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L'insegna di un dispensario di cannabis per uso medico (Shutterstock) 

Fumando California (con la marijuana libera)

La Cucaracha, la Summer of Love... Oggi, dopo ottant'anni, nello Stato più liberal degli Usa la cannabis torna a essere completamente legale. Con buona pace di Trump
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SAN FRANCISCO. Il 6 gennaio 2018 è stato una giornata storica e nello stesso tempo normalissima: la data della completa legalizzazione della marijuana in California – un obiettivo che ancora cinque anni fa si sarebbe considerato impossibile, come il matrimonio tra due persone dello stesso sesso, l’auto senza conducente o la batteria solare che sostituisce la locale Enel. La mattina, fin dalle 4, alcuni volenterosi e altrettanti vecchi attivisti del “fumo libero” si sono messi in fila davanti ai principali negozi autorizzati (qui chiamati “dispensari”), che hanno regolarmente aperto alle 9. Apothecarium, il più famoso, ha offerto uno sconto del 20 per cento a chi è venuto con la madre (il futuro della marijuana è tra gli anziani); altri hanno promosso nuove linee di tinture, oli e cere e persino – al prezzo di 29 dollari la confezione – dolcetti per cani con cannabinolo, di cui si vanta la proprietà rila…
SAN FRANCISCO. Il 6 gennaio 2018 è stato una giornata storica e nello stesso tempo normalissima: la data della completa legalizzazione della marijuana in California – un obiettivo che ancora cinque anni fa si sarebbe considerato impossibile, come il matrimonio tra due persone dello stesso sesso, l’auto senza conducente o la batteria solare che sostituisce la locale Enel. La mattina, fin dalle 4, alcuni volenterosi e altrettanti vecchi attivisti del “fumo libero” si sono messi in fila davanti ai principali negozi autorizzati (qui chiamati “dispensari”), che hanno regolarmente aperto alle 9. Apothecarium, il più famoso, ha offerto uno sconto del 20 per cento a chi è venuto con la madre (il futuro della marijuana è tra gli anziani); altri hanno promosso nuove linee di tinture, oli e cere e persino – al prezzo di 29 dollari la confezione – dolcetti per cani con cannabinolo, di cui si vanta la proprietà rilassante. Giornali, social e tv non parlano d’altro e sottolineano la dimensione, soprattutto economica, del grande cambiamento.

La California, con i suoi 40 milioni di abitanti, segna la strada che sarà presto seguita in tutti gli Stati Uniti e in Europa. Si calcola che ogni giorno consumino marijuana tra i due e i tre milioni di cittadini americani. Intorno a questa foglia per ottant’anni si è combattuta una guerra di civiltà tra chi la considerava la madre di tutti i mali e chi un simbolo di libertà. Tra il 2001 e il 2010 nei soli Stati Uniti ci sono stati 8 milioni di arresti di consumatori e spacciatori, la stragrande maggioranza giovani neri o ispanici (mentre il consumo è identico tra bianchi e altre etnie); questo significa che  il tremendo sistema carcerario americano (le prigioni private, il circuito che porta alla privazione perenne dei diritti civili, la degradazione dell’esistenza per milioni di esseri umani) non sarebbe stato tale senza la marijuana. Ma ora, sembra, le cose sono cambiate: la marijuana, per il 67 per cento degli americani (recentissimo sondaggio Gallup) è una «sostanza innocua e anzi terapeutica». Di fatto,  l’annuncio che il proibizionismo è finito.

Ma, attenzione! Non la pensa così il ministro della Giustizia di Trump, il reazionarissimo Jeff Sessions, che ha annunciato che scatenerà i suoi Federali contro produttori e consumatori. Quei “frocetti democratici della California” dovranno vedersela con lui, fiero conservatore dell’Alabama. Cosa farà? Assalterà le piantagioni con i droni? Arresterà i consumatori? Tratterà i dispensari come riciclatori di denaro mafioso? Sono in molti a pensare che Sessions non farà un bel niente, anche perché lui stesso è appeso a un filo nel sempre più deteriorato sistema Trump. Ma intanto la California ha attivato le difese giuridiche per proteggere la sua legge.

Per raccontarmi passato e futuro della foglia più famosa del mondo, Michael Castelman ha accettato di farmi da guida. Il suo ultimo libro, Killer Weed (che potremmo tradurre “canna assassina”), un giallo post moderno,  giunge a tempo perfetto. Un colpo di pistola ammazza il candidato a sindaco di San Francisco, vecchio sostenitore della marijuana libera, e il delitto porta a riconsiderare un’altra morte violenta, quella di una hippie-pusher in un parco cittadino, vent’anni prima. Le due morti sono legate a un famoso tech mogul della Silicon Valley. A indagare è Ed Rosenberg, detective per necessità. In realtà è un famoso reporter rimasto senza lavoro per la crisi della carta stampata che ha distrutto il giornalismo investigativo.

Castelman, autore di bestseller di divulgazione scientifica (il suo Le erbe curative ha venduto un milione di copie) è la persona giusta da incontrare nel giorno storico. Un po’ perché il suo libro l’aveva previsto, un po’ perché giornalismo di inchiesta sulle rotte della marijuana, diritti del consumatore («Ho cominciato a vent’anni, e mi sono sempre trovato bene»), e militanza per la legalizzazione si riuniscono nella stessa persona. E dunque con lui rifacciamo la storia della foglia che ha cambiato la California.

Siamo nel 1910, la rivoluzione messicana è finita e gli sconfitti – di destra e di sinistra – si rifugiano oltre il confine, Texas, California, Arizona. Portano con sé le loro abitudini – il mescal, il rum, la tequila e la famosa canzone degli uomini di Pancho Villa: «La cucaracha ya no puede caminar, porque no tiene, porque le falta, marijuana que fumar». Ma i bianchi texani evidentemente erano già trumpisti un secolo fa e questi usi e costumi dei bad hombres non li accolsero con favore. Passi per la tequila, ma il fumare marijuana venne stigmatizzato e simboleggiato immediatamente come un vizio dei meridionali, dei pigri, dei criminaloidi quali erano considerati, appunto, i messicani.

E dire che la pianta della canapa (dal cui fiore viene tratta la sostanza incriminata) era famosa e molto ben considerata anche negli Stati Uniti. Gli indiani nativi ne conoscevano le virtù terapeutiche, le foglie erano usate per fare carta (Thomas Jefferson scrisse la Dichiarazione di indipendenza su un foglio di canapa), Edison la considerò per il filamento delle lampadine e per la miscela degli pneumatici. Ma l’idea di fumarsela venne considerata una cosa “da messicani”, da debosciati di Hollywood, da jazzisti negri e attricette isteriche. Legale fino al 1936, la marijuana venne dichiarata criminale l’anno dopo e inserita in una lista di sostanze proibite, al pari dell’eroina.

Commissioni scientifiche dichiararono provato un nefasto influsso sul cervello, la dipendenza, la caduta dei freni morali. L’unico che si oppose, con molto coraggio, fu il sindaco di New York, Fiorello La Guardia, che convocò i medici della metropoli che stilarono un documento che assolse la marijuana. La loro conclusione arrivò nel 1944, in piena guerra in Europa e nel Pacifico, e fu di sollievo per molti soldati afroamericani in galera, accusati di non aver obbedito agli ordini sotto influsso della droga; ma La Guardia non riuscì a invertire lo stigma generale.

Altro momento topico fu il Vietnam. La marijuana, una delle poche possibilità che avevano i soldati americani per non impazzire, fece la sua strada nella gioventù. In California divenne popolare, insieme all’Lsd, tra gli hippies, a partire dalla Summer of Love, ed ebbe una parte notevole nelle idee creative che qui si svilupparono in quel periodo. Secondo Steve Jobs, senza marijuana e senza Lsd, il personal computer, l’iPod, l’iPhone non sarebbero mai nati. In breve, la foglia divenne un simbolo della California libera e libertaria e si cominciò a pensare che la si poteva produrre e guadagnarsi da vivere. Fu questo che cambiò le cose, e che spiega il primo delitto nel giallo di Castelman, quello della donna assassinata al parco.

All’inizio, anni Sessanta, la foglia arrivava dal Messico e dalla Colombia, dove esistevano enormi piantagioni. Come? Banalmente, con i camion. O, al massimo, con piccoli aerei da turismo. Poi tutti diventarono più sofisticati. La Dea, fondata nel 1970, con grandi possibilità tecnologiche e finanziarie, dichiarò “guerra alla droga”; i suoi uomini buttarono il napalm sulle piantagioni e il sistema carcerario produsse milioni di arresti. Ma fu una delle più disastrose guerre americane. Gli importatori scovarono rotte sempre più ingegnose, per esempio scaricando la merce nelle coste deserte del Maine e affrontando la traversata del continente in camion; un lavoraccio, perché la marijuana (a differenza della cocaina e dell’eroina) è una merce molto voluminosa, deperibile e vulnerabile. E dunque: perché non produrre a chilometro zero? Fu così che la California, la più grande produttrice agricola del mondo, dopo il grano, il granturco e la soia schierò per l’appunto la marijuana tra i suoi prodotti più redditizi.

L’incredibile è successo davvero: nel giro di trent’anni, gli hippies da consumatori sono diventati produttori, hanno affinato le tecniche di coltivazione variando la quantità relativa di Thc (il principio attivo “intossicante”) e il Cbd (il cannabinoide rilassante ed analgesico) e sono arrivati a tre raccolti annui utilizzando le enormi aree spopolate al nord dello Stato e dando lavoro  a migliaia di pensionati o immigrati messicani. Nessun economista l’ha mai studiata davvero, ma la storia della coltivazione della marijuana in California dovrebbe entrare tra le business success stories del Novecento. Piccole proprietà, lavoro part time, rapporto diretto tra produttore e consumatore, nessuna spesa di marketing, completa elusione fiscale, modeste – tutto sommato –  spese legali. Amazon, Esselunga e Oscar Farinetti dovrebbero studiare il modello.

Nel 1996, la vera svolta. La marijuana viene approvata come legale per uso medico in 26 Stati dell’Unione. È stato riconosciuto che ha grandissime proprietà analgesiche e rilassanti, ed è miracolosa contro gli effetti della chemioterapia. In California questo permette di coltivarla per uso personale e di venderla in appositi negozi dietro ricetta medica. In breve le ricette – anzi una carta di plastica che certifica il bisogno permanente di marijuana per uso medico –  sono diventate disponibili a tutti: schiere di pot doctors le firmano, anzi te le portano a casa per appena 25 dollari. Il grande cambiamento era nell’aria: nel 2017 Colorado, Alaska, Massachusetts, Nevada, Oregon, Washington e Maine permettono anche la vendita di marijuana “a scopo ricreativo”: fumare non è più peccato. Ora neppure in California.

Il lettore di questo articolo, a questo punto, ha diritto di chiedersi se gli americani siano per caso pazzi. Nel 1918 – sotto la spinta di un neonato movimento femminista – vietarono la produzione e la vendita di qualsiasi tipo di alcol, perdendo così il 20 per cento delle loro entrate fiscali. Si pentirono 13 anni dopo, ma intanto avevano creato il crimine organizzato. Nel 1936 misero al bando la marijuana. Da allora tutti i candidati presidenti dovettero giurare che non avevano mai fumato (Bill Clinton, vecchio gattone, disse che a scuola aveva fumato, ma non aspirato. George W. Bush era piuttosto un cocainomane, però pentito. Obama fu il primo a confessare, e anzi a dire, che da adolescente faceva parte di una gang).

Ora, con la legalizzazione anche per scopo ricreativo della California, tutta questa retorica finisce e si apre un mercato da due miliardi di dollari, un notevole aumento dell’occupazione legale, un indotto di attrezzi, prodotti agricoli, fertilizzanti e, per lo Stato della California, la prospettiva di milioni di dollari di tasse versate che possono essere utilizzate per la costruzione di scuole, per l’assistenza ai poveri. L’economia, di questo Stato, se ci si pensa, è davvero peculiare: tecnologia, energia solare, istruzione e cultura (l’università è il maggior datore di lavoro), mandorle, melanzane, cinema, spettacolo. E, d’ora in poi, marijuana.

Il giallo di Michael Castelman, con i suoi omicidi freschi e quelli vecchi, si situa nell’alba della legalizzazione. Grandi compagnie stanno comprando la terra per installarvi coltivazioni industriali recintate da barriere elettriche e torrette; la comunità cinese si oppone, per il bene dei propri bambini; leader politici promettono e muoiono ammazzati; la finanza, alla fine, governerà tutto. O forse no. Resisterà la fattoria del vecchio hippie?

Il problema sono i soldi. La marijuana è legale, è tassata, la gente va in un negozio, compra uno spinello o un dolcetto, paga cash o con carta di credito, ma quel denaro non può essere versato in banca. Le banche sono soggette a un regolamento federale che vieta loro di maneggiare denaro legato ai narcotici e il ministro della Giustizia ha minacciato di essere molto severo. E allora? Be’, il bello della storia è che non si sa come andrà a finire. Per esempio, protrebbe succedere che lo Stato della California, in aperto contrasto con Washington, accordi alle proprie banche di trattare i soldi della marijuana, o che la Silicon Valley si inventi una moneta apposita, tipo bitcoin.

D’altra parte, nessuno, in America, quando venne deciso che l’alcol era illegale, aveva considerato che intorno all’alcol girava il 20 per cento delle entrate fiscali. E nessuno, a voler essere ingenui, aveva previsto che le case farmaceutiche produttrici di analgesici sarebbero state responsabili della più grande strage in tempo di pace, cosa che sta avvenendo oggi negli Stati Uniti:  65 mila morti per overdose da analgesici, regolarmente comprati in farmacia, nel solo 2016. Gente povera, in genere; piccoli paesi dell’Ohio e della Virginia dove gli sceriffi ordinano di requisire camion e trasformarli in camere mortuarie, visto che nel locale ospedale non c’è più posto. Morti non per vizio, ma perché la vita, certe volte, è troppo difficile.

Si apre un nuovo mondo. In ricordo di quello vecchio, vale sempre la canzone: «Don’t bogart that joint, my friend, pass it over to me…». Dove to bogart era diventato un verbo in onore di Humphrey e del suo modo di tenere tra le dita la sigaretta. Di tabacco, all’apparenza.

Sul Venerdì del 19 gennaio 2018