Vaticano, il tribunale: l’investimento a Londra fu un azzardo, Becciu non ha mai preso le distanze da Marogna
di Iacopo ScaramuzziNon è necessario il “lucro” personale per qualificare come peculato “l’uso in modo illecito” di beni ecclesiastici tramite “attività altamente speculative” e “operazioni finanziarie azzardate” che sono “in contrasto con gli interessi” della Santa Sede. E’ per questa ragione che il tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone ha condannato il cardinale Giovanni Angelo Becciu per la compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra con fondi della Segreteria di Stato.
L’azzardo negli investimenti
Se la condanna a cinque anni e sei mesi comminata a dicembre scorso dalla corte è stata contestata dal porporato, che ha sempre protestato la propria innocenza, le motivazioni della sentenza, un testo di 819 pagine depositato il 29 ottobre e reso noto ieri dal Vaticano, precisano che l’assenza di “vantaggio” personale non è riprova di innocenza, e sottolineano invece come l’allora Sostituto agli affari generali, oggi cardinale senza più i diritti legati al cardinalato, avrebbe dovut…
Non è necessario il “lucro” personale per qualificare come peculato “l’uso in modo illecito” di beni ecclesiastici tramite “attività altamente speculative” e “operazioni finanziarie azzardate” che sono “in contrasto con gli interessi” della Santa Sede. E’ per questa ragione che il tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone ha condannato il cardinale Giovanni Angelo Becciu per la compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra con fondi della Segreteria di Stato.
L’azzardo negli investimenti
Se la condanna a cinque anni e sei mesi comminata a dicembre scorso dalla corte è stata contestata dal porporato, che ha sempre protestato la propria innocenza, le motivazioni della sentenza, un testo di 819 pagine depositato il 29 ottobre e reso noto ieri dal Vaticano, precisano che l’assenza di “vantaggio” personale non è riprova di innocenza, e sottolineano invece come l’allora Sostituto agli affari generali, oggi cardinale senza più i diritti legati al cardinalato, avrebbe dovuto promuovere una amministrazione “prudente, volta innanzitutto alla conservazione del patrimonio, anche quando cerca di accrescerlo, valutando le occasioni di guadagno pur se parametrate ad una eventuale e comunque contenuta possibilità di perdita”.
I soldi in Sardegna
Oltre all’affaire dell’immobile di Sloane avenue – che avrebbe procurato una perdita di 217 milioni di euro (valutazione della pubblica accusa) sui circa 600 milioni gestiti dalla Segreteria di Stato – il tribunale vaticano motiva anche la condanna relativa ai due filoni secondari del processo, i soldi inviati da Becciu alla cooperativa del fratello in Sardegna (peculato, di nuovo) e quelli versati a Cecilia Marogna (truffa aggravata). Nel primo caso, secondo la corte “appare francamente innegabile” che “l'allora Sostituto S.E.R. Becciu, pubblico ufficiale, abbia, direttamente o indirettamente, donato denaro della Chiesa, senza alcuna autorizzazione scritta dell'Autorità competente, ad un soggetto giuridico - la Cooperativa SPES - di fatto riferibile e nella concreta disponibilità dei suoi familiari”. Il punto, di nuovo, è “l’uso illecito delle somme di cui il pubblico ufficiale dispone”.
L’affaire Marogna
Quanto alla figura di Cecilia Marogna, donna sarda che Becciu ingaggiò per liberare una suora che era stata rapita in Mali, il tribunale vaticano distingue tra il primo versamento di 575mila euro alla società inglese Inkerman, “effettivamente destinati ad un soggetto deputato a svolgere attività di carattere umanitario”, e i circa 600.000 euro ulteriori versati alla società Logsic – una “scatola vuota” – creata in Slovenia dalla stessa Marogna, e che la donna ha usato per “acquisto di capi di abbigliamento, accessori di lusso, ecc.”, ossia obiettivi “risultati privi di qualsivoglia riconducibilità” ai fini pattuiti, tanto che Becciu non ha mai fatto il nome di Marogna con i suoi superiori. Il tribunale nota che “pur a fronte della piena consapevolezza circa la assoluta gravità dei fatti di cui (almeno) la Marogna si era resa protagonista”, il porporato “ha continuato ad avere rapporti del tutto amichevoli, se non di vera e propria familiarità, con la Marogna”; che “non ha presentato una querela, una denunzia e neanche un semplice esposto; in realtà, non ha preso le distanze dalla Marogna neanche nelle dichiarazioni rese da imputato”; e che, peraltro, “Marogna ha rapporti non superficiali, anzi più che cordiali” con diversi parenti di Becciu.
Il destino dei dieci imputati
Il processo si è celebrato con 86 udienze, nell’aula polifunzionale dei Musei Vaticani, dal 27 luglio 2021 al dicembre del 2023. Insieme a Becciu e a Marogna sono stati condannati altri cinque imputati coinvolti a diverso titolo nella compravendita del palazzo di Londra (due finanzieri, Raffaele Mincione e Enrico Crasso, un avvocato, Nicola Squillace, un broker, Gianluigi Torzi, e un officiale vaticano, Fabrizio Tirabassi). I vertici dell’authority finanziaria vaticana hanno ricevuto una condanna lieve per non aver segnalato un’operazione sospetta alla magistratura vaticana, il segretario del cardinale Becciu, don Mauro Carlino, è l’unico dei dieci imputati ad essere stato assolto. Ancor prima che il processo iniziasse, a novembre 2020, papa Francesco ha trasferito i fondi gestiti sino ad allora dalla Segreteria di Stato sotto l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa).
La corte si difende
Se le difese hanno contestato più volte, nel corso del dibattimento, l’imparzialità della corte presieduta da Pignatone, il tribunale rivendica di aver condotto un processo equo. Nelle motivazioni contesta le accuse di violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sottolinea, en passant, che le contestate intercettazioni sono “del tutto inutili ai fini della decisione”, sottolinea che le tante novità legislative introdotte nella legislazione vaticana dal 2010 ad oggi per adeguarsi “ai modelli internazionali e alle best practices”, finalizzati a una maggiore trasparenza interna, per scongiurare che “i delitti siano impunemente commessi” da chi opera nello Stato e nella Santa Sede. La sentenza, ricorda su Vatican News il direttore editoriale vaticano Andrea Tornielli, “non ha ricalcato le richieste del Promotore di Giustizia, ha riqualificato i reati, ha assolto alcuni degli imputati per ipotesi di reato”. Le dichiarazioni del teste-chiave dell’accusa, monsignor Alberto Perlasca, sono “prive di autonoma rilevanza probatoria ai fini del presente giudizio”.
In Segreteria di Stato
Tra le oltre ottocento pagine si sottolinea che monsignor Edgar Peña Parra, che è succeduto a Becciu in Segreteria di Stato e aveva subito espresso dubbi sull’operazione, sia stato raggirato, e che i due Segretari di Stato, Tarcisio Bertone in passato e Pietro Parolin oggi, non hanno avallato l’uso disinvolto del denaro pubblico. “L'allora Sostituto Mons. Becciu è l'autore del reato 'proprio' di peculato perché egli è il pubblico ufficiale che aveva il potere di disporre del denaro della Segreteria di Stato e, prima ancora, di impegnare il Dicastero stipulando in suo nome contratti ed altri negozi giuridici”, afferma il tribunale.
“Una ispirazione… divina”
Non mancano dettagli curiosi, in parte già emersi nel corso del dibattimento, come il soprannome “Cip e Ciop” affibbiato in una intercettazione a due protagonisti dell’affare, l’appellativo con cui Gianluigi Torzi si riferisce ai rappresentanti del Vaticano – “i preti” – o la battuta che l’avvocato Nicola Squillace si complimente con lo stesso Broker per l’operazione (un “cavallo di ritorno”) con cui ha conservato le azioni di controllo del palazzo di Londra: “Probabilmente hai avuto una ispirazione... divina”. Quella di registrare una telefonata con il Papa all’insaputa di Francesco viene definita dal tribunale una “incredibile decisione” di Becciu che “non merita alcun commento”.
Verso l’appello
“Leggeremo con attenzione la sentenza che rispettiamo così come rispettiamo tutte le sentenze”, hanno commentato gli avvocati del cardinale, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo. “La motivazione che attendevamo da tempo è piuttosto lunga e sarà oggetto di studio e di approfondimento. Certamente, per le conclusioni a cui approda, contrasta con quanto emerso nel corso del processo che ha dimostrato l'assoluta innocenza del cardinale Becciu”. Già al momento della sentenza, a dicembre scorso, tanto diversi legali della difesa quanto il promotore di giustizia Alessandro Diddi hanno preannunciato il ricorso in appello.