina, ha registrato una convergenza non scontata nei mesi passati.

Le polemiche del passato

Nel corso del tempo non sono mancate polemiche e incomprensioni. Fin dall’inizio della guerra la linea della Santa Sede è stata quella di non criticare frontalmente la Russia per non precludersi la eventualità di una mediazione: mai richiesta, però, dalla Russia, e rifiutata esplicitamente dall’Ucraina. Alla “equivicinanza” si sono poi aggiunte alcune dichiarazioni del Pontefice argentino (le donne russa e ucraina insieme alla Via Crucis al Colosseo, il rispetto per la storia della “grande Russia”, la “bandiera bianca” da sventolare per arrivare alla pace) che hanno sedimentato a Kiev l’impressione che Roma non comprendesse le istanze ucraine.

La terza guerra mondiale

Al netto delle intemperanze verbali, però, la preoccupazione più volte esplicitata da Francesco è che l’unica alternativa ad un negoziato politico sia non già la vittoria di una parte sull’altra ma il prolungarsi di una guerra – “sconfitta per tutti” – che oltretutto, in questo frangente storico, può trasformarsi nella “terza guerra mondiale”.

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La Ostpolitik della Santa Sede

Il Papa argentino, in questo, non solo ripropone la tradizionale posizione della Santa Sede, dalla denuncia della “inutile strage” della prima guerra mondiale da parte di Benedetto XV agli anatemi di Giovanni Paolo II contro l’intervento statunitense in Iraq. Ma intercetta anche – lo si è visto plasticamente al G7 di Giorgia Meloni in Puglia – gli umori del cosiddetto global south, che nei confronti della guerra in Ucraina, dal Brasile di Lula all’India di Modi, dai paesi africani al gigante cinese, ha per lo più mantenuto una prudenza molto distante dalle cancellerie occidentali. Il Papa e i suoi collaboratori, del resto, hanno una lunga consuetudine con la sensibilità e la mentalità russe, e, non da oggi, hanno dato delle dinamiche storiche innescate dall’implosione dell’Unione Sovietica una lettura diversa da quella di molte cancellerie occidentali.

Un messaggio ricalibrato

Consapevole di avere irritato l’Ucraina, però, e frustrato dall’assenza di vero ascolto a Mosca, papa Francesco, nel corso dei mesi, ha ricalibrato il suo messaggio. Ha puntualizzato che “l’invasore è lo Stato russo”, prega praticamente ad ogni udienza generale e a ogni Angelus domenicale per la “martoriata Ucraina”. Ha incaricato il cardinale Matteo Zuppi – volato nella primavera dell’anno scorso a Kiev, Mosca, Washington e Pechino – di una mediazione umanitaria per lo scambio dei prigionieri e il recupero dei bambini ucraini deportati in Russia.

Segue la questione anche tramite il suo Segretario di Stato, Pietro Parolin, che a luglio scorso si è recato in visita in Ucraina. Anche il nunzio apostolico a Kiev, monsignor Visvaldas Kulbokas, e a Roma il cardinale Claudio Gugerotti, in passato rappresentante pontificio nella capitale ucraina e oggi a capo del dicastero per le Chiese orientali, nonché l’elemosiniere pontificio, il cardinale polacco Konrad Krajewski, coadiuvano il Papa nei suoi sforzi per contribuire alla pace. I risultati, col tempo, si sono sentiti.

Regali con accenti diversi

Se all’udienza del maggio 2023 si respirò una certa freddezza, già l’incontro tra Francesco e Zelensky al G7 pugliese del luglio scorso fu più cordiale, oggi tra i due hanno prevalso sorrisi e cordialità. A volere leggere il linguaggio non verbale, certo, le diversità di accento ci sono. Il presidente ucraino ha regalato al Papa un quadro su Bucha, la strage-simbolo compiuta dall’esercito russo all’inizio della guerra, Francesco ha regalato a Zelensky una fusione in bronzo di un fiore che nasce, con la scritta “La pace è un fiore fragile”.

“Non è lo stesso Zelensky di Sanremo”

Zelensky, sempre più consapevole che una trattativa sia necessaria, apprezza l’impegno del Vaticano. Nei mesi scorsi ha concesso sia a Parolin che a Zuppi l’onorificenza dell’Ordine al merito “per il significativo contributo personale al rafforzamento della cooperazione interstatale, al sostegno della sovranità statale e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, alla divulgazione dello Stato ucraino nel mondo”. In Vaticano c’è consapevolezza che in patria il presidente ucraino affronta sia problemi di governo che un calo di popolarità, ed ha per questo rinunciato a certe puntigliosità dei mesi passati. “Non è lo stesso Zelensky di Sanremo”, il commento laconico che riecheggia in Curia, quando il presidente ucraino parlava di vittoria.

Una sintonia non piena

Il riavvicinamento tra Santa Sede e Ucraina non significa che la sintonia sia piena. Di recente papa Francesco ha criticato la norma che metterebbe fuori legge la Chiesa ortodossa affiliata (in realtà sempre meno) al patriarcato di Mosca: questione sollevata oggi nel corso dell’incontro di Zelensky in Segreteria di Stato.

In visita in Lussemburgo nelle scorse settimane il Papa ha evocato, senza esplicitare il riferimento all’Ucraina, la necessità di “onorevoli compromessi” per giungere alla pace, parole lette da alcuni come una richiesta di rinunciare all’integrità territoriale. Domenica scorsa, infine, con l’annuncio di un Concistoro l’otto dicembre il Papa ha sì incluso per la prima volta un cardinale ucraino, ma il titolare dell’eparchia di Melbourne, Mykola Bychok, e non il capo della Chiesa greco-cattolica Sviatoslav Shevchuk, in questi mesi strenuamente al fianco del presidente Zelensky.

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Una pace “giusta e stabile”

Distinguo, distanze, differenze di accento. Ma non un solco profondo come nei mesi passati. E se sia Roma che Kiev sono consapevoli che difficilmente la situazione si sbloccherà prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, a tu-per-tu col Papa il presidente ucraino – lo ha raccontato egli stesso su Twitter – è tornato a valorizzare il sostegno degli uomini del Papa nel riportare a casa gli ucraini deportati in Russia: “La questione di riportare a casa la nostra gente dalla prigionia è stata l’obiettivo principale del mio incontro con Papa Francesco”, ha scritto Zelensky: “Contiamo sull’aiuto della Santa Sede per riportare indietro gli ucraini catturati dalla Russia”. Il Papa, da parte sua, ha notato con rammarico che “i bambini ucraini hanno perso la capacità di sorridere”.

Nei colloqui con il cardinale Pietro Parolin e l’arcivescovo ministro degli Esteri Paul Richard Gallagher, poi, si è parlato delle “vie che potrebbero mettere fine” alla guerra e alla situazione umanitaria, recita una nota vaticana, “portando ad una pace giusta e stabile nel Paese”. Su Twitter Zelensky ha ribadito la validità della “formula di pace” ucraina, ricordando la prospettiva di un vertice internazionale in Canada a fine ottobre, e si è detto “certo” che sia possibile “unire gli sforzi internazionali nel processo di ripristino della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina”. Nelle stesse ore il Papa ha twittato che “tutte le Nazioni hanno il diritto di esistere in pace e sicurezza: i loro territori non devono essere attaccati, la loro sovranità dev’essere rispettata e garantita mediante la pace e il dialogo”. Una scelta cesellata di parole che può mettere d’accordo Santa Sede e Ucraina, lasciando alle spalle le polemiche del passato.

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