F ra i cinéphiles autentici che ancora girano a Hollywood, il settuagenario Peter Bogdanovich, nato a New York nel 1939, forse è il più colto che ci sia. È passionale ed erudito quanto il suo coetaneo Martin Scorsese, ma ancora più ossessionato di quest'ultimo dall'Età dell'Oro del cinema americano. Nelle sue opere migliori, che vanno da drammi d'epoca come L'ultimo spettacolo (1971) e Paper Moon – Luna di carta (1973) a commedie sofisticate come Ma papà ti manda sola? (1972) o Rumori fuori scena (1992), la nostalgia è un tratto dominante. E anche nel suo ultimo film, Tutto può accadere a Broadway , un'appassionata ed esplicita dichiarazione d'amore a Ernst Lubitsch. Non è una sindrome né una malattia, non è una nostalgia nociva: è il suo modo di fare i conti con la cinefilia classica che rischiarò le sue retine quand'era ragazzo. «Nei miei migliori anni da spettatore arrivavo a vedere 500 film all'anno, e su ognuno prendevo appunti, finché arrivò un momento, quando iniziai a dirigere i miei film, in cui decisi che avevo imparato abbastanza. Da allora vedo solo le cose indispensabili». Nella sua stravagante filmografia di «cose indispensabili» ce ne sono parecchie. Non bisogna dimenticare il suo debutto, con Bersagli (1968), un thriller realizzato sotto il patrocinio di Roger Corman e che rappresenta un passaggio obbligato per comprendere la valenza crepuscolare del cinema della sua generazione, che seppellì il sistema degli studios. L'attore-cineasta-sceneggiatore compariva sullo schermo per pronunciare una frase: «Tutti i film buoni sono stati già girati».
Alla fine della mezz'ora di intervista che Bogdanovich ci concede via telefono, con generosità e simpatia, dalla sua villa di Beverly Hills, il più lucido degli intellettuali della Nuova Hollywood risponde alla domanda obbligata: è ancora convinto di quella cosa che disse? «Credo che tutti i film buoni siano stati già girati, ma siamo ancora in grado di girare qualche film decente». Autore di una filmografia peculiare e disomogenea come quella dei suoi coetanei Michael Cimino o Hal Ashby, il cineasta newyorchese disegna il senso elegiaco del cinema.L'argomento con cui difende la sua tesi è difficilmente contestabile: «Quando vedi la ricchezza del cinema del passato, il lavoro straordinario di gente come Hawks, Hitchcock, Welles, Keaton, Lubitsch… ti rendi conto che è qualcosa che non tornerà mai più. È irripetibile per tanti motivi. Il sistema degli studios lo rendeva possibile perché era un sistema efficace, che teneva tutti sotto contratto e permetteva di fare molti film, lasciando ai registi la possibilità di approfondire il loro mestiere. Nessuno oggi fa più di cento film, come fece John Ford. E con i migliori artisti in ogni campo, attori, fotografi, scenografi, musicisti… La congiunzione di talenti era abissale. Tutto questo non tornerà più, per questo i film migliori sono stati già girati. Noi che siamo arrivati dopo siamo condannati alla decadenza».
Se tralasciamo un magnifico documentario di quattro ore su Tom Petty («È un po' lungo, però mi divertii talmente a farlo che sarebbe potuto durarne altre quattro»), un episodio che ha diretto per la serie I soprano (dove interpreta il terapeuta della dottoressa Melfi) e un tv-movie su Natalie Wood, erano tredici anni che Bogdanovich non si metteva dietro a una telecamera. Tutto può accadere a Broadway (titolo originale: She's Funny That Way ) rappresenta il ritorno a una produzione hollywoodiana dopo Hollywood Confidential del 2001, in cui raccontava una torbida storia su William Randolph Hearst, Marion Davies e Charles Chaplin. Anche qui è la nostalgia cinefila il motore primo dei capricci dilettanteschi di Bogdanovich. Ostentando le forme e i modi della screwball comedy , della commedia sofisticata e della commedia romantica, il suo nuovo lavoro si sforza di creare un ponte fra Ernst Lubitsch e Woody Allen attraverso un testo solido, che con la sua impudenza anacronistica esprime con orgoglio la propria condizione di anomalia contemporanea. Intrighi, raffinatezza, storie d'amore: sono questi gli ingredienti base del cocktail. Sembra esserci un'intenzione pedagogica nel film, come se volesse mostrare alle giovani generazioni da dove nasce la vera commedia… «Non l'ho fatto coscientemente. La mia intenzione era solo far ridere, perché viviamo in tempi molto difficili. Il riscaldamento globale, gli attentati terroristici, la feroce contrapposizione fra sinistra e destra negli Stati Uniti… Sono tempi molto difficili e quando ho presentato il film a Venezia ho scoperto che la gente ha molta voglia di ridere, una voglia disperata, probabilmente perché viviamo in un mondo così ingrato e insicuro».
L'idea della sceneggiatura gli venne in mente durante le riprese di Saint Jack (1979) a Singapore. «Scritturammo diverse prostitute per il film» ricorda. «Due di loro mi facevano pena, non sembrava che quel lavoro gli piacesse, e diedi loro dei soldi per poter cambiare vita. Fu l'elemento che diede una spinta alla sceneggiatura». Da quel gesto nacque la premessa di Tutto può accadere a Broadway, che Bogdanovich cominciò a scrivere nel 1999 con l'ex moglie Louise Stratten, pensando al suo amico John Ritter come protagonista. «John morì improvvisamente e io misi il copione in un cassetto. Lo ritirai fuori solo dopo aver conosciuto Owen Wilson. Il ruolo sembrava perfetto per lui, è uno dei rari attori con la personalità di una delle vecchie star del cinema. Poi ho conosciuto Jennifer Aniston ed è stata la spinta decisiva per riprendere in mano la sceneggiatura».Il ruolo della protagonista, Isabella, la prostituta che trova il suo posto nel mondo diventando una star del cinema, è dell'inglese Imogen Poots, che con la sua presenza elettrizzante e la sua interpretazione (con accento di Brooklyn) svolge la funzione di una catarsi del desiderio nell'energica farsa che va in scena davanti ai nostri occhi.
Il suo cinema ha sempre messo insieme drammi e commedie allo stato puro, senza vie di mezzo. Billy Wilder scriveva commedie quando era triste e drammi quando era allegro. Si sente vicino a questo modo di esercitare la creatività? «È la cosa da fare, secondo me. Io e Louise attraversavamo un momento difficile quando cominciammo a scrivere la sceneggiatura e decidemmo di impostare la storia come una commedia per tirarci su di morale. Il cinema ha questa qualità terapeutica su di me. Anche il prossimo che ho in programma è una commedia, ma forse non così "pura" come dice lei; ma è anche una storia fantastica, di fantasmi. Si intitola Wait for Me e le riprese dovrebbero cominciare la prossima primavera».Quella confessione di Wilder la potete trovare nel magnifico libro-intervista scritto da Cameron Crowe nel 2005 (Conversazioni con Billy Wilder). Bogdanovich ha sviscerato il suo mestiere anche indagando sulle ossessioni e i metodi di lavoro di cineasti leggendari. Le sue interviste a John Ford e Orson Welles sono opere imprescindibili per gli studiosi di storia del cinema, al pari del famosissimo volume di conversazioni fra Hitchcock e Truffaut del 1967. Chissà se a Bogdanovich piacerebbe che qualcuno dei giovani cineasti suoi amici chiudesse il cerchio intervistando lui sui suoi film.
Attraverso un simpatico cameo alla fine di Tutto può accadere a Broadway, il veterano di Hollywood traccia un legame fra la sua cinefilia e quella di Quentin Tarantino, quasi come se gli consegnasse un testimone. Anche Wes Anderson e Noah Baumbach, che conosce da quando hanno iniziato a muovere i primi passi nel mondo del cinema («Li chiamo i miei figli, e loro mi chiamano papà») hanno preso parte al film contribuendo a finanziarlo. «Gli sono molto grato. Amiamo tutti lo stesso tipo di cinema e ci aiutiamo a vicenda quando possiamo. Non è che pensiamo le stesse cose: ci sono film che Quentin adora e che io trovo insopportabili, ma ci ha uniti la conoscenza e la passione per l'Età dell'Oro di Hollywood». Quali altri cineasti in attività le interessano? «Ce ne sono diversi di talento, questo è ovvio, ma secondo me Hollywood non sta attraversando un periodo particolarmente positivo. Si fanno molti adattamenti di fumetti, tanti supereroi e tante cazzate. Ormai si fanno solo film per bambini, non per adulti. Durante l'Età dell'Oro, nonostante le restrizioni del Codice Hays, avevamo adulti che facevano film per adulti che potevano vedere anche i bambini. Oggi abbiamo adulti che fanno film per bambini che gli adulti, si suppone, trovano tollerabili. È un altro mondo. Pensi a bei film degli anni 30 come Mancia competente, Lady Eva o L'orribile verità. Dove sono finiti film come Com'era verde la mia valle o Da qui all'eternità? Quel cinema è irripetibile».
Il digitale ha prodotto qualche sviluppo positivo? «Sì. Oltre al livello straordinario degli effetti speciali, si possono fare più film, e qualsiasi giovane può fare cinema senza soldi, basta un iPhone. E questo è positivo, perché così si rende conto di quanto sia difficile in realtà fare un buon film. Renoir si lamentava dell'avvento della fotografia perché diceva che avrebbe fatto sparire la pittura amatoriale, che lui considerava utilissima perché faceva capire agli appassionati quanto fosse difficile dipingere un bel quadro. Mi sembra una riflessione interessante, che oggi si può applicare al cinema». E che ne pensa delle serie tv? « I Soprano hanno introdotto un nuovo modo di vedere la televisione. Serie come Mad Men e Breaking Bad, che mi sono divorato insieme a Wes Anderson e Noah Baumbach, e anche Trono di spade, sono state possibili grazie ai Soprano. Mentre il cinema si sta deteriorando, fatta eccezione per la perfezione degli effetti speciali, la tv vive un processo inverso e sta diventando più sofisticata nel modo di descrivere la tragedia e la commedia umana. Ho scritto un episodio pilota per una serie basata sul mio film …E tutti risero (1981), e sto cercando di portarla avanti. Oggi la televisione è un rifugio prestigioso per i cineasti».
Perfino Woody Allen ora gira una miniserie. Da quando il suo film è stato presentato a Venezia, non c'è recensione che non citi l'autore di Pallottole su Broadway. Come le prende queste comparazioni? «Non mi dà fastidio che mi paragonino a lui. Ammiro il suo lavoro. Ma i giornali hanno sempre la necessità di etichettare e classificare tutto». Nei classici del genere a cui il suo film rende omaggio, di solito è il desiderio sessuale l'elemento scatenante della farsa. È il sesso, più del denaro, il vero motore del mondo? «Il grande problema del mondo è la battaglia fra i sessi. E non abbiamo fatto molti passi avanti da quando sono stati girati Susanna! o Scandalo a Filadelfia. Anzi, la screwball comedy era molto avanzata, a Hollywood ha guidato i movimenti femministi. In una società teoricamente molto avanzata come quella statunitense, la disuguaglianza tra i sessi continua a essere abissale. Se le donne avessero più voce in capitolo e più posti di potere nei Governi mondiali, credo che andrebbe meglio per tutti, perché le donne hanno a cuore la vita più degli uomini».
Ma di registe ce ne sono state pochissime… «Appunto. L'industria del cinema è l'ennesimo riflesso dell'emarginazione sociale della donna. Non solo dovrebbe esserci un maggior numero di pellicole dirette da donne, dovrebbero esserci anche più donne nei posti di potere. Qui negli Stati Uniti i Repubblicani cercano di togliere diritti alle donne quando si tratta di decidere sulla propria vita, di scegliere se abortire o no. Lo trovo scandaloso». Ritiene che il mondo si stia spostando a destra? «C'è una grande insicurezza, le certezze sono venute meno e c'è paura del futuro. È in momenti così che bisogna cercare di immaginare nuovi modelli di convivenza». Crede che la commedia debba reinventarsi? «Sì e no. Alcune cose sono graziose. Le coincidenze impossibili, la frivolezza delle situazioni… La meccanica non è cambiata. Ma molte commedie di oggi sono basate sui fluidi corporei: gag come un pene incastrato in una chiusura lampo o una macchia di sperma incollata ai capelli. Sono battute facile e volgari. Non mi fanno ridere. Quando feci Ma papà ti manda sola?, nel 1972 (una sorte di remake di Susanna! ), era molto importante per me tenere alla larga qualsiasi battuta su argomenti di attualità, per evitare che il film invecchiasse in fretta. Recentemente Tarantino ha trasmesso il film nel suo cinema di Beverly Hills e il pubblico rideva negli stessi punti e allo stesso modo di quarant'anni fa. Una buona commedia non ha data di scadenza». (Traduzione di Fabio Galimberti)
(23 ottobre 2015)
Alla fine della mezz'ora di intervista che Bogdanovich ci concede via telefono, con generosità e simpatia, dalla sua villa di Beverly Hills, il più lucido degli intellettuali della Nuova Hollywood risponde alla domanda obbligata: è ancora convinto di quella cosa che disse? «Credo che tutti i film buoni siano stati già girati, ma siamo ancora in grado di girare qualche film decente». Autore di una filmografia peculiare e disomogenea come quella dei suoi coetanei Michael Cimino o Hal Ashby, il cineasta newyorchese disegna il senso elegiaco del cinema.L'argomento con cui difende la sua tesi è difficilmente contestabile: «Quando vedi la ricchezza del cinema del passato, il lavoro straordinario di gente come Hawks, Hitchcock, Welles, Keaton, Lubitsch… ti rendi conto che è qualcosa che non tornerà mai più. È irripetibile per tanti motivi. Il sistema degli studios lo rendeva possibile perché era un sistema efficace, che teneva tutti sotto contratto e permetteva di fare molti film, lasciando ai registi la possibilità di approfondire il loro mestiere. Nessuno oggi fa più di cento film, come fece John Ford. E con i migliori artisti in ogni campo, attori, fotografi, scenografi, musicisti… La congiunzione di talenti era abissale. Tutto questo non tornerà più, per questo i film migliori sono stati già girati. Noi che siamo arrivati dopo siamo condannati alla decadenza».
Se tralasciamo un magnifico documentario di quattro ore su Tom Petty («È un po' lungo, però mi divertii talmente a farlo che sarebbe potuto durarne altre quattro»), un episodio che ha diretto per la serie I soprano (dove interpreta il terapeuta della dottoressa Melfi) e un tv-movie su Natalie Wood, erano tredici anni che Bogdanovich non si metteva dietro a una telecamera. Tutto può accadere a Broadway (titolo originale: She's Funny That Way ) rappresenta il ritorno a una produzione hollywoodiana dopo Hollywood Confidential del 2001, in cui raccontava una torbida storia su William Randolph Hearst, Marion Davies e Charles Chaplin. Anche qui è la nostalgia cinefila il motore primo dei capricci dilettanteschi di Bogdanovich. Ostentando le forme e i modi della screwball comedy , della commedia sofisticata e della commedia romantica, il suo nuovo lavoro si sforza di creare un ponte fra Ernst Lubitsch e Woody Allen attraverso un testo solido, che con la sua impudenza anacronistica esprime con orgoglio la propria condizione di anomalia contemporanea. Intrighi, raffinatezza, storie d'amore: sono questi gli ingredienti base del cocktail. Sembra esserci un'intenzione pedagogica nel film, come se volesse mostrare alle giovani generazioni da dove nasce la vera commedia… «Non l'ho fatto coscientemente. La mia intenzione era solo far ridere, perché viviamo in tempi molto difficili. Il riscaldamento globale, gli attentati terroristici, la feroce contrapposizione fra sinistra e destra negli Stati Uniti… Sono tempi molto difficili e quando ho presentato il film a Venezia ho scoperto che la gente ha molta voglia di ridere, una voglia disperata, probabilmente perché viviamo in un mondo così ingrato e insicuro».
L'idea della sceneggiatura gli venne in mente durante le riprese di Saint Jack (1979) a Singapore. «Scritturammo diverse prostitute per il film» ricorda. «Due di loro mi facevano pena, non sembrava che quel lavoro gli piacesse, e diedi loro dei soldi per poter cambiare vita. Fu l'elemento che diede una spinta alla sceneggiatura». Da quel gesto nacque la premessa di Tutto può accadere a Broadway, che Bogdanovich cominciò a scrivere nel 1999 con l'ex moglie Louise Stratten, pensando al suo amico John Ritter come protagonista. «John morì improvvisamente e io misi il copione in un cassetto. Lo ritirai fuori solo dopo aver conosciuto Owen Wilson. Il ruolo sembrava perfetto per lui, è uno dei rari attori con la personalità di una delle vecchie star del cinema. Poi ho conosciuto Jennifer Aniston ed è stata la spinta decisiva per riprendere in mano la sceneggiatura».Il ruolo della protagonista, Isabella, la prostituta che trova il suo posto nel mondo diventando una star del cinema, è dell'inglese Imogen Poots, che con la sua presenza elettrizzante e la sua interpretazione (con accento di Brooklyn) svolge la funzione di una catarsi del desiderio nell'energica farsa che va in scena davanti ai nostri occhi.
Il suo cinema ha sempre messo insieme drammi e commedie allo stato puro, senza vie di mezzo. Billy Wilder scriveva commedie quando era triste e drammi quando era allegro. Si sente vicino a questo modo di esercitare la creatività? «È la cosa da fare, secondo me. Io e Louise attraversavamo un momento difficile quando cominciammo a scrivere la sceneggiatura e decidemmo di impostare la storia come una commedia per tirarci su di morale. Il cinema ha questa qualità terapeutica su di me. Anche il prossimo che ho in programma è una commedia, ma forse non così "pura" come dice lei; ma è anche una storia fantastica, di fantasmi. Si intitola Wait for Me e le riprese dovrebbero cominciare la prossima primavera».Quella confessione di Wilder la potete trovare nel magnifico libro-intervista scritto da Cameron Crowe nel 2005 (Conversazioni con Billy Wilder). Bogdanovich ha sviscerato il suo mestiere anche indagando sulle ossessioni e i metodi di lavoro di cineasti leggendari. Le sue interviste a John Ford e Orson Welles sono opere imprescindibili per gli studiosi di storia del cinema, al pari del famosissimo volume di conversazioni fra Hitchcock e Truffaut del 1967. Chissà se a Bogdanovich piacerebbe che qualcuno dei giovani cineasti suoi amici chiudesse il cerchio intervistando lui sui suoi film.
Attraverso un simpatico cameo alla fine di Tutto può accadere a Broadway, il veterano di Hollywood traccia un legame fra la sua cinefilia e quella di Quentin Tarantino, quasi come se gli consegnasse un testimone. Anche Wes Anderson e Noah Baumbach, che conosce da quando hanno iniziato a muovere i primi passi nel mondo del cinema («Li chiamo i miei figli, e loro mi chiamano papà») hanno preso parte al film contribuendo a finanziarlo. «Gli sono molto grato. Amiamo tutti lo stesso tipo di cinema e ci aiutiamo a vicenda quando possiamo. Non è che pensiamo le stesse cose: ci sono film che Quentin adora e che io trovo insopportabili, ma ci ha uniti la conoscenza e la passione per l'Età dell'Oro di Hollywood». Quali altri cineasti in attività le interessano? «Ce ne sono diversi di talento, questo è ovvio, ma secondo me Hollywood non sta attraversando un periodo particolarmente positivo. Si fanno molti adattamenti di fumetti, tanti supereroi e tante cazzate. Ormai si fanno solo film per bambini, non per adulti. Durante l'Età dell'Oro, nonostante le restrizioni del Codice Hays, avevamo adulti che facevano film per adulti che potevano vedere anche i bambini. Oggi abbiamo adulti che fanno film per bambini che gli adulti, si suppone, trovano tollerabili. È un altro mondo. Pensi a bei film degli anni 30 come Mancia competente, Lady Eva o L'orribile verità. Dove sono finiti film come Com'era verde la mia valle o Da qui all'eternità? Quel cinema è irripetibile».
Il digitale ha prodotto qualche sviluppo positivo? «Sì. Oltre al livello straordinario degli effetti speciali, si possono fare più film, e qualsiasi giovane può fare cinema senza soldi, basta un iPhone. E questo è positivo, perché così si rende conto di quanto sia difficile in realtà fare un buon film. Renoir si lamentava dell'avvento della fotografia perché diceva che avrebbe fatto sparire la pittura amatoriale, che lui considerava utilissima perché faceva capire agli appassionati quanto fosse difficile dipingere un bel quadro. Mi sembra una riflessione interessante, che oggi si può applicare al cinema». E che ne pensa delle serie tv? « I Soprano hanno introdotto un nuovo modo di vedere la televisione. Serie come Mad Men e Breaking Bad, che mi sono divorato insieme a Wes Anderson e Noah Baumbach, e anche Trono di spade, sono state possibili grazie ai Soprano. Mentre il cinema si sta deteriorando, fatta eccezione per la perfezione degli effetti speciali, la tv vive un processo inverso e sta diventando più sofisticata nel modo di descrivere la tragedia e la commedia umana. Ho scritto un episodio pilota per una serie basata sul mio film …E tutti risero (1981), e sto cercando di portarla avanti. Oggi la televisione è un rifugio prestigioso per i cineasti».
Perfino Woody Allen ora gira una miniserie. Da quando il suo film è stato presentato a Venezia, non c'è recensione che non citi l'autore di Pallottole su Broadway. Come le prende queste comparazioni? «Non mi dà fastidio che mi paragonino a lui. Ammiro il suo lavoro. Ma i giornali hanno sempre la necessità di etichettare e classificare tutto». Nei classici del genere a cui il suo film rende omaggio, di solito è il desiderio sessuale l'elemento scatenante della farsa. È il sesso, più del denaro, il vero motore del mondo? «Il grande problema del mondo è la battaglia fra i sessi. E non abbiamo fatto molti passi avanti da quando sono stati girati Susanna! o Scandalo a Filadelfia. Anzi, la screwball comedy era molto avanzata, a Hollywood ha guidato i movimenti femministi. In una società teoricamente molto avanzata come quella statunitense, la disuguaglianza tra i sessi continua a essere abissale. Se le donne avessero più voce in capitolo e più posti di potere nei Governi mondiali, credo che andrebbe meglio per tutti, perché le donne hanno a cuore la vita più degli uomini».
Ma di registe ce ne sono state pochissime… «Appunto. L'industria del cinema è l'ennesimo riflesso dell'emarginazione sociale della donna. Non solo dovrebbe esserci un maggior numero di pellicole dirette da donne, dovrebbero esserci anche più donne nei posti di potere. Qui negli Stati Uniti i Repubblicani cercano di togliere diritti alle donne quando si tratta di decidere sulla propria vita, di scegliere se abortire o no. Lo trovo scandaloso». Ritiene che il mondo si stia spostando a destra? «C'è una grande insicurezza, le certezze sono venute meno e c'è paura del futuro. È in momenti così che bisogna cercare di immaginare nuovi modelli di convivenza». Crede che la commedia debba reinventarsi? «Sì e no. Alcune cose sono graziose. Le coincidenze impossibili, la frivolezza delle situazioni… La meccanica non è cambiata. Ma molte commedie di oggi sono basate sui fluidi corporei: gag come un pene incastrato in una chiusura lampo o una macchia di sperma incollata ai capelli. Sono battute facile e volgari. Non mi fanno ridere. Quando feci Ma papà ti manda sola?, nel 1972 (una sorte di remake di Susanna! ), era molto importante per me tenere alla larga qualsiasi battuta su argomenti di attualità, per evitare che il film invecchiasse in fretta. Recentemente Tarantino ha trasmesso il film nel suo cinema di Beverly Hills e il pubblico rideva negli stessi punti e allo stesso modo di quarant'anni fa. Una buona commedia non ha data di scadenza». (Traduzione di Fabio Galimberti)
(23 ottobre 2015)