Amy e Andrew, assistenti virtuali che gestiscono l’azienda senza stancarsi
Riccardo Staglianò , dal nostro inviato RICCARDO STAGLIANÒFissano appuntamenti, ricordano scadenze, cambiano i piani anche dieci volte senza perdere l'aplomb, ma non sorridono mai. Saranno loro (ovvero un software) gli efficientissimi segretari e segretarie di un futuro più facile. E potenzialmente da incubo
LISBONA. Amy con me ha vita facile. In tutta la settimana ho solo due impegni già stabiliti, così quando le chiedo di fissare tre nuovi incontri ha davanti praterie di possibilità. Con Louis ed Emanuele va bene alla prima. Vincenzo invece propone le 10 di mercoledì, io le scrivo che preferirei anticipare di un’ora. «Nessun problema» mi risponde pochi secondi dopo. Questa assistente ha una pazienza preternaturale. Puoi cambiare piani anche dieci volte e non perde l’aplomb. Il fatto di essere fatta di righe di codice invece che di carne e ossa indubitabilmente aiuta. Eppure, se non li avessi avvisati, nessuno dei miei amici si sarebbe accorto che Amy Ingram, come il suo omologo maschile Andrew Ingram, non è altro che quello cui la sua iniziale allude, AI, intelligenza artificiale, bot specializzato nel quintessenziale compito della segretaria: gestire l’agenda di chi può permettersi il lusso di averne una alle sue d…
LISBONA. Amy con me ha vita facile. In tutta la settimana ho solo due impegni già stabiliti, così quando le chiedo di fissare tre nuovi incontri ha davanti praterie di possibilità. Con Louis ed Emanuele va bene alla prima. Vincenzo invece propone le 10 di mercoledì, io le scrivo che preferirei anticipare di un’ora. «Nessun problema» mi risponde pochi secondi dopo. Questa assistente ha una pazienza preternaturale. Puoi cambiare piani anche dieci volte e non perde l’aplomb. Il fatto di essere fatta di righe di codice invece che di carne e ossa indubitabilmente aiuta. Eppure, se non li avessi avvisati, nessuno dei miei amici si sarebbe accorto che Amy Ingram, come il suo omologo maschile Andrew Ingram, non è altro che quello cui la sua iniziale allude, AI, intelligenza artificiale, bot specializzato nel quintessenziale compito della segretaria: gestire l’agenda di chi può permettersi il lusso di averne una alle sue dipendenze.
«D’ora in poi non sarà più una cosa da ricchi» giura Dennis Mortensen, il danese trapiantato a New York che ha avuto l’epifania quattro anni fa, sfogliando il calendario dell’anno precedente in cui aveva totalizzato 1.019 riunioni, dovendo cambiare ora o giorno ben 672 volte (un inferno, d’accordo, ma in natura i forzati del riunionismo esistono). «Così, a spanne, mi sono reso conto che ritmi analoghi li avevo sostenuti nei venticinque anni precedenti. Vi rendete conto quanto tempo buttato solo per decidere dove e quando vedersi?».
Ogni spreco ha un limite e Mortensen, in cui il combinato disposto di un fisico nevratile da modello H&M e di sneakers Puma rosse toglie almeno dieci anni, decide di averne abbastanza e fonda x.ai. Tre anni e 40 milioni di dollari di capitale di rischio più tardi la novantina di persone che ci lavorano (di cui quasi 40 a istruire il software e correggerlo quando sbaglia) hanno partorito la versione attuale di Amy e Andrew, che come ogni software che si rispetti sono meglio dei loro stessi di ieri e peggio delle loro release di domani.
Piccola spiegazione pratica. Non c’è da scaricare niente ma nel settaggio iniziale dovrete consentire all’assistente virtuale di accedere alla vostra agenda online (Google Calendar o simili) e spiegargli le vostre regole di ingaggio (disponibilità dalle 9 alle 19, luoghi d’incontro preferiti e poco altro). Amy/Andrew sono solo un indirizzo di posta elettronica che va messo in copia Cc quando dovete mettervi d’accordo con qualcuno per vederlo o fissare una telefonata. Da quel punto in poi la conversazione la gestiscono loro e a voi arriverà giusto un invito finale da accettare o meno. Che siano servite due mail o venti per arrivare a quella conclusione non è più affare vostro. E qui, in questa delega, sta il valore del servizio prezzato 17 dollari al mese (e comunque, se non confermate, dopo la settimana di prova vi restano comunque cinque appuntamenti fissabili gratis).
«In media» giura Mortensen «servono otto mail e mezzo prima di arrivare a una data condivisa. La negoziazione è un lavoro». Grazie a quella panoplia di dati che solo gli Stati Uniti si prendono la briga di raccogliere sappiamo anche che lì ogni anno i circa 90 milioni di knowledge workers, ormai quasi tutti, fissano quasi 10 miliardi di appuntamenti che, arrotondando la media di mail necessarie per fissarne uno, fanno circa 100 miliardi di email: «Se anche volessimo dare un valore di 10 centesimi a messaggio, si tratterebbe di una compagnia da 10 miliardi di dollari».
Parla, Mortensen, in un calcolo discutibile ma seducente, del valore indiziario della compagnia che sapesse domare questa bestia. Parla di sé. Gli chiedo se ha familiarità con l’espressione feroce one-trick pony, detto di una persona che sa fare solo una cosa. Insomma, non sono troppi 17 dollari, poco più di 50 centesimi al giorno, per risolvere il problema seccante ma circoscritto di prendere appuntamenti? «Dipende da quanti uno ne deve gestire. E se questa tariffa non è giusta, la limeremo col tempo. La cosa di cui sono sicuro è un’altra: molto meglio essere il numero uno al mondo nel fare una singola cosa che essere bravino a farne cinque. Noi vogliamo diventare il sinonimo di “prendere appuntamenti”».
Non è un’ambizione banale, perché poche cose sono più ingannevoli della lingua. Qualche esempio? «Se uno, all’una di notte di lunedì, scrive una email a un amico (e ad Amy) dicendo: ci vediamo domani, per prima cosa nella mattina, intende dire martedì mattina o, essendo formalmente già il giorno dopo, mercoledì mattina?». Il destinatario umano opterà nove volte su dieci per il martedì, ma per la macchina non è così scontato. Oppure: «Dovevamo vederci alle tre ma devo andare a prendere i bimbi a scuola e potrei non essere pronto fino alle cinque e mezza. Non so se riesco a farcela». Vuol dire che cancella le tre e aggiorna alle cinque e mezza o che non ce la farà neanche allora? E poi tutte quelle informazioni sulla scuola dei bimbi, che forse inteneriranno l’interlocutore umano, sulla macchina provocano solo rumore di fondo e quindi confusione.
Quando disambiguare il senso della frase per via algoritmica è troppo difficile il dubbio viene girato agli addestratori (Laurel, attraverso la quale ho fissato l’incontro con Mortensen, ha una posta elettronica diversa che l’autodenuncia: human.x.ai). Il gioco si fa più duro quando c’è da mediare tra le disponibilità orarie di più persone. Per il momento ne vengono gestite al massimo quattro. Nel futuro prossimo il fondatore prevede di «espandere le lingue parlate (per adesso è solo l’inglese) e che Amy funzioni non solo con l’email ma anche con gli sms, la messaggistica di Facebook, Slack e qualsiasi altro canale di comunicazione scritta. Poi potrà integrarsi con vari altri servizi commerciali: pensate che bello, una volta fissato un appuntamento in un certo posto per pranzo, se Amy avesse accesso al mio conto Opentable per prenotare un tavolo in automatico».
Il vero sogno di Dennis è un altro ma ha bisogno di una discreta massa critica perché si realizzi: «Più persone adotteranno Amy, meglio funzionerà e le risposte saranno quasi instantanee perché, gestendo le agende dell’umanità, saprà subito incrociare gli slot. Di fatto parlerà con se stessa». Da modesta segretaria, donna a una dimensione, a grande sorella occhiuta, signora delle vite degli altri, il passo è breve. Ma la strada che porta all’incubo è ancora lunga. E la resistenza possibile.
Il Venerdì 22 dicembre 2017
«D’ora in poi non sarà più una cosa da ricchi» giura Dennis Mortensen, il danese trapiantato a New York che ha avuto l’epifania quattro anni fa, sfogliando il calendario dell’anno precedente in cui aveva totalizzato 1.019 riunioni, dovendo cambiare ora o giorno ben 672 volte (un inferno, d’accordo, ma in natura i forzati del riunionismo esistono). «Così, a spanne, mi sono reso conto che ritmi analoghi li avevo sostenuti nei venticinque anni precedenti. Vi rendete conto quanto tempo buttato solo per decidere dove e quando vedersi?».
Ogni spreco ha un limite e Mortensen, in cui il combinato disposto di un fisico nevratile da modello H&M e di sneakers Puma rosse toglie almeno dieci anni, decide di averne abbastanza e fonda x.ai. Tre anni e 40 milioni di dollari di capitale di rischio più tardi la novantina di persone che ci lavorano (di cui quasi 40 a istruire il software e correggerlo quando sbaglia) hanno partorito la versione attuale di Amy e Andrew, che come ogni software che si rispetti sono meglio dei loro stessi di ieri e peggio delle loro release di domani.
Piccola spiegazione pratica. Non c’è da scaricare niente ma nel settaggio iniziale dovrete consentire all’assistente virtuale di accedere alla vostra agenda online (Google Calendar o simili) e spiegargli le vostre regole di ingaggio (disponibilità dalle 9 alle 19, luoghi d’incontro preferiti e poco altro). Amy/Andrew sono solo un indirizzo di posta elettronica che va messo in copia Cc quando dovete mettervi d’accordo con qualcuno per vederlo o fissare una telefonata. Da quel punto in poi la conversazione la gestiscono loro e a voi arriverà giusto un invito finale da accettare o meno. Che siano servite due mail o venti per arrivare a quella conclusione non è più affare vostro. E qui, in questa delega, sta il valore del servizio prezzato 17 dollari al mese (e comunque, se non confermate, dopo la settimana di prova vi restano comunque cinque appuntamenti fissabili gratis).
«In media» giura Mortensen «servono otto mail e mezzo prima di arrivare a una data condivisa. La negoziazione è un lavoro». Grazie a quella panoplia di dati che solo gli Stati Uniti si prendono la briga di raccogliere sappiamo anche che lì ogni anno i circa 90 milioni di knowledge workers, ormai quasi tutti, fissano quasi 10 miliardi di appuntamenti che, arrotondando la media di mail necessarie per fissarne uno, fanno circa 100 miliardi di email: «Se anche volessimo dare un valore di 10 centesimi a messaggio, si tratterebbe di una compagnia da 10 miliardi di dollari».
Parla, Mortensen, in un calcolo discutibile ma seducente, del valore indiziario della compagnia che sapesse domare questa bestia. Parla di sé. Gli chiedo se ha familiarità con l’espressione feroce one-trick pony, detto di una persona che sa fare solo una cosa. Insomma, non sono troppi 17 dollari, poco più di 50 centesimi al giorno, per risolvere il problema seccante ma circoscritto di prendere appuntamenti? «Dipende da quanti uno ne deve gestire. E se questa tariffa non è giusta, la limeremo col tempo. La cosa di cui sono sicuro è un’altra: molto meglio essere il numero uno al mondo nel fare una singola cosa che essere bravino a farne cinque. Noi vogliamo diventare il sinonimo di “prendere appuntamenti”».
Non è un’ambizione banale, perché poche cose sono più ingannevoli della lingua. Qualche esempio? «Se uno, all’una di notte di lunedì, scrive una email a un amico (e ad Amy) dicendo: ci vediamo domani, per prima cosa nella mattina, intende dire martedì mattina o, essendo formalmente già il giorno dopo, mercoledì mattina?». Il destinatario umano opterà nove volte su dieci per il martedì, ma per la macchina non è così scontato. Oppure: «Dovevamo vederci alle tre ma devo andare a prendere i bimbi a scuola e potrei non essere pronto fino alle cinque e mezza. Non so se riesco a farcela». Vuol dire che cancella le tre e aggiorna alle cinque e mezza o che non ce la farà neanche allora? E poi tutte quelle informazioni sulla scuola dei bimbi, che forse inteneriranno l’interlocutore umano, sulla macchina provocano solo rumore di fondo e quindi confusione.
Quando disambiguare il senso della frase per via algoritmica è troppo difficile il dubbio viene girato agli addestratori (Laurel, attraverso la quale ho fissato l’incontro con Mortensen, ha una posta elettronica diversa che l’autodenuncia: human.x.ai). Il gioco si fa più duro quando c’è da mediare tra le disponibilità orarie di più persone. Per il momento ne vengono gestite al massimo quattro. Nel futuro prossimo il fondatore prevede di «espandere le lingue parlate (per adesso è solo l’inglese) e che Amy funzioni non solo con l’email ma anche con gli sms, la messaggistica di Facebook, Slack e qualsiasi altro canale di comunicazione scritta. Poi potrà integrarsi con vari altri servizi commerciali: pensate che bello, una volta fissato un appuntamento in un certo posto per pranzo, se Amy avesse accesso al mio conto Opentable per prenotare un tavolo in automatico».
Il vero sogno di Dennis è un altro ma ha bisogno di una discreta massa critica perché si realizzi: «Più persone adotteranno Amy, meglio funzionerà e le risposte saranno quasi instantanee perché, gestendo le agende dell’umanità, saprà subito incrociare gli slot. Di fatto parlerà con se stessa». Da modesta segretaria, donna a una dimensione, a grande sorella occhiuta, signora delle vite degli altri, il passo è breve. Ma la strada che porta all’incubo è ancora lunga. E la resistenza possibile.
Il Venerdì 22 dicembre 2017