Glauco Mauri: io e Beckett, poeta di tenerezza infinita
Sara Chiappori , di Sara ChiapporiIntervista all’interprete-regista più legato al drammaturgo irlandese. Lo portò in scena per la prima volta nel ‘62. E ancora non riesce a smettere. Qui spiega perché
«Il mio lavoro è questione di suoni fondamentali, se qualcuno vuole farsi venire il mal di testa con i significati reconditi, faccia pure. E si prepari un’aspirina» diceva Beckett. Bisognerebbe ascoltarli, gli autori, soprattutto se complessi e poco propensi al dogmatismo come il Nobel irlandese, tra i drammaturghi più rappresentati e forse fraintesi del ‘900. La pensa così Glauco Mauri, gran maestro di cerimonie teatrali beckettiane. Nel 1962 fu il primo a portare in Italia L’ultimo nastro di Krapp (insieme ad Atto senza parole), e fu subito scandalo. Oggi, con i suoi magnifici 87 anni, la passione per Beckett, condivisa con Roberto Sturno e la loro compagnia, ha preso la forma di una meditazione esistenziale. C’è il nuovo spettacolo, Finale di partita (regia di Andrea Baracco, debutto a Roma il settembre scorso, quindi Firenze, prossime date Pavia, stasera, poi San Sepolcro, Varese, Treviso, Civitavecchia), ma anche En …
«Il mio lavoro è questione di suoni fondamentali, se qualcuno vuole farsi venire il mal di testa con i significati reconditi, faccia pure. E si prepari un’aspirina» diceva Beckett. Bisognerebbe ascoltarli, gli autori, soprattutto se complessi e poco propensi al dogmatismo come il Nobel irlandese, tra i drammaturghi più rappresentati e forse fraintesi del ‘900. La pensa così Glauco Mauri, gran maestro di cerimonie teatrali beckettiane. Nel 1962 fu il primo a portare in Italia L’ultimo nastro di Krapp (insieme ad Atto senza parole), e fu subito scandalo. Oggi, con i suoi magnifici 87 anni, la passione per Beckett, condivisa con Roberto Sturno e la loro compagnia, ha preso la forma di una meditazione esistenziale. C’è il nuovo spettacolo, Finale di partita (regia di Andrea Baracco, debutto a Roma il settembre scorso, quindi Firenze, prossime date Pavia, stasera, poi San Sepolcro, Varese, Treviso, Civitavecchia), ma anche En attendant Beckett, serata divertissement che assembla atti unici, radiodrammi, poesie e stralci dai romanzi (teatro Palladium di Roma, 28 e 29 marzo). Mentre resta fieramente in repertorio quel Krapp che, a distanza di oltre mezzo secolo, gode di un valore aggiunto molto beckettiano: la voce registrata che ascolta il vecchio protagonista è quella di Glauco Mauri cinquant’anni fa. All’appello manca Aspettando Godot, ma non è detta l’ultima parola. Noi, come Vladimiro ed Estragone, siamo qui che l’aspettiamo.
Cominciamo dal principio. La sua scoperta di Beckett.
«Avevo poco più di vent’anni, ho cominciato con la trilogia, Molloy, Malone muore e L’innominabile. Mi inabissai nella lettura. Non capivo perché mi piacesse tanto: ridevo e inorridivo, provavo godimento e ribrezzo, ma sentivo di aver incontrato un autore di cui non mi sarei più liberato. Insieme a Shakespeare, gigantesco nel rappresentare la vita in tutti i suoi colori e contrasti, e a Dostoevskij, che mi ha insegnato a non giudicare i miei simili, è diventato l’architrave della mia formazione. I suoi eroi sono esseri infelici che la vita ha scartato, ma nel suo sguardo c’è una tenerezza infinita».
Associare Beckett alla tenerezza sa quasi di provocazione.
«So che in molti non sono d’accordo, ma per me Beckett è questo: un immenso poeta della difficoltà di vivere. Prenda Nagg e Nell di Finale di partita: senza gambe, confinati in due bidoni della spazzatura. Vorrebbero baciarsi, ma non ci arrivano e allora parlano d’amore. Trovo questa scena molto più commovente di Romeo e Giulietta al balcone. Beckett pessimista? Può darsi, ma poi ecco apparire la speranza dove meno te l’aspetti, come un fiorellino che sboccia da una crepa».
In s lei è il dispotico Hamm, cieco e su sedia a rotelle, Roberto Sturno è Clov, il sottomesso che tenta la ribellione. Chiusi in un bunker, fuori il mondo è finito, o così sembra. Piuttosto disperante.
«La vedo in un altro modo. Beckett è il re degli ossimori: “Niente è più comico dell’infelicità” diceva. La dipendenza reciproca che lega Hamm e Clov non è solo una condanna, è una forma d’amore. “Perché ti ubbidisco sempre?”, chiede Clov. “Non lo so. Forse si tratta di una specie di grande pietà”, risponde Hamm. C’è l’ironia, sublime, ma non solo. Beckett era un uomo misterioso, solitario, ma sono sicuro avesse un cuore gentile. Quando lo accoltellarono a Parigi, non denunciò il suo assalitore ma cercò di comprenderne le ragioni».
Quando nel 1962 lei fece Krapp e Atto senza parole non tutti apprezzarono. Anche l’Italia delle avanguardie non era pronta?
«La critica mi accusò di aver tradito il teatro dell’assurdo, la clownerie metafisica, mentre parte del pubblico stentava a capire. A Napoli, durante una replica, dalla platea cominciano a gridarmi. “Voce! Non ti si sente. Parla! Cosa sei, una scimmia?”. A quel punto Gian Maria Volonté, che era tra il pubblico, si alza e li zittisce: “Ignoranti!”. Un casino infernale, io arrivo alla fine e la sala è divisa in due: fischi e applausi, boati di consenso e di rifiuto. Non è stato facile, ma che meraviglia quando il teatro è così vivo».
Krapp è ancora in repertorio, con la sua voce di allora.
«Ricordo quando la registrai. Ero a Milano, con la Compagnia dei Quattro facevamo Il rinoceronte di Ionesco. Io e il mio amico elettricista aspettammo che il teatro si svuotasse, salimmo sul palco e registrammo la voce. Il nastro è rimasto lo stesso, come per Krapp che si riascolta. Un corto circuito temporale formidabile: il vecchio Glauco e la sua voce di quando aveva trent’anni, piena di fuoco, di passione. Capisco che ricordare gli anni in cui “forse avrei potuto essere felice” possa sembrare crepuscolare, ma è una malinconia poetica, gioiosa».
Il vecchio Krapp maltratta il se stesso da giovane, deride i suoi sogni e fallimenti.
«Io vedo la vecchiaia e la giovinezza che si incontrano, si annusano e si abbracciano. Le ferite non si rimarginano, le contraddizioni non si ricompongono, ma anche qui, nella ferocia, trovo la tenerezza. Una tenerezza sofferta, raggiunta attraversando la fatica e lo strazio del vivere. C’è una poesia che mi è molto cara e forse spiega meglio ciò che intendo. “Da qualche parte qualcuno smette di piangere, da qualche altra parte qualcuno comincia, le lacrime del mondo sono immutabili, l’aria risuona dei nostri lamenti, ma l’abitudine ci rende sordi”».
Beckett è la sua complessità, anche formale, che è insieme minaccia e invito al gioco. Impone regole precise, didascalie vincolanti, per non parlare delle famigerate pause.
«In una pagina di copione siamo arrivati a contarne 22. Ci vogliono grande rispetto e molto coraggio per infilarsi nei vuoti, nelle feritoie: la struttura è tutt’uno con ciò che contiene, indecifrabile come la condizione umana. I suoi testi vanno suonati come partiture. Bisogna abbandonarsi al mistero, lasciare che agisca sul piano emotivo prima che su quello intellettuale. L’eccesso di razionalità con Beckett è inutile, se non dannoso».
Sul Venerdì del 19 gennaio 2018
Cominciamo dal principio. La sua scoperta di Beckett.
«Avevo poco più di vent’anni, ho cominciato con la trilogia, Molloy, Malone muore e L’innominabile. Mi inabissai nella lettura. Non capivo perché mi piacesse tanto: ridevo e inorridivo, provavo godimento e ribrezzo, ma sentivo di aver incontrato un autore di cui non mi sarei più liberato. Insieme a Shakespeare, gigantesco nel rappresentare la vita in tutti i suoi colori e contrasti, e a Dostoevskij, che mi ha insegnato a non giudicare i miei simili, è diventato l’architrave della mia formazione. I suoi eroi sono esseri infelici che la vita ha scartato, ma nel suo sguardo c’è una tenerezza infinita».
Associare Beckett alla tenerezza sa quasi di provocazione.
«So che in molti non sono d’accordo, ma per me Beckett è questo: un immenso poeta della difficoltà di vivere. Prenda Nagg e Nell di Finale di partita: senza gambe, confinati in due bidoni della spazzatura. Vorrebbero baciarsi, ma non ci arrivano e allora parlano d’amore. Trovo questa scena molto più commovente di Romeo e Giulietta al balcone. Beckett pessimista? Può darsi, ma poi ecco apparire la speranza dove meno te l’aspetti, come un fiorellino che sboccia da una crepa».
In s lei è il dispotico Hamm, cieco e su sedia a rotelle, Roberto Sturno è Clov, il sottomesso che tenta la ribellione. Chiusi in un bunker, fuori il mondo è finito, o così sembra. Piuttosto disperante.
«La vedo in un altro modo. Beckett è il re degli ossimori: “Niente è più comico dell’infelicità” diceva. La dipendenza reciproca che lega Hamm e Clov non è solo una condanna, è una forma d’amore. “Perché ti ubbidisco sempre?”, chiede Clov. “Non lo so. Forse si tratta di una specie di grande pietà”, risponde Hamm. C’è l’ironia, sublime, ma non solo. Beckett era un uomo misterioso, solitario, ma sono sicuro avesse un cuore gentile. Quando lo accoltellarono a Parigi, non denunciò il suo assalitore ma cercò di comprenderne le ragioni».
Quando nel 1962 lei fece Krapp e Atto senza parole non tutti apprezzarono. Anche l’Italia delle avanguardie non era pronta?
«La critica mi accusò di aver tradito il teatro dell’assurdo, la clownerie metafisica, mentre parte del pubblico stentava a capire. A Napoli, durante una replica, dalla platea cominciano a gridarmi. “Voce! Non ti si sente. Parla! Cosa sei, una scimmia?”. A quel punto Gian Maria Volonté, che era tra il pubblico, si alza e li zittisce: “Ignoranti!”. Un casino infernale, io arrivo alla fine e la sala è divisa in due: fischi e applausi, boati di consenso e di rifiuto. Non è stato facile, ma che meraviglia quando il teatro è così vivo».
Krapp è ancora in repertorio, con la sua voce di allora.
«Ricordo quando la registrai. Ero a Milano, con la Compagnia dei Quattro facevamo Il rinoceronte di Ionesco. Io e il mio amico elettricista aspettammo che il teatro si svuotasse, salimmo sul palco e registrammo la voce. Il nastro è rimasto lo stesso, come per Krapp che si riascolta. Un corto circuito temporale formidabile: il vecchio Glauco e la sua voce di quando aveva trent’anni, piena di fuoco, di passione. Capisco che ricordare gli anni in cui “forse avrei potuto essere felice” possa sembrare crepuscolare, ma è una malinconia poetica, gioiosa».
Il vecchio Krapp maltratta il se stesso da giovane, deride i suoi sogni e fallimenti.
«Io vedo la vecchiaia e la giovinezza che si incontrano, si annusano e si abbracciano. Le ferite non si rimarginano, le contraddizioni non si ricompongono, ma anche qui, nella ferocia, trovo la tenerezza. Una tenerezza sofferta, raggiunta attraversando la fatica e lo strazio del vivere. C’è una poesia che mi è molto cara e forse spiega meglio ciò che intendo. “Da qualche parte qualcuno smette di piangere, da qualche altra parte qualcuno comincia, le lacrime del mondo sono immutabili, l’aria risuona dei nostri lamenti, ma l’abitudine ci rende sordi”».
Beckett è la sua complessità, anche formale, che è insieme minaccia e invito al gioco. Impone regole precise, didascalie vincolanti, per non parlare delle famigerate pause.
«In una pagina di copione siamo arrivati a contarne 22. Ci vogliono grande rispetto e molto coraggio per infilarsi nei vuoti, nelle feritoie: la struttura è tutt’uno con ciò che contiene, indecifrabile come la condizione umana. I suoi testi vanno suonati come partiture. Bisogna abbandonarsi al mistero, lasciare che agisca sul piano emotivo prima che su quello intellettuale. L’eccesso di razionalità con Beckett è inutile, se non dannoso».
Sul Venerdì del 19 gennaio 2018