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 Una scena del film “The Post” 

Operazione Fake News, abbiamo un problema

L’attacco di una certa destra negli Usa, Trump in testa, ha funzionato magnificamente: prendendo di sorpresa la confraternita sussiegosa e autoreferenziale dell’informazione cosiddetta mainstream, che non ha saputo rispondere alla repentina perdita di prestigio e alla detronizzazione dal proprio scranno di mediatore della verità
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WASHINGTON. Vagante in una terra incognita e ostile chiamata Trumplandia, la carovana della libera informazione americana marcia in ordine sparso cercando di sopravvivere. Mai, da quel 1734 quando il governatore britannico di New York, il generale William Cosby, fece bruciare in piazza le copie del settimanale Weekly Journal che aveva osato criticarlo e deriderlo, la libertà di informazione, dalla carta stampata a internet passando per le reti televisive, era stata tanto violentemente aggredita da un governo, come quello di Donald Trump sta facendo dal giorno del suo insediamento, un anno fa.

Mentre la Hollywood liberal, moderatamente e nostalgicamente progressista come quella di Steven Spielberg celebra le glorie ormai lontane del Washington Post di Kay Graham e di Ben Bradlee che demolirono Richard Nixon, la realtà quotidiana è ben lontana da quei giorni inebrianti. Le vendite dei quotidiani sono crollate, e soltanto il 12 per cento della popolazione adulta anc…
WASHINGTON. Vagante in una terra incognita e ostile chiamata Trumplandia, la carovana della libera informazione americana marcia in ordine sparso cercando di sopravvivere. Mai, da quel 1734 quando il governatore britannico di New York, il generale William Cosby, fece bruciare in piazza le copie del settimanale Weekly Journal che aveva osato criticarlo e deriderlo, la libertà di informazione, dalla carta stampata a internet passando per le reti televisive, era stata tanto violentemente aggredita da un governo, come quello di Donald Trump sta facendo dal giorno del suo insediamento, un anno fa.

Mentre la Hollywood liberal, moderatamente e nostalgicamente progressista come quella di Steven Spielberg celebra le glorie ormai lontane del Washington Post di Kay Graham e di Ben Bradlee che demolirono Richard Nixon, la realtà quotidiana è ben lontana da quei giorni inebrianti. Le vendite dei quotidiani sono crollate, e soltanto il 12 per cento della popolazione adulta ancora legge giornali di carta, nella nazione dove alla fine del secolo scorso una casa su due aveva la propria copia depositata davanti alla porta ogni benedetta mattina. L’audience dei telegiornali della sera prodotti dai tre network, Abc, Nbc e Cbs, quelli che con Walter Cronkite furono accusati di avere fatto perdere agli Stati Uniti la guerra in Vietnam, galleggiano al di sotto del 10 per cento di ascolti complessivi, quando alla fine degli anni Ottanta, in assenza di veri concorrenti, sfioravano il 50 per cento.

E proprio il Washington Post, l’oggetto della venerazione postuma di Spielberg, è stato ceduto nel 2013 dalla famiglia Graham-Meyer al supercommerciante Jeff Bezos di Amazon per la miseria di 250 milioni di dollari, un decimo del valore della squadra di football professionale di Washington, i Redskins. Tre grandi catene nazionali di quotidiani sono state eliminate dal listino di Borsa perché il valore delle loro azioni è sceso sotto il dollaro, e per rinsanguare il New York Times, permettendo alla famiglia Ochs Sulzberger di restarne nominalmente alla guida, è dovuto intervenire con una trasfusione di fondi il miliardario messicano Carlos Slim:  ironicamente il re di quei telefonini smart che hanno sottratto ai giornali i lettori più ambiti, ossia i giovani al di sotto dei 40 anni.

Nulla di quanto è avvenuto nei 44 anni trascorsi fra la resa di Richard Nixon nel 1974 e l’assalto di Donald Trump ai giornalisti definiti, con espressione squisitamente staliniana «nemici del popolo», ha modificato formalmente o legalmente il quadro costituzionale della libertà di informazione, scolpita nel marmo del Primo emendamento della Costituzione dal 1791 con l’assoluta garanzia della «libertà di espressione» e di «stampa». Sentenze dopo sentenze hanno riaffermato questa libertà, culminata nel 1971 con il riconoscimento al Washington Post e al New York Times del diritto di pubblicare i documenti segreti sul Vietnam, i Pentagon Papers. L’erosione della libertà, che è un principio astratto se non si concretizza in pubblicazione e se non trova indipendenza economica, è stata più sottile e insidiosa dei manganelli fascisti o degli arresti delle polizie politiche.

La formula adottata con successo per corrodere la libertà di stampa è stata quella, ormai divenuta universale, delle fake news, le notizie false, vecchia formula riesumata da Trump per demolire la credibilità di una professione che aveva ampiamente fatto la propria parte per demolire se stessa, cedendo alla tentazione del sensazionalismo e della caccia ai “click”, quando cominciò la transizione dalla carta ai pixel dei pc e dei tablet. La perdita di credibilità dell’informazione professionale, smarrita nell’inseguimento dei grandi numeri perduti e pronta a raschiare il fondo per cercare ascolti e lettori, ha spalancato la porta a chi, come Trump, o come il mondo della disinformazione populista di destra, fortissimo nella rete delle radio, voleva squalificare ogni critica come fake news. Utilizzando, nella più raffinata delle ironie, mezzi come la rete tv Fox News, creata negli anni Ottanta proprio per diffondere i falsi cari alla destra repubblicana più estremista.

L’Operazione Fake News ha funzionato magnificamente, prendendo di sorpresa la confraternita sussiegosa e autoreferenziale dell’informazione cosiddetta mainstream, che non ha saputo rispondere alla repentina perdita di prestigio e alla detronizzazione dal proprio scranno di mediatore della verità. Nessuna testata rispettabile, nessun grande nome, era preparato all’assalto delle legioni di “Vere Notizie False” che hanno invaso la rete, con o senza il supporto di servizi di spionaggio e di disinformatsja russi. Ci sono almeno cinquanta siti in rete dedicati alla produzione e alla diffusione di fake news, alcuni mimetizzati con nomi simili a quelli autentici, spesso cambiando la desinenza dell’indirizzo, un po’ come avvenne quando il sito della Casa Bianca fu utilizzato da abili burloni per portare gli utenti alla pornografia, semplicemente cambiando il dominio .gov con il dominio .com.

In questo brodo primordiale di notizie false date come vere e di notizie vere bollate come false, la credibilità dell’informazione si è smarrita e Trump, come tutta la destra estrema, ha potuto sguazzarci. Nessuno mai, nella storia dei rapporti sempre giustamente conflittuali fra stampa e potere, aveva mai osato spingersi dove Trump è arrivato. L’ American Civil Liberties Union, l’ente apolitico e senza fini di lucro che sorveglia l’applicazione della Costituzione, ha fatto un elenco raccapricciante degli attacchi del Presidente, colui che nella Costituzione ne è l’inflessibile sentinella, alla libertà di informare, criticare e, inevitabilmente, di errare. Quando il Cremlino introdusse restrizioni al lavoro dei corrispondenti in Russia, Trump si lanciò in un attacco alla Cnn, la più esposta alle rappresaglie dei regimi illiberali, invece di difenderla. Di fronte alle critiche e alle inchieste dei giornalisti della Nbc si è chiesto con il solito tweet, se fosse possibile zittirli togliendo la licenza di trasmissione, concessa da un’agenzia del governo, quindi da lui stesso. Come già aveva fatto Nixon.

Le inchieste del ministero della Giustizia per scovare e tamponare le fughe di notizie, il pane del giornalismo investigativo in stile Watergate, sono aumentate dell’800 per cento, in un ovvio tentativo di intimidazione. In un tweet, il Presidente ha rilanciato il fotomontaggio di un suo fan che mostrava un treno che investiva un giornalista specialmente sgradito. L’informazione è «una fogna da risanare», il «nemico del popolo», «la vergogna dell’America» e le richieste di licenziamento di corrispondenti non allineati sono costanti. Nelle graduatorie mondiale di Freedom House e di Reporter Senza Frontiere, che misurano le condizioni ambientali nelle quali i giornalisti lavorano, non la loro qualità, gli Usa hanno perso posizioni e sono lontanissimi dal plotone di testa sempre formato da nazioni scandinave.

La sfida alla libertà di stampa è dunque tornata in piena forma, dopo il lungo cessate il fuoco fra potere politico e informazione aperto dall’attacco del terrorismo fondamentalista dell’11 settembre 2001 che aveva ricompattato media e governo. Ma nell’eterno effetto fisico di azioni e reazioni – da ultima la pubblicazione del libro del giornalista Michael Wolff che ha fatto infuriare The Donald –  anche l’aggressività liberticida del super palazzinaro del Queens ha prodotto l’effetto paradossale di irrobustire e svegliare l’informazione dallo stupore attonito che l’aveva fiaccata sotto il doppio colpo della perdita di utili e della diffusione di notizie gratuite via internet. Se i blog stanno perdendo il ruolo che avevano avuto all’inizio della rivoluzione digitale, i social network stanno fornendo canali incontrollabili di comunicazione orizzontale che nessun regime riesce a controllare del tutto, e certamente non il governo Usa, che pure tenta anche la strada della non neutralità della rete. I grandi quotidiani e i giornali locali, che sono scesi al minimo storico di 380 dopo essere stati quasi tremila ancora una generazione fa, stanno faticosamente imparando a coniugare le forme tradizionali di comunicazione via carta con i nuovi strumenti, vedendo crescere gli abbonati, i lettori paganti e la pubblicità, anche se è ancora ben lontana dalle glorie del passato. Il nuovo publisher, l’editore del New York Times Arthur G. Sulzberger, è stato scelto come erede del titolo di famiglia proprio perché fu lui, quattro anni fa, a guidare lo studio e il progetto dell’integrazione fra carta e schermi.

Come dicono i presidenti nei solenni discorsi di inizio anno, «lo stato della libera informazione è cagionevole». Ma ci sono segnali di ripresa, come sempre è accaduto nell’America che l’ha voluta in cima alla Tavola dei Diritti. Sopravviverà anche alla traversata del deserto trumpiano, lasciando che nel processo evolutivo di ogni realtà anche la “stampa” selezioni, in questa preistoria di una nuova era dei media, gli organismi che meritano di sopravvivere e quelli che saranno spazzati via.

Sul Venerdì del 12 gennaio 2018