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Steven Spielberg sul set di "The Post" con Tom Hanks e Meryl Streep 

Steven Spielberg racconta “The Post”: i giornali come argine alle fake news

Mentre il libro di un giornalista fa infuriare la Casa Bianca, il nuovo film del regista americano ispirato alla vicenda dei Pentagon Papers, è un inno ai giornali. Di ieri e di oggi: "Sono ancora loro l'antidoto alle bugie"
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NEW YORK. Un governo che mente ai cittadini americani. Una gola profonda che passa ai giornalisti dei documenti top secret creando enorme imbarazzo alla Casa Bianca. Un tentativo di censurare la stampa, intimidirla, ricattarla, anche attraverso pressioni sugli editori. Può sembrare storia di questi giorni. È vecchia di quasi mezzo secolo. La pubblicazione dei Pentagon Papers nel 1971, da parte del New York Times e del Washington Post, rivelò all'opinione pubblica decenni di menzogne di Stato sulla guerra del Vietnam. Erano coinvolti presidenti repubblicani (Eisenhower, Nixon allora in carica) e democratici (Truman, Kennedy, Johnson). Non si salvava nessuno dalle rivelazioni di Daniel Ellsberg, l'analista strategico della Rand Corporation che aveva accesso agli archivi del Pentagono.

Quella vicenda ora diventa film grazie a Steven Spielberg, che prosegue con The Post (nelle sale italiane dal primo febbraio) nel filone del cinema impegnato, ormai una sua se…
NEW YORK. Un governo che mente ai cittadini americani. Una gola profonda che passa ai giornalisti dei documenti top secret creando enorme imbarazzo alla Casa Bianca. Un tentativo di censurare la stampa, intimidirla, ricattarla, anche attraverso pressioni sugli editori. Può sembrare storia di questi giorni. È vecchia di quasi mezzo secolo. La pubblicazione dei Pentagon Papers nel 1971, da parte del New York Times e del Washington Post, rivelò all'opinione pubblica decenni di menzogne di Stato sulla guerra del Vietnam. Erano coinvolti presidenti repubblicani (Eisenhower, Nixon allora in carica) e democratici (Truman, Kennedy, Johnson). Non si salvava nessuno dalle rivelazioni di Daniel Ellsberg, l'analista strategico della Rand Corporation che aveva accesso agli archivi del Pentagono.

Quella vicenda ora diventa film grazie a Steven Spielberg, che prosegue con The Post (nelle sale italiane dal primo febbraio) nel filone del cinema impegnato, ormai una sua seconda vocazione. Avendo polverizzato i record d'incassi come capostipite del nuovo cinema hollywoodiano (dallo Squalo a Indiana Jones, da E.T. a Jurassic Park), Spielberg ha conosciuto una seconda giovinezza creativa con film di spessore storico e politico, di denuncia, di testimonianza umanitaria: da Schindler's List a Lincoln. Qui siamo decisamente nel secondo filone. The Post è centrato sulla figura di Katharine Graham (interpretata da Meryl Streep), leggendaria editrice del Washington Post che seppe difendere il suo giornale di fronte alle enormi pressioni del potere politico. La pubblicazione dei Pentagon Papers poteva costarle il fallimento della quotazione in Borsa e perfino una condanna al carcere. Lei tenne duro.

Il film, rigoroso nella ricostruzione storica, si conclude con una vittoria della libertà di stampa e al tempo stesso con una inquietante involuzione: Richard Nixon vieta ai reporter del Washington Post l'accesso alla Casa Bianca trattandoli come nemici; di lì a poco una squadra segreta al servizio della campagna elettorale repubblicana fa un'incursione notturna nel quartier generale del partito democratico (palazzo del Watergate) per rubarvi documenti. Nixon verrà rieletto nel 1972 ma lo scandalo del Watergate, scoperto solo in seguito, lo costringerà alle dimissioni sotto la minaccia dell'impeachment.


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La storia è avvincente di per sé. Visto sotto la presidenza Trump questo film costringe anche a fare dei bilanci, su quanto sia cambiata l'America, sul ruolo dei media e il loro rapporto con il potere. Ne parlo con Spielberg al Mandarin Hotel di Columbus Circle, New York, in questa intervista esclusiva per il Venerdì di Repubblica. A completare il suo ritratto, ricorderò che il talento di Spielberg gli ha fruttato un patrimonio di oltre tre miliardi; che è stato un fedele e munifico donatore del partito democratico (inclusa la campagna di Hillary Clinton).  

Con The Post lei ci riporta a un'epoca in cui l'America era il modello delle liberaldemocrazie occidentali, grazie ai suoi contropoteri: dalla stampa alla Corte suprema. Lo spettatore che guarda questo film oggi fa inevitabilmente dei paragoni con l'America di Trump.
"Il film racconta una storia vera accaduta nel 1971, non parla del presente, e tuttavia la sua rilevanza contemporanea affiora sotto la superficie. La storia può ripetersi. Il pendolo della storia ha delle oscillazioni ampie. Le ha sempre avute: prima dei Pentagon Papers c'era stato un solo caso in cui si vietò alla stampa di pubblicare la verità: era accaduto durante la guera civile quando Lincoln sospese alcuni diritti costituzionali".

Lei nel 1971 aveva 25 anni. Cosa ricorda della vicenda che racconta nel film?
"Ero un esordiente tutto concentrato nella lotta quotidiana per farmi strada come regista, seguivo poco la politica. Il vero shock per me arrivò in seguito, con il Watergate, che seguii da vicino. Perciò per realizzare The Post sia io che Meryl Streep abbiamo dovuto scavare nella storia di Katharine Graham, documentarci a fondo. Al centro di questo film c'è lei, il suo coraggio. Il momento chiave della storia è quando un tribunale d'appello proibisce al New York Times di pubblicare i documenti top secret, e lei va avanti lo stesso. Il vero eroe di questa vicenda è la libera stampa, sono i giornalisti. Sono loro gli... Indiana Jones del nostro tempo".

Tra gli anni Settanta e oggi c'è di mezzo la rivoluzione tecnologica e dell'informazione. Il prestigio del New York Times e del Washington Post resta ancora alto ma la loro diffusione è molto diminuita. Con il nuovo millennio, l'informazione viaggia online e sui social media. La scena delle rotative, che nella notte sfornano dalla tipografia del Post le copie con lo scoop, oggi è datata: l'edizione digitale esce molto prima, da leggere sul tablet...
"I giornali allora erano il mezzo d'informazione per eccellenza. È un'epoca che per me rimane affascinante, quando sfogliare il giornale all'aperto era una lotta contro il vento, a casa i bambini ti strappavano le pagine, sul tavolo della colazione ci rovesciavi il caffè sopra. A me è rimasta tuttora questa relazione fisica col giornale di carta, è un fatto generazionale, un segno della mia età: preferisco stringere la verità in mano, anziché lasciare che sia lei a guardare me da uno schermo".

Non le fa un po' impressione che oggi al posto di Katharine Graham ci sia Jeff Bezos? Il fondatore e chief executive di Amazon - oltre a invadere ogni settore dell'economia e dei nostri consumi, cinema incluso - si è comprato anche il Washington Post, e a dire il vero lo sostiene nei suoi reportage investigativi che scatenano le furie di Trump. Quest'ultimo ogni tanto minaccia ritorsioni fiscali. Ma Bezos ha una situazione finanziaria ben più robusta della Graham.
"Sa che io Bezos non lo conosco? Mai visto finora. Sono curioso d'incontrarlo alla prima del film, dove è previsto che venga".

Immaginato, scritto e girato molto prima dello scandalo Weinstein, questo film ha tuttavia un messaggio femminista evidente. La figura di Katharine Graham circondata da soli uomini quando entra a Wall Street, fa impressione.
"Ebbe la forza di conquistarsi un ruolo e di far sentire la sua voce. In questo senso fu un'eroina, una pioniera. Il suo coraggio anticipò quello di tante donne che sono le eroine di questi giorni, quelle che osano denunciare le molestie sessuali. Katharine fu l'unica donna editrice del suo tempo, dovette affrontare una situazione economica difficile, rischiò di perdere il controllo del giornale che suo padre le aveva lasciato. In quegli anni non esistevano donne chief executive, pochissime facevano politica in ruoli di comando. Lei era sempre sola in un mondo di uomini, a modo suo seppe spezzare il soffitto di vetro, la barriera invisibile che ostacola le donne. Lo fece con energia, con determinazione, e con grazia".

Nell'era delle fake news cosa capiranno i giovani della battaglia sui Pentagon Papers?
"Nella battaglia tra la verità e la menzogna, oggi il pendolo della storia è tornato indietro. I giovani fanno fatica a orientarsi in questi tempi in mezzo a tante falsità fabbricate, alla disinformazione sistematica che mette l'etichetta del vero sulla bugia. Se i cittadini vogliono conoscere la verità, hanno bisogno di poter confrontare più di una fonte. Negli anni 70 potevamo partire dal presupposto che i giornali pubblicavano per lo più notizie affidabili. E io in fondo ci credo ancora abbastanza. Anche nel 2017 continuo a fidarmi dei giornali più che di altri media. Bisogna cercare l'approfondimento delle notizie. Soprattutto quando i poteri forti hanno interesse ad attaccarle, a screditarle".

In una superpotenza militare come l'America il confine tra verità e menzogna spesso riguarda la sicurezza nazionale, questioni di guerra e di pace. Con ripercussioni che si diramano nel mondo intero.
"I Pentagon Papers riguardano una sequela di menzogne spalmate su trent'anni, dal presidente Truman fino a Nixon. In uno dei documenti più cruciali che vennero rivelati sul Washington Post, si scoprì che il 70 per cento delle motivazioni per rimanere a combattere in Vietnam era che nessun presidente voleva perdere la faccia decidendo lui il ritiro, anche se la sconfitta finale era ormai una certezza. Migliaia e migliaia di giovani americani, e molti più vietnamiti, continuarono a morire perché qualcuno alla Casa Bianca non voleva ammettere una realtà. Il potere della verità contro la forza della menzogna: questo è un soggetto valido nel 2017 come nel 1971".

Sul Venerdì del 12 gennaio 2018