Migranti, Baldo Reina: “Gli sbarchi cresceranno, la soluzione non è respingere ma prepararsi ad accogliere”
di Iacopo Scaramuzzi“Io provengo da una terra, Agrigento, Lampedusa…”. Siciliano, 53 anni, Baldassarre Reina, “don Baldo”, cardinale al prossimo Concistoro del sette dicembre, è il nuovo vicario generale del Papa per la città eterna e oggi con Francesco presiede un’assemblea diocesana a 50 anni dall’incontro sui “mali di Roma” che segnò un’epoca. Eredita una città difficile, e una diocesi in trasformazione, ma dalla sede del Laterano che è stata di personalità come Ugo Poletti e Camillo Ruini il suo sguardo si allarga a tutto il paese, a partire dal dramma dei migranti che conosce bene.
Cosa ha pensato dei centri di detenzione per migranti in Albania?
“Io provengo da una terra, Agrigento, Lampedusa, che conosce bene questa problematica. Girerei la domanda: non può l’Italia accogliere le persone che preleva da un porto e trasferisce in Albania? Piuttosto che concentrarci su politiche di respingimento, perché non provare a organizzare meglio l’accoglienza dei migranti? La quantità di persone che arriva ogn…
“Io provengo da una terra, Agrigento, Lampedusa…”. Siciliano, 53 anni, Baldassarre Reina, “don Baldo”, cardinale al prossimo Concistoro del sette dicembre, è il nuovo vicario generale del Papa per la città eterna e oggi con Francesco presiede un’assemblea diocesana a 50 anni dall’incontro sui “mali di Roma” che segnò un’epoca. Eredita una città difficile, e una diocesi in trasformazione, ma dalla sede del Laterano che è stata di personalità come Ugo Poletti e Camillo Ruini il suo sguardo si allarga a tutto il paese, a partire dal dramma dei migranti che conosce bene.
Cosa ha pensato dei centri di detenzione per migranti in Albania?
“Io provengo da una terra, Agrigento, Lampedusa, che conosce bene questa problematica. Girerei la domanda: non può l’Italia accogliere le persone che preleva da un porto e trasferisce in Albania? Piuttosto che concentrarci su politiche di respingimento, perché non provare a organizzare meglio l’accoglienza dei migranti? La quantità di persone che arriva ogni giorno a Lampedusa è numericamente niente rispetto a quello che avremo da qui ai prossimi anni. Penso che sia un problema da affrontare su scala mondiale, quelle persone scappano da malattie, carestie, guerre, e i popoli cosiddetti civili anziché organizzare il loro respingimento dovrebbero organizzare la loro accoglienza e integrazione”.
E cosa ha pensato delle critiche del Governo alla magistratura?
“A me hanno insegnato che i poteri vanno rispettati all’interno di un loro bilanciamento: bisogna rispettare il potere legislativo, quello esecutivo ma anche quello giudiziario. Ritengo questa tensione un po’ pericolosa e spero che si riesca a trovare il giusto equilibrio”.
Che idea ha il nuovo vicario del Papa di un mondo segnato da guerre, razzismo, ripiegamenti sovranisti?
“Ciò che mi preoccupa di più è che tranne il Papa non vedo leader mondiali che riflettano in maniera seria sul tema della pace. A me preoccupa un mondo dove, come dice Francesco, a governare siano le armi e non il desiderio di pace. La nostra generazione è venuta fuori dopo anni difficili con protagonisti del palcoscenico internazionale che hanno creduto alla pace e hanno fatto scelte di pace. Oggi non ne vedo e questo preoccupa”.
Che idea ha della città eterna il suo nuovo cardinale vicario? La grande bellezza? Suburra?
“Città parallele, per usare il titolo dell’ultimo rapporto della Caritas diocesana. Roma è una città eternamente affascinante ma non solo: c’è la Roma opulenta e bella del centro, ci sono le borgate senza servizi, le periferie sorte con la speculazione edilizia degli anni Sessanta e Settanta, c’è la Roma delle piazze splendide ma anche la Roma delle piazze di spaccio, c’è la Roma che manifesta al mondo la bellezza e la Roma del degrado. Per questo abbiamo scelto come tema per l’incontro con il Papa quello di ricucire: proviamo a fare di questa diversità un tessuto quanto più possibile uniforme”.
In Parlamento si riaffaccia il dibattito sul fine vita, anche dalla Chiesa arrivano spiragli sulla necessità di un dialogo sul delicato tema del suicidio assistito. Cosa si sente di suggerire ai palazzi romani della politica?
“Legiferare sul fine vita non è facile ma è necessario. Chi di noi ha avuto in famiglia o ha conosciuto persone che hanno avuto una parte finale della propria esistenza segnata da malattie neurodegenerative, sa quanto sia sottile il confine tra il volere mantenere in vita queste persone e il desiderio di lasciarle andare perché non ce la fanno più. Ciò premesso ribadisco il magistero della Chiesa, e cioè che c’è un diritto alla vita e non un diritto alla morte. Bisogna sostenere la dignità della vita delle persone fragili e vulnerabili e rafforzare ad esempio le cure palliative. Dobbiamo accompagnare serenamente alla morte sapendo che la morte fa parte della vita, ma mi sento assolutamente contrario all’idea di affermare con una legge il diritto di morire.
E cosa pensa della decisione del Governo di rendere la “gestazione per altri” reato universale?
“La maternità surrogata è anch’essa un tema estremamente delicato, ma dovremmo riconoscere che la vita è un mistero che ci supera, non dovrebbe essere il risultato di scelte che coinvolgono persone che poi non avranno nulla a che fare con quella vita. Chi pensa a quella mamma che ha messo al mondo quel bambino? Bisogna riconoscere che quello della vita è un mistero ben più grande della nostra capacità di organizzarla dal punto di vista legislativo”.
L’incontro odierno con il Papa, al quale interverrà anche il giornalista Marco Damilano, cade a 50 anni dal mitico convegno sui “mali di Roma” del 1974, quando nelle borgate c’erano ancora le baracche, al governo c’era la Dc, di lì a poco sarebbero iniziati gli anni di piombo. Oggi quali sono i mali più urgenti da affrontare?
“Le povertà, al plurale. La povertà sanitaria, perché tanti non hanno accesso alle cure mediche e molti malati mentali non riescono ad entrare nelle strutture preposte. La povertà educativa, perché tanti figli di immigrati che non hanno una conoscenza adeguata dell’italiano non riescono a seguire scuola e finiscono per strada. La povertà abitativa, perché se cinquant’anni fa c’erano le baracche adesso le persone non riescono a trovare una stanza, siano essi studenti o intere famiglie, e le liste d’attesa per un alloggio popolare possono durare decenni. E infine la povertà lavorativa, perché a Roma il lavoro manca e quello che c’è è spesso sottopagato. Povertà diverse accomunate dalle diseguaglianze, dalla solitudine e, nonostante gli sforzi di amministratori, volontari e terzo settore, l’indifferenza”.
Nel 1974 c’erano, per citarla, “laici ricchi di tensione ideale sociale e politica che resero possibile il convegno”, oggi le chiese sono quasi vuote…
“E’ vero che c’è un tema di partecipazione alla vita ecclesiale ma la questione è la motivazione. Quando abbiamo iniziato a organizzare gli incontri per commemorare il convegno sui mali di Roma all’inizio quasi nessuno ci credeva, poi ci siamo ritrovati insieme a coloro che all’epoca furono i protagonisti, la Caritas diocesana, Sant’Egidio, la fondazione Luigi Di Liegro, e la partecipazione è cresciuta. L’interesse c’è e se motivati, incoraggiati e accompagnati i laici rispondono. Bisogna rispettare le diverse sensibilità, non si tratta di sedersi al tavolo con persone che la pensano come te ma con persone che hanno a cuore la città al di là del credo religioso o politico”.
Parlando di recente a un gruppo di preti di Roma il Papa ha detto che nella diocesi ci sono “problemi di corruzione”: a cosa si riferiva? E che risultati ha dato l’audit voluto tre anni fa da Francesco sulla diocesi di Roma?
“Quando papa Francesco ha voluto per la sua diocesi una revisione complessiva dei bilanci e dei conti io non c’ero ma immagino che, come per tutte le grandi strutture, ci saranno state problematiche legate all’aspetto amministrativo. Non ho ancora avuto modo di leggere la relazione finale ma penso che il suo frutto più maturo sia stata la Commissione di vigilanza indipendente creata dal Papa con la nuova costituzione apostolica di gennaio 2023. E’ formata da professionisti che vigilano sull’operato della diocesi, il suo patrimonio e la sua amministrazione, perché tutto venga fatto nel rispetto delle norme. Sta lavorando molto bene e noi con loro. Credo invece che la frase del Papa a proposito della corruzione si riferisse soprattutto a pressioni che ci sono state nell’ultimo anno, fuoriuscita di documenti, tentativi di manipolare per salvaguardare alcuni interessi”.
Che in passati ci siano stati problemi nella gestione degli affitti, però, è vero…
“E’ vero che a volte sono emerse delle lacune, ci possono essere contratti di locazione che affondano le radici nel tempo e che piano piano stiamo provando a portare a regime di mercato. Se ci sono affitti che da tempo non sono in linea con i prezzi di mercato attuali non è una cosa di cui io o i miei collaboratori possiamo assumerci la responsabilità. E non mi sento nemmeno di addossare con troppa facilità la responsabilità a chi c’era prima di me. A volte si fanno scelte pastorali che superano l’esigenza amministrativa: se ad esempio c’è da locare un mobile ad un sacerdote in difficoltà di salute è chiaro che non si possono seguire parametri di mercato. Poi si fa presto a dire che abbiamo svenduto il patrimonio immobiliare: le cose sono molto più complesse”.
Si avvicina il Giubileo, i romani sono esasperati dai cantieri, in Vaticano cresce il nervosismo: lei è pessimista o ottimista?
“Qualche giorno fa ho incontrato il sindaco Gualtieri, mi ha detto che ci sono stati dei ritardi dovuti a questioni burocratiche ma che già in partenza si sapeva che non tutti i lavori sarebbero stati completi entro l’inizio del Giubileo. E’ evidente che qualche disagio i cittadini lo stanno vivendo, basta attraversare le strade del centro per arrivare in Vaticano o piazza della stazione, ma dovremmo fare tutti lo sforzo di guardare oltre il cantiere: se alla fine, a dicembre o gennaio o febbraio, ci ritroviamo una città più bella, penso che valga la pena sopportare qualche piccolo disagio”.
Intanto le persone senza fissa dimora vengono spostate da una parte all’altra della città: lei è d’accordo con il progetto delle cosiddette cancellate anti-clochard?
“Le persone senza fissa dimora non sono il problema, sono l’effetto di un problema. Ci sono persone che hanno perduto l’alloggio, ogni giorno ci sono decine di sfratti: come Chiesa non possiamo accettare l’idea di recintare queste persone come se fossero loro il problema. Dobbiamo capire insieme quali sono le soluzioni possibili da mettere in campo affinché chi non ha una dimora la possa trovare”.
La Chiesa è percorsa dalle divergenze tra progressisti e conservatori, lo si vede anche al Sinodo in corso: lei dove si colloca?
“Nella Chiesa la tradizione è un corpo vivo, non è un blocco che appartiene al passato. Una Chiesa che dovesse rinunciare alla tradizione non avrebbe una prospettiva di futuro, ma è necessario il dialogo con quello che la società vive. Io sono figlio del Concilio, l’idea che la Chiesa dialoghi con la cultura, la scienza, le conquiste della tecnologia è una necessità che risponde al bisogno di incarnare nell’oggi il Vangelo. La tradizione mi garantisce l’ossatura e l’identità, ma al contempo mi spinge al confronto con quello che il mondo vive. Una Chiesa che non dovesse più dialogare con chi la pensa diversamente non avrebbe più nulla da dire”.
Cosa pensa del ruolo delle donne nel futuro della Chiesa? Dovrebbe cambiare qualcosa, e cosa?
“Papa Francesco ha dato un forte impulso affidando a donne alcuni ruoli apicali nella Curia romana e nel Governatorato. Penso che in futuro il ruolo delle donne sarà ancora più importante nella Chiesa: laddove non è richiesto l’esercizio del ministero ordinato a mio avviso è bene che le donne esprimano tutta la potenzialità di intelligenza, di fantasia e di estro di cui sono dotate. Penso che la Chiesa del futuro sarà una Chiesa molto al femminile”.
C’è sufficiente attenzione nella Chiesa di Roma, e in generale in quella italiana, sul dramma degli abusi sessuali nei confronti dei minori e – parlando di Roma viene in mente il caso Rupnik – delle religiose? Cosa manca ancora da fare?
“Nell’ultimo anno dalle diverse diocesi italiane sono state consegnate al dicastero per la Dottrina della fede oltre 600 fascicoli, quindi tutto il lavoro voluto da papa Benedetto prima e incentivato poi da papa Francesco sta portando i frutti desiderati. Nella nostra diocesi, come nelle altre, c’è un servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili che si incontra periodicamente, funziona da centro di ascolto e analizza eventuali segnalazioni di abusi. Quel che manca è la prosecuzione dell’ottimo lavoro fatto fin qui: stiamo sensibilizzando non solo le parrocchie ma anche gli oratori, le scuole, i seminari perché ci si muova in una linea di prevenzione, formazione e laddove necessario di intervento immediato. Sul caso di Rupnik il Papa si è rivolto alla Dottrina della fede chiedendo a loro di analizzare le denunce arrivate, siamo in attesa di un pronunciamento”.