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“Non perdete la speranza, qui solo pesci piccoli”. Il Papa dei detenuti apre la porta di Rebibbia

(afp)

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È la prima volta che l’anno santo viene inaugurato in un penitenziario. Tajani: “È un gesto che impegna tutti noi ad affrontare la questione”
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Questa volta si è alzato in piedi. Papa Francesco era rimasto in sedia a rotelle la sera della vigilia di Natale, quando in mondovisione ha aperto l’anno santo nell’atrio di San Pietro. Ha 88 anni e cammina a fatica. Ma ieri per aprire la seconda porta santa del “Giubileo della speranza” si è tirato su, poi con passi incerti, appoggiandosi a don Benoni Ambarus, il vescovo ausiliare di Roma per la carità, ha bussato al portone di bronzo della cappella del carcere romano di Rebibbia e in silenzio ha varcato la soglia a piedi. Uno sforzo proporzionale all’eccezionalità dell’evento: è la prima volta nella storia che un pontefice apre una porta santa in una prigione.

Una Chiesa decentrata

Se nel 2015 aveva anticipato l’avvio del Giubileo straordinario aprendo una Porta Santa nella cattedrale di Bangui, in Repubblica Centrafricana, ora il pontefice argentino ha scelto un carcere – «cattedrale del dolore e della speranza», come l’ha poi definito all’Angelus – per mostrare plasticamente la su…

Questa volta si è alzato in piedi. Papa Francesco era rimasto in sedia a rotelle la sera della vigilia di Natale, quando in mondovisione ha aperto l’anno santo nell’atrio di San Pietro. Ha 88 anni e cammina a fatica. Ma ieri per aprire la seconda porta santa del “Giubileo della speranza” si è tirato su, poi con passi incerti, appoggiandosi a don Benoni Ambarus, il vescovo ausiliare di Roma per la carità, ha bussato al portone di bronzo della cappella del carcere romano di Rebibbia e in silenzio ha varcato la soglia a piedi. Uno sforzo proporzionale all’eccezionalità dell’evento: è la prima volta nella storia che un pontefice apre una porta santa in una prigione.

Una Chiesa decentrata

Se nel 2015 aveva anticipato l’avvio del Giubileo straordinario aprendo una Porta Santa nella cattedrale di Bangui, in Repubblica Centrafricana, ora il pontefice argentino ha scelto un carcere – «cattedrale del dolore e della speranza», come l’ha poi definito all’Angelus – per mostrare plasticamente la sua idea di una Chiesa vicina ai derelitti, decentrata rispetto al Vaticano. Ha lasciato ai suoi collaboratori, nei prossimi giorni, aprire le porte sante delle altre basiliche papali.

L’àncora della speranza

«Non perdere la speranza, questo è il messaggio che vorrei darvi», ha detto Francesco nella breve omelia che ha pronunciato a braccio durante la messa: «Nei momenti brutti uno pensa, anche io, che tutto è finito, non si risolve niente, ma la speranza non delude mai. A me piace pensare alla speranza come all’àncora che è sulla riva e noi con la corda stiamo lì, sicuri. Delle volte la corda è dura e ci fa male alle mani… ma con la corda in mano, guardando la riva, l’àncora ci porta avanti. Sempre c’è qualcosa di buono, qualcosa che ci fa andare avanti».

Il nodo dell’amnistia

Papa Francesco è consapevole del paradosso, in una prigione le porte per i detenuti restano chiuse. «È un bel gesto quello di spalancare, aprire le porte, ma più importante è quello che significa, è aprire il cuore», spiega. «Quando il cuore è chiuso diventa duro come una pietra, si dimentica della tenerezza. Anche nelle situazioni più difficili – ognuno di noi ha la propria, più facile, più difficile, penso a voi – sempre il cuore aperto. Il cuore, che è proprio quello che ci fa fratelli. Spalancate le porte del cuore. Ognuno sa come farlo. Ognuno sa dove la porta è chiusa o semichiusa». Il Papa si tiene lontano dai temi esplicitamente politici. Nella bolla di indizione del giubileo, Spes non confundit (la speranza non delude), ha fatto appello per «forme di amnistia o di condono della pena» dei detenuti e «percorsi di reinserimento» a loro dedicati. Ma col ministro della Giustizia Carlo Nordio, che lo accoglie in carcere, non parla di questo.

La politica commenta

La visita stessa, però, è un faro sulla situazione carceraria italiana, e innesca i commenti. «La decisione del Papa di aprire la porta santa a Rebibbia impegna tutti noi ad affrontare il tema carceri», commenta Antonio Tajani: bisogna «intervenire sulla carcerazione preventiva, pena in comunità per i tossicodipendenti, più giudici di sorveglianza e agenti della Penitenziaria», dice il segretario di Forza Italia, «la pena è privazione della libertà, non della dignità». Dalla Lega l’ex generale Roberto Vannacci non si fa sfuggire l’occasione ed esprime solidarietà alle «vittime della delinquenza» e «non ai detenuti che stanno scontando la giusta pena per le loro malefatte». Per Riccardo Magi, segretario di +Europa, «di fronte a sovraffollamento e suicidi record, negazione del senso costituzionale della pena, il governo Meloni non ha fatto altro che aggravare la situazione con la continua e compulsiva invenzione di nuovi reati e aumenti di pena».

Il giorno del giudizio

Francesco usa la chiave della vicinanza personale. Nel corso del pontificato ha visitato oltre venti prigioni in giro per il mondo: «Ogni volta», ripete anche a Rebibbia, «la prima domanda che mi faccio è perché loro e non io». Ad attenderlo c’è il cardinale José Tolentino de Mendonça, il suo ministro della Cultura, che gli mostra un’opera di sei metri realizzata dall’artista Marinella Senatore con frasi in diverse lingue e dialetti scritte dai detenuti. Alla fine Bergoglio saluta uno per uno trecento tra carcerati e agenti della polizia penitenziaria. Manda un saluto a chi è rimasto in cella, ai presenti assicura: «Tutti i giorni prego per voi: davvero, non è un modo di dire». Qui, commenta uscendo, «non ci sono i pesci grossi ma i pesci piccoli». Oggi, sorride, «il carcere è diventato una basilica come le altre». Del resto «il giorno del giudizio saremo giudicati su questo: ero in carcere e mi hai visitato».

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